SILVIA STUCCHI: “A CENA CON NERONE!” Un mondo di opulenti che il cristianesimo conquisterà al Sommo Bene

Sembrerebbe solo un libro di curiosità culinarie. L’Autrice ricostruisce usi e costumi della Roma dell’epoca d’oro, della opulenta Roma e, poi, della Domus Aurea, che ne rappresenterà il culmine. Testi alla mano degli autori più noti, come Cicerone, Silvia Stucchi indaga tra le pieghe dell’animo dei suoi ospiti con simpatia e rispetto.

Ci introdurrà alla cena luculliana, nel vero senso della parola, a quei

banchetti lucullianamente sfarzosi, la cui terminologia permane nel nostro linguaggio.

L’opulenza dei potenti, di un mondo che doveva sempre dimostrare qualcosa in più ai propri amici, trasuda da ogni pagina. Certo, questo avveniva nelle dimore importati, non raramente sognate dai poveri che mai sono mancati.

Sontuoso banchetto romano

La Domus aurea durò ben pochi anni, dal 68 al 104 d. C., trentasei in tutto. Ma Lucio Licinio Lucullo era vissuto ben prima, dal 117 al 56 a. C., e il suo immenso patrimonio ancora non bastava per convincere che Egli fosse quel che dicesse di essere.

Cicerone lo canzonava, accusandolo di ricorrere a pose, ad apparenze e che, sorprendendolo in casa, non si sarebbe rimediato che un povero pasto. Lucullo allora, racconta l’avvincente narrazione di Silvia Stucchi, per smentirlo, “invitò a casa sua, sui due piedi, Cicerone e Pompeo, che era con lui, con altri amici, ma senza avvertire i suoi cuochi, unicamente chiedendo di mandare uno schiavo a pregare i camerieri e i valletti di apparecchiare nella Sala di Apollo. I camerieri, però, capirono subito, data quella che era a tutti gli effetti una parola d’ordine, che bisognava allestire un banchetto sontuoso per ospiti numerosi e di alto livello. E i commensali, con loro grande sorpresa, si trovarono imbandito un menu a base di ogni tipo di ghiottonerie e raffinatezze”

Carne, cereali e legumi ai ricchi, mentre ai poveri restavano solo legumi, cereali e verdure, queste reperibili anche in un povero orto. La carne era il simbolo della ricchezza, miraggio di chi sempre era inseguito dalla paura di restare poveri e dimenticati.

Ma cosa resta di quella Domus aurea, simbolo di quella potenza di un impero che rendeva grandi solo per il fatto di appartenervi, o di esserne un console, o un senatore? Non poche sale e gallerie, difficilmente accessibili, ma che seppero stupire, benché sepolte, gli artisti e i potenti del Rinascimento.


Domus aurea, le Grottesche

Disposta su una superficie di circa 2.190.000 m2, fu poi interrata e soppiantata dagli edifici di Traiano, a infamia del predecessore. Un opulento e un sanguinario seppelliva un altro opulento e sanguinario.

Ma questa è la storia del mondo, non per niente il Cielo si piegò sulla terra e ne discese il Salvatore per ricordare che «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4) e lo dice Gesù rispondendo al diavolo nelle Tentazioni del deserto.

Certo non andava meglio nel resto del mondo antico e nemmeno nell’antica Giudea, dalla cui regale discendenza Cristo stesso sarebbe nato. Da Erode il Grande ad Erode Antipa, le dinastie di Israele non servirono forse il Principe di questo mondo (Gv 12, 31); l’ingordigia e la sete di potere non misero in lotta il regno del Nord e quello del Sud, rendendolo debole e vittima di successivi invasori Assiri, Babilonesi, Persiani, Romani …?

Duccio di Buoninsegna: Registro principale (verso) – Cristo davanti a Pilato e Cristo davanti ad Erode, Museo dell’Opera del Duomo, Siena.

Ma non dico questo per stupirci del peccato dell’uomo o del suo sogno di sfuggire alla paura della povertà e dell’indigenza. Bensì per invitare a conoscere quel sogno che illude l’uomo di poterlo rendere signore della terra costruendo una mondo senza Dio.

Lo studio, dunque, dei costumi dell’antichità, risalendo alle fonti illustri di uomini che non furono necessariamente i peggiori, ma che seppero raccontare i vizi, come pure le virtù dei padri, è un aiuto a comprendere proprio quella necessità della salvezza senza la quale un ricco debba sempre dimostrare di essere ancor più ricco e potente per essere accettato.

Lo sconosciuto rabbino di Galilea, invece, ricorrendo a quelle immagini care tanto al ricco che al povero, seppe illustrare, attraverso le metafore del Regno e del Banchetto, che quel sogno dell’uomo è realizzabile solo se non si accumula la disonesta ricchezza. Nelle parabole del Regno, proprio ad immagini come Re e invitati ricorrerà Gesù, e la più potente sarà quella del banchetto sontuoso, poiché se il desiderio di godere dei beni con agio è insito nell’uomo decaduto, per Gesù è testimonianza e nostalgia di un banchetto più grande in cui l’ultimo diviene il primo e il povero potrà indossare la veste nuziale. Allora la disonesta ricchezza è partecipata e non rapinata, essa è immagine di amore e non di egoismo.

Tuttavia, questo studio serio e appassionato non ci mostra solo l’ostentazione dei più ricchi, ma quegli usi e costumi, interessanti anche per i segni della quotidianità nostra, come quando si intrattiene a parlare delle suppellettili e posate, o del triclinium o dell’inesistente forchetta, o degli sgabelli riservati agli schiavi e non ai nobili … o delle decorazioni delle sale. Né si tralascia il filosofare e poetare che intervallavano la consumazione dei pasti perché l’uomo non nutrisse solo il corpo, ma anche lo spirito. Allora lo studio di quel mondo non è per nulla inutile, ma ci aiuta ad accostare quel cuore umano del quale sempre Dio ha pietà e per il quale a tutto ha saputo rinunciare, incarnandosi e morendo in croce per elevarlo alle imperiture ricchezze.

Agostino d’Ippona

In fondo, non aveva ragione Sant’Agostino, asserendo che tutto ciò che è, in quanto è, è bene e proviene dal Sommo Bene, supremo essere? Esiste una gerarchia dei beni, che va dal Sommo Bene, Dio, a ciò che è soltanto corporeo. Il livello spirituale si trova nel mondo sensibile solo in forma indebolita e imperfetta, ma anche le entità del mondo sensibile, in quanto dotate di essere, non sono male. Il male non è altro che mancanza, non essere, come la cecità è rispetto alla vista. La bontà di quest’ ordine risulta dall’ insieme dei suoi costituenti, non dalle cose singolarmente prese. E proprio la rilettura di Cicerone e di Plotino gli gioverà a scoprire la corretta gerarchia dei beni in ordine al Bene sommo.

Così, lo studio di quale potesse essere un “antipasto da re”, come ce lo propone la Professoressa Stucchi, con le sue leccornie, e che per noi sarebbe già un pasto abbondante, ci potrà guidare a riscoprire quel senso della bellezza che, se fine a sé stessa, al termine, ci lascerebbe l’amaro in bocca, un inseguire ricchezze mai sufficienti, ma se guardata nel giusto modo, quale immagine di quell’altro che non perisce, gioverà non solo a trascorrere luminose ore in una lieta lettura, ma gioverà allo spirito, per nutrire la nostalgia di un mondo ulteriore.

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