Renzo Puccetti su eutanasia e diritto

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Il quotidiano La verità ha ospitato un dibattito su eutanasia e fine vita. Riportiamo qui l’articolo uscito tempo orsono, ma sempre attuale,, a firma Renzo Puccetti, in risposta ad un articolo, pro eutanasia, di Bruno Tinti.

Sono doppiamente grato al dottor Bruno Tinti, sia per avere voluto considerare il mio intervento precedente, sia per concedermi la possibilità, attraverso le sue ulteriori riflessioni, di svolgere alcune altre considerazioni su quell’aspetto del fine vita costituito da eutanasia e suicidio assistito. Mi dispiace se il mio precedente intervento lo ha costretto a notti insonni, spero che queste mie ulteriori parole non provochino un analogo effetto collaterale. Prima di procedere è necessaria una precisazione. Non è esatto, come afferma Tinti, che suicidio assistito ed eutanasianon abbiano nessuna relazione reciproca. In entrambi i casi si ritiene che la morte sia da preferirsi alla vita.

E non è neppure corretto affermare che l’eutanasia “si ha quando la morte viene decisa da altri”. In bioetica infatti si distingue l’eutanasia involontaria (contro la volontà del paziente), quella non volontaria (senza consenso né assenso del paziente) e infine l’eutanasia volontaria (eseguita col consenso del paziente). Il suicidio assistito è dunque un’eutanasia volontaria attuata su se stessi. Nel suo primo intervento Tinti propone una doppia linea argomentativa abbastanza classica che nel 1976 il giurista Lombardi Vallauri descrisse in riferimento all’aborto indicandola come “abortismo libertario” e “abortismo umanitario”. Si tratta di qualifiche a tutti gli effetti valide anche per la rivendicazione del diritto a eutanasia e suicidio assistito. Quando Tinti afferma: “Non penserei mai di obbligarti a commettere un suicidio ma mi rifiuto di riconoscerti il diritto di obbligare me a non commetterlo”, o ancora quando scrive che “il suicidio assistito non lede nessuno tranne il poveretto che non ne può più”, egli svolge una rivendicazione di eutanasismo libertario.

Ma il suicidio assistito, quando legalizzato, non lede direttamente solo la persona che lo commette e lo subisce, ma tocca ogni uomo in quanto attuale o potenziale sofferente dicendogli: “Vi sono persone che nelle tue stesse condizioni decidono di farla finita, se anche tu la pensi così, la comunità non si oppone”. Davvero si pensa che un tale messaggio sia del tutto asettico e non modifichi l’ambiente etico influenzando le scelte? in Svizzera in solo 14 anni i suicidi assistiti sono passati da meno di 2 a 10 ogni 100.000. In Olanda il numero di eutanasie era 1.626 nel 2003 ed è salito progressivamente fino ad arrivare a 6.091 nel 2016 (141 persone affette da demenza, 60 da patologie psichiatriche). In Belgio dai 235 casi del primo anno di piena applicazione della legge, si è raggiunta la cifra di 2.024 eutanasie nel 2016.

Non è certo l’inesistente variazione d’incidenza delle varie patologie, ad avere alimentato la crescita, ma la diffusione della convinzione che continuare a vivere è solo una possibilità, una possibilità da giustificare a se stessi e alla società. Lo conferma anche la progressiva estensione delle indicazioni: dall’eutanasia volontaria in fase terminale all’eutanasia su pazienti cronici, dalla patologia somatica, a quella psichica e poi ancora a quella “esistenziale”, dagli adulti ai minori e da questi ai neonati. Tale sviluppo è spinto da un insopprimibile principio di coerenza che parte dal combinato che la sofferenza è un’istanza soggettiva, non giudicabile dall’esterno, e tutti devono potere accedere ai servizi eutanasici a prescindere dalla patologia, dalla capacità o meno di esprimere il consenso, dall’età. Una recente analisi pubblicata su Current Oncology mostra che in un caso su 5 nell’Olanda la morte è provocata senza il consenso esplicito del paziente, mentre in Belgio tale cifra triplica. Incidentalmente tra chi rivendica in maniera libertaria l’eutanasia non di rado si possono scorgere almeno due contraddizioni. I maggiori sostenitori del diritto di totale proprietà e distruzione della propria persona (nel regno dei fini del laico Kant la persona non ammette equivalenti e dunque possiede una dignità) sono anche i più ferventi sostenitori politici della limitazione dei diritti da parte dello Stato su ciò che è una proprietà dell’individuo, è sostituibile e dunque ha un valore (ma non dignità).

Pensiamo alla limitazione della libertà di disposizione successoria costituita dalla quota di legittima (con la sola eccezione dei casi di indegnità ex art. 463 del c.c.), alla limitazione dello ius edificandi, alla sovratassazione indiretta delle quote di risparmio sopravvissute alla tassazione diretta. Inoltre i libertari sostengono che il suicida assistito non fa male a nessuno, ma se ne scordano quando si tratta di esprimere un giudizio sull’aborto, dove la scienza ha dimostrato che il concepito non è una parte del corpo della donna. Tinti narra di una donna che voleva interrompere la dialisi renale rimanendo in ospedale solo per potervi morire, ma una volta dimessa ritornava a casa. Caduta di nuovo in coma uremico, veniva riportata dalla madre in ospedale dove veniva di nuovo dializzata e infine, non riuscendo a darsi la morte, finì qualche tempo dopo per suicidarsi gettandosi dalla finestra. Egli propone con questo racconto il tema dell’eutanasismo umanitario, dove l’eutanasia è sì un male, ma un male minore rispetto alle altre modalità di darsi la morte. Hannah Arendt osservava che “chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di avere scelto comunque a favore di un male”. Marjorie Neighbert da attiva donna d’affari non voleva vivere attaccata al sondino, ma, una volta colpita da ictus, per il rispetto di quelle sue volontà morì di sete invocando inutilmente che le fosse dato acqua.

Con Voltaire, che si dichiarava convinto essere meglio rischiare di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente, preferisco che una persona viva un po’ più di quanto desiderato che un po’ meno. Rimanendo sul piano fattuale, oltre ai numeri già ricordati, il dottor Ronald Clearkin è intervenuto sul British Medical Journal del 3 agosto portando prove di come l’eutanasia legale non ha fatto scomparire l’eutanasia clandestina e quanto i protocolli procedurali, ogni volta che sono incappati in una qualche violazione della legge, hanno prodotto un’interpretazione della legge accomodante con la pratica seguita. In Olanda è balzato alle cronache il caso di un’ottantenne affetta da demenza. Sebbene avesse in precedenza espresso il desiderio eutanasico, negli ultmi giorni aveva cambiato idea. Il medico le aveva messo nel caffè un sedativo, ma la dose, rivelatasi insufficiente, lo ha costretto a richiedere l’intervento dei parenti per immobilizzarla e poterle iniettare la dose letale. Esaminato dalla commissione medica, è stato totalmente scagionato. Il presidente della commissione ha auspicato che il caso giunga in tribunale non per una punizione, ma perché i giudici possano stabilire con questo precedente fino a che punto un medico si possa spingere.

Lo psichiatra Boudewijn Chabot, vera e propria icona del movimento per la buona morte olandese, nel 1991 attore dell’eutanasia di una donna di 50 anni da lui giudicata sana di mente e desiderosa di seguire i figli entrambi morti intorno ai 20 anni, uno suicidatosi e l’altro per cancro, ha dichiarato che “le garanzie legali dell’eutanasia si stanno lentamente erodendo, la legge non protegge più le persone con disturbi psichiatrici e demenza […] Non riesco ad immaginare come fare rientrare il genio nella bottiglia. Sarebbe già molto se riconoscessimo che è scappato fuori”. Tinti si è dichiarato fiducioso nel diritto positivo e convinto che “se si rivela carente la legge va cambiata”. Se da un lato cosa egli intenda per “carente” non mi è chiaro, trattandosi di un termine polisemico che può indicare una legge inefficace, contraddittoria, oppure ingiusta (ma in questo caso il giudizio non può che sorgere dal confronto con un principio metagiuridico) mi domando: “E nel frattempo chi è responsabile delle vittime di tale carenza?”.

Anche Gustave Radbruch era un positivista, fino a quando però egli “non vide quanto la legge potesse arrivare ad essere carente nel servire la giustizia nella Germania nazista. Allora egli formulò la dottrina dell’ingiustizia legale e del diritto sovralegale cristallizzandola nella sua celebre formula. In realtà ciò di cui Tinti mi accusa, la mancanza di senso pratico sacrificato alla difesa di un principio, è ciò che a me sembra un grave limite nel suo ragionamento: l’incapacità di attingere dall’esperienza del passato e di proiettare le scelte di oggi nel futuro. Scrisse per noi, che oggi rischiamo di dimenticare, il dottor Leo Alexander, psichiatra di origine ebrea e capo consulente dell’accusa al processo di Norimberga contro i medici nazisti, quando sul New England Journal of Medicine del luglio 1949 ci invitò a fare tesoro del passato dicendo che “il cuneo infinitamente piccolo che ha funzionato da leva perché questa intera linea di pensiero (eutanasico n.d.r.) ricevesse impeto è stata l’atteggiamento nei confronti del malato non recuperabile”. Ed è invece un invito a sapere immaginare il futuro quello che il conservatore Richard Weaver rivolse un anno prima ammonendo che “Le idee hanno conseguenze”. Le cattive idee portano a gravi conseguenze, rinunciarvi non è paralizzante, ma è esercizio di prudenza, tanto più necessario, quanto più sono evidenti gli indizi disponibili.

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