Angelo Vescovi: perché le droghe “leggere” sono un falso scientifico

«Dal punto di vista scientifico, liberalizzare il consumo di sostanze psicoattive mi sembra una pura follia. Soprattutto verso le persone più fragili, per età o condizioni sociali o proprie». Angelo Vescovi, direttore scientifico dell’ospedale Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia-Roma), è il presidente del Comitato #nodrogalegale, costituitosi recentemente per sviluppare un’azione di contrasto – informativo e istituzionale – in vista del possibile referendum per liberalizzare consumo e coltivazione delle cosiddette droghe leggere. A 17 anni dall’impegno logorante nella campagna referendaria a favore della legge 40, Vescovi si è convinto a tornare in campo: «Non potevo evitarlo. In molti campi la società non aiuta i giovani, ma credo che questo sia il pinnacolo della falsità».

Nel vostro primo comunicato si legge che la definizione di droghe leggere è scientificamente inappropriata. Perché?


Stiamo parlando di sostanze che sono veri farmaci (i quali, non a caso, in inglese si chiamano drugs): come non esistono farmaci leggeri o pesanti, non esistono droghe leggere o pesanti. Esistono sostanze con effetti farmacologici “mediamente” intensi o meno intensi. Trattandosi di sostanze neuroattive, cioè che agiscono sul sistema nervoso centrale (al punto tale che gli stessi proponenti del referendum suggeriscono di utilizzarle come farmaci per legittime terapie), è paradossale chiederne la liberalizzazione. Sono sostanze (cioè farmaci) che con varie gradazioni di intensità procurano dipendenza, in primis psicologica, ma anche biochimica e neurochimica. Gli effetti potrebbero – e sottolineo potrebbero – essere meno intensi, ma la parola “leggere” è fuorviante: tende a minimizzare effetti che a lungo termine possono essere devastanti. Ci sono chiare modificazioni delle attività cerebrali, che si possono addirittura vedere nelle risonanze magnetiche funzionali di soggetti che di queste droghe “leggere” fanno un uso reiterato intenso e prolungato. Un referendum per liberalizzarne il consumo a me non sembra un approccio sensato, ma una pura follia.

Procurano sempre dipendenza? E perché sono pericolose?


Io sono neurofarmacologo, ho cominciato la tesi sui fenomeni di dipendenza da parte dei neuroni, a partire da farmaci per il Parkinson. Il meccanismo è comune: qualunque sostanza direttamente attiva sul cervello (cioè che ha una azione biochimica diretta sulle cellule nervose) tende a creare la dipendenza, proprio per il modo in cui è stato creato il cervello. La dipendenza è prima a livello recettoriale, dove la sostanza agisce, poi a livello di reti nervose. Queste sostanze vanno a influenzare il “sistema di appagamento” (reward system) per cui fanno provare una sensazione di piacere, legata all’appagamento che tende – per sua natura – a dare assuefazione. La morfina, per esempio, dà ottundimento stimolando il sistema dei recettori degli oppiacei, che sono chiave nel sistema di appagamento. Dopo due o tre assunzioni però, il sistema di recettori – su cui il farmaco agisce – tende a reagire di meno, va in adattamento: quindi il soggetto aumenta sempre più la dose. Fino al punto in cui, se non assume la sostanza, il sistema ne ha bisogno e scatena la crisi: questa è la dipendenza da oppiacei, di tipo recettoriale, fisica. Le sostanze che danno dipendenza partono dal cibo e arrivano alla morfina: in mezzo ci sono tutte le altre, dall’alcol alla nicotina. Sono gradazioni, ma quelle di cui si vorrebbe la liberalizzazione stanno nella parte medio-alta.

Il vostro rifiuto della “cultura dello sballo” è un discorso morale?
No, puramente logico, questa richiesta di liberalizzare le droghe è illogica a livello di scienza, ed è una gigantesca bugia per la società. Soprattutto nei confronti dei giovani, che hanno un sistema psicologico ed emotivo in via di formazione, e delle persone più fragili per mille altri motivi. Fuorviate dalla dicitura “leggere” e dalla liberalizzazione, possono pensare di trovare un aiuto non pericoloso nell’uso e poi nell’abuso: lo trovo un gigantesco inganno. Senza dimenticare che va protetto il carattere delle persone in formazione. Nel referendum vedo una forma di demagogia che mi preoccupa. Ai giovani, cui lasciamo un mondo pieno di problemi e privo di riferimenti, ai quali fatichiamo a dare un futuro (anche economico), cosa proponiamo? Non un referendum per abolire ciò che ostacola il loro sviluppo ma per rendere loro facile l’accesso alla droga: non vi diamo soluzioni, vi diamo l’oppio, l’oblio. Si danneggia un’intera generazione.

Crede che l’informazione sia falsata su questo tema?
È importante fornire un’informazione onesta e puntuale, per tradurre la scienza in espressioni comprensibili anche alle persone semplici. Certamente esiste un mainstream che – senza essere documentato – parla di droghe leggere, non pericolose, a cui tutti devono avere accesso, per un liberismo totale. E dimentica che queste sostanze danno dipendenza e sono neuroattive. Non è da illuminati promuoverne l’accesso, serve una discussione chiara e seria: noi ci basiamo su una disamina oggettiva dei fatti scientifici e miriamo allo sviluppo di una società sana, in tutti i sensi.

Fonte: Avvenire

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