PERLE PREZIOSE Seconda parte

Sono molto lieto di iniziare oggi, 1 ottobre 2021, festa di Santa Teresa di Lisieux, la trascrizione della seconda parte della rubrica che fra Roberto Brunelli tiene dai microfoni di Radio Maria, dedicata alle perle di spiritualità e umanità che ci vengono dalla grande letteratura. La sua rubrica è dedicata ogni volta a tre personaggi, che possono essere santi o letterati. Anche questa ha avuto inizio con i pensieri dello scrittore russo Andrej Sinjavskij.

Santa Teresa di Lisieux ha scelto di rinchiudersi in un monastero carmelitano per poter essere, attraverso la preghiera e l’offerta delle sue sofferenze una piccola via che porta al cuore della Chiesa, che è l’Amore. Anche Andrej Sinjavskij, pur essendo stato rinchiuso per sette anni in un gulag sovietico trova in Cristo la forza per vivere quella terribile situazione. I suoi pensieri sono una testimonianza di che cosa vuol dire libertà dello spirito. Ndt.

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Buon giorno a tutti gli ascoltatori di Radio Maria!

Questo è un programma che tratta di perle preziose, una lettura di testi scelti di letteratura e di spiritualità cristiana, Io sono fra Roberto, un frate francescano che cerca di raccoglierle e di offrirvele. La scorsa puntata avevamo parlato di Andrej Sinjavskij, uno scrittore e critico letterario russo nato a Mosca nel 1925. Fu arrestato e condannato in un celebre processo nel 1966. Liberato nel 1971, Sinjavskij emigrò nel 1973 a Parigi dove insegnò letteratura russa alla Sorbona. È morto a Parigi nel 1997.

Pur prigioniero per 7 anni in un gulag russo, Sinjavskij diventa un uomo interiormente libero. Nel silenzio del confinamento siberiano egli avverte la voce di Dio, e scrive: «Dobbiamo agli agi cittadini e al progresso tecnico se la fede in Dio va scomparendo. Circondati dalle cose fatte da noi, ci siamo sentiti creatori dell’universo. Posso forse vedere Dio in un mondo dove ad ogni passo mi imbatto nell’uomo? La voce di Dio risuonava nel deserto, nel silenzio. Oggi il deserto e il silenzio non ci bastano più. Abbiamo moltiplicato il rumore e RIEMPITO TUTTO DI NOI STESSI. Dopodiché ci meravigliamo che il Signore non si manifesti?».

Questo pensiero, scritto negli anni Sessanta, è oggi vero più che mai. Esiste una congiura del rumore, delle macchine che nascondono gli spazi di intimità divina e impediscono la manifestazione di Dio. E adesso leggiamo altri brani tratti da PENSIERI IMPROVVISI, un famoso libro di Sinjavskij tradotto in italiano dalla Jaca Book.

«Forse la vita non è che un crescere dell’anima. Si, un’anima immortale; qualcosa che si trasforma e si invola. Parlando con maggior proprietà, non è che essa cresca e si sviluppi, ma dimora nascosta in te mentre tu maturi nell’attesa di un contatto più o meno profondo con lei. Bisogna che l’’anima si ricordi e faccia amicizia con te, e conoscendoti serbi una piccola parte della tua persona. In questo consiste il senso dell’espressione: È GIUNTA L’ORA DI PENSARE ALL’ANIMA; ossia è l’ora di stringere saldi vincoli con la propria anima, perché l’anima pensi a te. È difficile che si trovino anime cattive negli uomini. Può capitare in un individuo ove si sia insediata un’anima estranea, inumana. L’ultimo dei farabutti è convinto di essere, malgrado tutto, buono nella profondità dell’anima. E dell’individuo decisamente malvagio si dice che NON HA ANIMA. In realtà è probabile che gli resti ancora un’anima, ma in una zona così profonda che ormai non ha più nessun contatto con lui. NON SI PUÒ UCIDERE L’ANIMA, MA LA PROPRIA PERSONA SI, PERDENDO L’ANIMA. L’anima non dipende da te: dipendi tu dall’anima e sei sotto la sua tutela, se riesci ad accorgertene».

E ora un pensiero cristologico. Dice Sinjavskij: «Ogni individuo dotato di personalità è ripugnante se eccessivo. La personalità è sempre un capitale, anche se composta di virtù, di intelligenza e di talento. Distribuisci i tuoi beni! Il Cristo amò quelli che non erano nessuno, ed Egli stesso non è forse nessuno?

Come uomo dotato di personalità, Egli è anzitutto inespressivo e perciò inesprimibile. E in ogni modo tutt’altro che un originale. La frase “personalità di Gesù Cristo” suona come una bestemmia. La sua è una personalità a rovescio, negativa. Non lo chiameresti un genio. IL GENIO È PIENO DI SÉ: è un capitalista! Vampirismo del genio; culto dei geni, iniziato durante il Rinascimento; e DISINTERESSE DELLA SANTITÀ, che risplende sempre, non della sua, ma della tua luce, o Signore!».

E adesso un altro pensiero sui motivi della fede. «Non bisogna credere per tradizione, per paura della morte, oppure per mettere le mani avanti, o perché c’è qualcuno che comanda e incute timore; oppure, ancora, per ragioni umanistiche; per salvarsi e fare l’originale. BISOGNA CREDERE PER LA SEMPLICE RAGIONE CHE DIO ESISTE».

E ora ancora due brani sulla natura. «La natura che ci circonda: foresta, monti, cielo, è la forma per noi più accessibile e visibile dell’eternità. La sua imitazione tangibile, immagine, personificazione. Lo stesso estendersi della natura nel tempo e nello spazio, la sua lunghezza e grandezza in confronto col nostro corpo, suggeriscono il pensiero dell’Eterno e destano nell’uomo diffidenza verso la sua limitata esistenza, Ma che dire della coesistenza di vecchiaia e di gioventù, di complessità e di semplicità, di movimento e di inerzia, di saggezza e di ingenuità in un albero qualunque? Di questo immutabile avvicendarsi delle stagioni; della notte e del giorno che ripetendosi ogni volta schiudono la via al nuovo? E la indifferenza della natura al bene e al male? La indifferenza di fronte alla certezza che alla fine tutto si rivela in un bene? A noi che non disponiamo di un’altra evasione, questa pienezza dell’essere, presaga di eternità, ci permette di ritirarci nella natura come un tempo ci si ritirava in un convento».

E ancora. «Le leggi della natura sono un miracolo che si espande nello spazio e nel tempo. Grazie ad esse i fiocchi di neve, Mammut, i tramonti solari ed altri capolavori della creazione hanno la possibilità di esistere più o meno a lungo, di risorgere periodicamente, di svilupparsi seguendo una determinata tradizione: la tradizione della conservazione dell’energia; la tradizione della gravitazione terrestre e via dicendo. Un nuovo miracolo può rompere la tradizione: miracolo eccezionale o anche costante, fisso come la legge, in un’epoca, periodo o pianeta diverso. La cosmogonia divina si è trasformata oggigiorno in un argomento umoristico. Ma se toccassimo seriamente l’argomento? Ogni fiorellino induce all’estasi, alla meraviglia! Guarda come è fatto! E in ogni piccolo seme, in ogni granello di polline è già presente il futuro dei dodici petali. Nella natura ci imbattiamo in ogni passo con l’arte. L’architettura dei monti è un preavviso del gotico. Nuvole e pozzanghere sono realizzate nel gusto dei macchiaioli. Nella creazione dell’uomo sono in atto i principi di una rappresentazione plastico-figurativa a immagine del Creatore. Ciò nonostante, qualcosa di diverso. Cantanti e musicisti che volano in aria e guizzano sull’erba. Cambiamento di stile con l’avvento dei ghiacciai e l’eruzione dei vulcani. Un museo vivente dove tutto si rinnova e si conserva; dove tutto, come nell’arte, è sufficientemente reale e sufficientemente illusorio».

E ora alcuni pensieri sul cristianesimo. «I sentimenti cristiani autentici contrastano con la nostra natura; sono anormali, paradossali. Ti colpiscono e tu ti rallegri. Le disgrazie si rovesciano su di te e tu sei felice. Non sfuggi dalla morte, ma ne sei attratto, e in anticipo ti assimili ai morti. A ogni individuo sano, normale, tutto ciò appare selvaggio. La natura insegna a temere la morte, a evitare la sofferenza, a piangere di dolore. Qui avviene il contrario. “Contro natura”, dicono gli umanisti. “Sovrannaturale”, dicono i cristiani. E nessun calcolo a scadenza. pazientiamo qui per essere beati di là”: calcolo da usurai. Le reazioni opposto sorgono senza premeditazione, involontariamente.

Ma appena predoni chi ti ha offeso, la gioia inonda la tua anima come se un nodo inestricabile fosse stato tagliato. E se prendiamo questa leggerezza e gaudio dell’anima, non già come un effetto ma come una causa. Il perdono e qualsiasi altra reazione contraria al male sofferto, si riveleranno irresistibili senza bisogno di sforzi, né di particolari ricerche. Non si tratta di superare la natura, ma di sostituirla con un’altra natura a noi ignota che insegna a essere malati, a patire, a morire, e libera dalla servitù del terrore e dall’odio.

I pensieri intorno a Dio sono inesauribili e grandi come il mare. Ti travolgono. Ci affoghi dentro con la testa e le braccia, senza toccare il fondo. Nella nostra coscienza Dio è un concetto così ampio da formare una contraddizione persino nel quadro di un’unica dottrina religiosa. EGLI È L’INCONOSCIBILE E IL CONOSCIBILE. Dovunque l’inaccessibile e l’immediato, l’irrazionale e illogico per eccellenza. Nessun altro concetto ammette un’oscillazione di significato più vasta. Offre tante possibilità di comprensione e interpretazione, ferma restando, in pari tempo, la certezza della sua assoluta precisione.

Questo fatto dice già l’importanza della persona che si cela dietro il concetto e dell’oggetto delle nostre credenze, delle nostre meditazioni. Si può credere in Dio in modi diversi. Si può pensare a Lui senza fine. Incontenibile ed essenziale, Egli abbraccia tutto ed è dovunque presente. IL FENOMENO PIÙ ENORME, UNICO NEL MONDO! FUORI DI LUI NON ESISTE NULLA!».

E ora un altro pensiero sulla Chiesa, la modernità della Chiesa, l’eternità della Chiesa. Sentiremo. Dice Sinjavskij: «La chiesa non può non essere conservatrice se vuole restare fedele alla tradizione. Non ha il diritto di affermare oggi questo e domani quell’altro a seconda degli interessi del progresso. Nessuna riforma religiosa, per quanto seria e profonda si è mai adeguata al presente, ma ha sempre avuto di mira il passato. Ha teso verso le origini; verso gli inizi della fede, anche se si è confusa nella sua divulgazione. Ma prescindendo pure da questa sua volontà di preservare una santità originaria, di rispettare un divino precetto, la Chiesa immancabilmente si lascia superare dagli avvenimenti per portare sino a noi – restando fuori del tempo -, L’AROMA E IL SAPORE DELL’ETERNITÀ. L’arcaicità del rito con le sue forme cristallizzate, corrisponde e si assimila a un cielo che non inclina a evolvere con la rapidità della storia.

Questa naturale lentezza nel reagire al presente minaccia la Chiesa di immobilismo, di atrofia. Ma anche allora Essa è la mummia incorrotta che aspetta l’ora in cui le sarà detto: “Alzati e cammina!”, purché non resti sorda all’appello».

A questo pensiero di Sinjavskij accostiamo un pensiero del cardinal Biffi che denunciava un idolo già indicato da Maritain, della cronolatria o adorazione dell’attualità. E dice Biffi: «Questa cronolatria trapela spesso in modo involontario dal linguaggio d’uso corrente nel quale l’oggettivazione biasimo teorico non è falso, errato, illogico, cattivo, aberrante, ma piuttosto: superato, sorpassato, attardato, vecchio. Non conta tanto la verità, quanto la formulazione recente.

Le idee, come le uova, devono essere di giornata. Veniamo spesso esortati a pregare per gli uomini del nostro tempo, come se qualcuno fosse mai tentato di ricordare nelle sue orazioni gli Assirobabilonesi. O a vivere nel mondo di oggi contro il pericolo di sconfinare inavvertitamente nell’epoca carolingia. O a impegnarci ad essere moderni, che è un po’ come se una mucca si impegnasse ad avere la coda. Non ci si meraviglia allora di notare come il tema della vita eterna si faccia sempre più raro nei discorsi ecclesiastici, dove invece hanno sempre più larga parte le questioni del tempo presente. Queste, è giusto e doveroso affrontare senza evasioni altisonanti. Ma non di quella, bensì alla luce di quella. Solo con la coscienza sempre pungente della vita eterna e della sua impareggiabile rilevanza, e possibile redimere il tempo presente, ridonandogli senso e spessore.

Si ha talvolta l’impressione che i credenti si ritengano piuttosto mobilitati a riscattare il tempo presente, non dalla vanità e dalla malizia di giorni cattivi, come dice San Paolo agli efesini, ma proprio dall’incombenza oppressiva dell’eterno, il quale se è troppo insistentemente rammentato, si teme non lasci spazio all’inserimento nel quotidiano. Il caso è preoccupante: quando si scambia il fondamento della libertà con la ragione della tirannia; la medicina con la malattia; la fonte dell’energia con la causa della paralisi, le speranze di sopravvivere sono poche».

E allora, con il suo solito umorismo Biffi ci ricorda che la Chiesa dev’essere rivolta al contemporaneo ma anche sempre illuminata dal senso dell’eterno. E ora torniamo a Sinjavskij. «Al confronto di altre religioni il cristianesimo assolve la funzione di una compagnia di assalto, di un drappello di arditi gettato sul punto più pericoloso e infuocato del fronte. Da qualche parte ci dev’essere un’artiglieria, un’aviazione. Ma nell’attacco alla baionetta è questo manipolo di votati alla morte che, dopo aver bruciato dietro di sé i ponti viene lanciato a ridosso delle trincee nemiche nella fornace ardente. Di qui la decisione dell’urto, la risolutezza di andare sino in fondo; la difficoltà dell’eroismo; la intolleranza delle dottrine, cioè la concentrazione e lo slancio di tutte le forze impegnate a sferrare un unico attacco. Guardate gli eroi del cristianesimo. Non molti i contemplativi. Numerosi invece i militanti, che acquistano gloria con la fermezza e la morte. Le vite dei santi sono una casistica di torture e di esecuzioni sopportate da un’armata che ha seguito le orme un Dio giustiziato. Sono soldati che mostrano al mondo cicatrici e ferite come decorazioni al valore. Ma da chi è composta questa armata? Da tutte le nazioni. Da qualsiasi accozzaglia. Persino da delinquenti che si caricano la croce. Ognuno può arruolarsi, anche all’ultimo. Il più ignorante, il più peccatore, purché sia pronto a buttarsi nel fuoco. Ciascuno a corpo a corpo. Ognuno a tu per tu col nemico. È la religione della più grande speranza nata dalla disperazione. È la religione della purezza che si afferma nella coscienza esasperata del peccatore. La religione della risurrezione della carne tra il lezzo della corruzione. Solo nel cristianesimo c’è un contatto diretto con la morte. Il terrore della morte non vi è eliminato, ma sviluppato sino a diventare forza capace di aprire una breccia nel sepolcro e balzare dall’altro lato. Non la contemplazione dell’eternità, ma la conquista nella lotta, nella battaglia, armati di un’arma sola: la prontezza a morire».

E ora concludiamo questa prima parte facendo parlare il figlio di Sinjavskij in un’intervista a Maurizio Vitali. Allora, il giornalista domandava al figlio di Sinjavskij: «Che cosa ricorda del primo incontro con suo padre? “Quando Papà è tornato dal gulag ho scoperto un uomo molto buono e simpatico, che non conoscevo per nulla. E dire che il suo aspetto poteva far paura. Fisicamente distrutto curvo e ingobbito, con la barba lunga. Aveva perso tutti i denti. (Dopo gli anni di lager). Gli occhi gli si illuminavano. Ci siamo subito innamorati l’uno dell’altro. Una corrente speciale è scoccata tra noi fin dal primo giorno”». Non si erano visti mai perché questo figlio era nato proprio nel momento in cui Sinjavskij viene portato nel gulag, quindi la prima volta che si vedono è quando il bambino ha 7 anni. E continua l’intervista: «Che cosa facevate insieme? “Prese subito a leggermi cose veramente straordinarie, di Puskin, Gogol, Kipling, non perché mi facessi una cultura o perché erano libri che non si può non aver letto, ma per farmi scoprire ciò che è meraviglioso!”». Bellissima questa cosa!  È il dovere di ogni padre far scoprire a ogni figlio le meraviglie, il meraviglioso che ci circonda.

“Questa esperienza fu decisiva per me, perché mi fece partecipare dell’atteggiamento di mio padre verso la vita”. Le parlava anche di religione? “Quando fui un po’ più grandicello. Non leggendomi i vangeli, ma sollecitandomi a fargli delle domande. Che cos’è il paradiso? Cos’è il diavolo? Il diavolo nel Medio Evo era visibile dappertutto: in tutte le disgrazie. Adesso è sparito. Perché? Mi rispose così: “Si è trasferito all’interno di noi. Col tempo divenne normale e regolare, seppure non frequentissimo, che mi parlasse di religione, ma aspettava sempre che fossi io a porre delle domande”.

A questo punto segue un’altra domanda del giornalista. «Come avvenne che l’ateo Andrej divenisse cristiano? “Mio padre aveva letto ed amato scrittori religiosi, come Vasilij Rosanov e Berteev. Ma la conversione non fu solo a seguito di una riflessione letteraria. Accadde qualcosa che io non so del tutto spiegare. Fu negli anni Cinquanta. Mio padre e mia madre fecero un viaggio nel nord alla scoperta della vecchia Russia. Qui, tra chiese trasformate in sale da ballo o in stalle, incontrarono gente semplice, che aveva salvato messali, oggetti sacri, icone, E CONSERVATO LA FEDE. Entrambi furono attratti da questa fede semplice, intima, popolare, non ostentata, in cui videro confermata l’antica saggezza del contadino russo. E ripeterono negli anni successivi questi viaggi”».

Furono decisivi certi incontri? domanda il giornalista. E il figlio risponde: “Uno in particolare lasciò in mio padre un segno indelebile. Fu con una anziana contadina, una babuska. Mio padre le spiegò che veniva da Mosca, che era un credente e molto interessato a conoscere in che modo lei e la comunità praticavano la loro fede. “QUANDO SI CREDE SI CONSERVA LA FEDE NEL CUORE”, fu la risposta di questa donna. Per mio padre fu la scoperta della personalizzazione della fede”. Come seppe della prigionia di suo padre? domanda il giornalista. “Me lo rivelò lui stesso nel 1973 sul treno che ci portava via per sempre dalla Russia, appena superata la frontiera della Germania Est con quella dell’Ovest. Fui immediatamente molto fiero di lui, e subito gli feci questa domanda: “Papà, non hai provato a evadere?”. Mi spiegò che era impossibile, e poi aggiunse che in fin dei conti gli anni del gulag, anni terribili, di carcere durissimo, non erano stati poi così cattivi, perché dal punto di vista spirituale lo avevano arricchito”.

In che modo? domanda il giornalista. “C’era arrivato preparato con gli arnesi per affrontare quell’esperienza tremenda. La fede, il suo sguardo, il suo humor, il desiderio di ciò che è meraviglioso. E così nel gulag mio padre andò a cercare l’incredibile, il meraviglioso, l’artistico, lo spirituale, nella gente che aveva attorno, molti dei quali veri delinquenti, assassini spietati, personaggi di una volgarità pazzesca, che comunque lo stimavano perché si sapeva che al processo NON SI ERA PIEGATO AGLI ACCUSATORI”.

E l’ultima domanda, con cui finiamo questa prima parte: Come avete vissuto la caduta del muro di Berlino, nel 1989? “Come un dono del destino”.

Trascrizione iniziata sotto la protezione di Santa Teresa di Lisieux e terminata il 2 ottobre sotto quella dei Santi Angeli Custodi. Difficile non rimanere conquistati da queste PERLE STRAORDIANRIE! Ndt.

Trascrizione di Claudio Forti

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