Cosa volevano i radicali, sulla droga?

Abbiamo commentato con Francesco Agnoli la bocciatura del referendum sull’eutanasia, ed ora proviamo a capire perché la Corte ha respinto anche quello sulla droga.

Professore, è una Corte di cattolici, di bigotti o cosa altro?

«Nulla di tutto ciò. E’ guidata da un socialista come Giuliano Amato, ed ha come vicepresidente la trentina Daria De Pretis. La componente cattolica è del tutto minoritaria rispetto a quella laica. Qui non è questione di confessione religiosa. Certamente i cattolici sono contrari sia all’eutanasia sia alla droga, ma in questo caso, lo ripeto, la fede non c’entra. Si tratta di diritto. Il diritto ha come fine il bene comune e la difesa del più debole. Questo referendum, come l’altro, è contro il diritto e contro i più deboli».


In che senso?

«Anzitutto il quesito è contraddittorio e presentato dai radicali e da Cappato in modo falsificante. Come ha ricordato il magistrato Alfredo Mantovano “i promotori lo chiamano ‘referendum cannabis legale’, ma la prima e la terza parte del quesito riguardano ogni tipo di droga, non solo la cannabis”. Cito ancora Mantovano: “Con la prima parte del quesito verrebbe abrogata la punizione della coltivazione di qualsiasi tipo di droga, non soltanto della cannabis e dei suoi derivati – si pensi all’oppio, alla coca o ai funghi allucinogeni – con riferimento alle sanzioni previste dall’art. 73 del testo unico sugli stupefacenti. Da quando esiste una normativa di prevenzione e di contrasto della droga, il divieto di coltivazione rappresenta una ‘difesa anticipata’.

E’ evidente che legalizzare qualsiasi tipo di coltivazione di droga sarebbe contro il diritto, e contro i tanti che dalla droghe vengono travolti, leggere o pesanti che siano».

Ma c’è differenza tra quelle leggere e quelle pesanti…

«Sino ad un certo punto. Anzitutto perché “leggere” non lo sono per nulla: le canne degli anni Settanta contenevano meno del 2% in tetraidroccannabinolo (THC), quelle odierne arrivano a contenerne 10 volte tanto! In secondo luogo perché non di rado sono solo l’anticamera per le droghe pesanti e perché aumentano il rischio di disturbi psichiatrici.

Un medico esperto di queste tematiche, come Renzo Puccetti, ricorda: “un soggetto psicotico può manifestare allucinazioni, visive, uditive, sensoriali e un vero e proprio delirio. Ecco, l’uso di cannabis può quadruplicare questo rischio. La psicosi ha un rischio genetico di base, chi è a basso rischio genetico e si fa le canne non vede molto aumentare il proprio rischio di psicosi, ma questo aumenta tantissimo in chi è ad alto rischio genetico».

Quale lezione ci viene dai paesi come il Colorado, che hanno legalizzato la cannabis?

«Il Colorado e l’Oregon, per esempio, hanno legalizzato la marijuana e, come conseguenza, hanno avuto un aumento di incidenti stradali, di omicidi e violenze, specie sulle donne, e un aumento di malattie psichiatriche (clicca qui per approfondire).

In Italia nel 2018 sono state ritirate più di 5000 patenti a chi guidava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti ed altre 20.000 patenti a chi è stato trovato in possesso di droga, onde evitare disastri sulle strade. Il referendum radicale voleva cancellare tutta la parte preventiva: avremmo così almeno 20.000 consumatori abituali di sostanze stupefacenti in giro per le nostre strade».

E la cannabis terapeutica?

«Fumo negli occhi. Chi mai vuole vietare la cannabis terapeutica, se funziona? Nessuno. Semplicemente andrebbe presa dietro prescrizione medica, come tanti altri farmaci che in certe condizioni e a certi dosaggi sono utili, in altre e con altri dosaggi diventano veleni».

Ma legalizzare la droga potrebbe servire a colpire le mafie e il traffico clandestino, o no?

«Pura propaganda. Il magistrato Paolo Borsellino, poi ucciso dalla mafia, ha spiegato molto bene l’assurdità di tale tesi il 26 gennaio 1989: “Qualcuno ha sostenuto: se noi eliminiamo il traffico clandestino e legalizziamo il consumo di droga abbiamo contemporaneamente levato dalle mani della mafia la possibilità di fare tutti questi guadagni illeciti ed essere così potente. Tuttavia forse non si riflette che la legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino anzi avviene che le categorie più deboli e meno protette saranno le prime ad essere investite dal mercato clandestino, perché non riesco ad immaginare una forma di legalizzazione che consenta al minore di entrare in farmacia e andarsi a comprare la dose di eroina… E’ chiaro quindi che ci sarebbe questa fascia di minori che sarebbe immediatamente investita dal residuo traffico clandestino, che diventerebbe estremamente più pericoloso, perché diretto a coloro che per ragioni di età non possono entrare nel mercato ufficiale, quindi alle categorie più deboli e più da proteggere. E verrebbe ad alimentare inoltre le droghe più micidiali, cioè quelle che non potrebbero essere vendute in farmacia non fosse altro perché i farmacisti a buon diritto si rifiuterebbero di vendere. Conseguentemente mi sembra che sia da dilettanti di criminologia pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si leverebbero così le unghie all’artiglio della mafia. E inoltre, come vi ho detto, ammesso che per assurda ipotesi questa liberalizzazione – che già procurerebbe danni enormi di altro genere – potesse levare dalle mani questo artiglio dalle unghie della mafia, siccome la mafia non è, e non è soltanto, traffico di sostanze stupefacenti, riconvertirebbe immediatamente la sua attività e pesantemente in altri settori».

Altre voci?

«Anche un altro magistrato in prima linea, vivente, come Nicola Gratteri, è stato assai chiaro» (clicca qui per leggere le sue dichiarazioni)

Per concludere?

«Per concludere direi che se oggi gli “eroi” di molti media e di molti “intellettuali” o influencer sono i promotori di suicidio e droga c’è qualcosa che non va. C’è un vuoto esistenziale che ci sta risucchiando, come un buco nero. Serve ridare un significato all’esistenza. Vede, i nostri nonni erano stati educati a vedere la vita come un dono e come un compito: un dono, da godere e per cui gioire, un compito, un dovere da portare a termine. Con questa consapevolezza affrontavano con molta più forza ed allegria vicende spesso ben più drammatiche di quelle odierne. E’ la differenza che corre tra una civiltà che ha un’anima, ed una che la sta perdendo»

Intervista apparsa su La voce del Trentino

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