Ogni cammino ha il suo pane

Safet Zet, Pane nelle mani

Mons. Tarcisio Tironi, che accompagna la liturgia domenicale con i suoi commenti artistici (Oggi è la XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B: 1Re 19, 4-8; Sal 33/34, 2-9; Ef 4, 30-5,2; Gv 6, 41-51) vede

«…nell’immagine dell’opera Pane nelle mani (tempera e collage su carta e tela dell’artista contemporaneo Safet Zec) un grande pane spezzato che occupa la scena centrale.

Le mani di un uomo sposato porgono ad ogni persona, come cibo da mangiare, del pane, … con la crosta fragrante e la mollica luminosa quanto il panno d’intorno.

Come nelle altre opere, il pittore … conferma di prediligere la raffigurazione dell’umanità in cerca di un cibo particolare che le permetta di crescere in com-pagnia (cum-panis) anche nella fragilità di un’esistenza, sempre desiderosa di comunicare. Di traverso, compaiono, infatti, un piccolo ritaglio di pagina stampata e una parte di lettera, scritta a mano, forse da Verona, per uno sconosciuto destinatario.

Zec non mostra il volto dello «Sposo» che, secondo la Bibbia, ama sempre e comunque il suo popolo, e si propone a tutti in ogni momento come «il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia». Il Nazareno si offre ad ogni persona, quale «pane vivo, disceso dal cielo» e promette: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (cf don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S.-Romano di Lombardia Parrocchia di Santa Maria Assunta e San Giacomo Apostolo Maggiore: QUI)

Ma la storia comincia da lontano

Elia Profeta, Icona greca del XV-XVI sec.

Elia profeta del Dio vivente

Elia è il profeta del Dio vivente: il suo nome stesso, che significa: “Jhwh è Dio”, è il programma della sua vita. Uno dei più grandi uomini dell’Antico Testamento. È l’uomo che sta alla Presenza di Dio. Lo zelo, l’ardore, è il tratto essenziale della sua fisionomia tanto che il suo simbolo è il fuoco (Sir 48, 1).

Elia ispirò i Padri del Deserto e fu preso a modello dagli antichi Carmelitani, che lo considerano loro fondatore. Molte sono le folgoranti vicende della sua vita ed egli è considerato ‘colui che  è vivo’. Perché?

Fu rapito dalla terra su un carro di fuoco (2 Re 2, 1ss), scrisse dal paradiso una lettera di rimprovero a Joram, Re di Giuda (2 Cron. 21, 12). Il suo spirito, comunicato al discepolo Eliseo (Ecc. 48, 12), si è poi manifestato lungo i secoli in diversi personaggi, come S. Giovanni Battista (Matt. 11, 14). Elia apparve a fianco di Nostro Signore nella Trasfigurazione (Matt. 17, 3).

Beato Angelico, Trasfigurazione di Gesù, tra Mosé ed Elia, Convento di San Marco, 1438-1440, Firenze.

(Illustriamo così la Trasfigurazione, che vede il Profeta Elia accanto a Gesù, con l’affresco del Domenicano Beato Angelico, vedendo di scorcio, a destra, San Domenico di Guzman, del quale ricorre oggi la Festa e Fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori).

egli tornerà ancora, prima della fine del mondo, per fronteggiare l’Anticristo (Mal. 3, 23; Ap. 11, 3 10).

Possiamo dunque dire, seguendo la tradizione della Chiesa, che la missione profetica di Elia abbraccia tutta la storia dell’umanità. E in Libano, dove Elia vissute, ancor oggi è venerato come “Elia il vivo”.

Elia il pellegrino uomo di Dio

Ma nell’odierna lettura ammiriamo anche la debolezza di Elia, perseguitato dall’onnipotente regina fenicia, che domina in Israele, Gezabele, dalla quale è costretto a fuggire. La fuga, però, si trasforma in un pellegrinaggio, che lo avvicinerà sempre  più a Dio, verso le sorgenti della Parola, ai più antichi ricordi di Israele, nel deserto dell’Oreb-Sinai, da dove nacque il popolo Ebraico, governato dalla Legge di Mosé.

Quel deserto fisico, che lo circonda durante la fuga, diviene il deserto dell’anima di Elia nel quale egli esperimenta la notte dello spirito nella quale l’uomo di Dio e il cristiano incontrano la prova (tentazione) fino a non avvertire la fede comunque instancabili professano.

Elia è spaventato, desidera morire. Si siede sotto ad una ginestra. Fin dall’antichità questa pianta, che giunge fino a tre metri di altezza ed è simbolo di mitezza ed umiltà, crescendo anche in luoghi impervi. I suo fiori ricordano il colore dell’oro e il profumo è quello del miele. Tutti attributi questi che dicono la natura di Elia, uomo dall’aurea e bruciante parola, ricco di umiltà, immagine del Dio vivo.

il Profeta riconosce la sua debolezza di uomo fuggitivo e in essa si rivolge non contro Dio, ma a Dio e in Dio: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Ecco la sua umiltà! Come i Padri è nel deserto, ma non si ritiene migliore di loro!

A questo punto, nell’umiltà e nella conversione, quando egli sembra quasi morto e sconfitto, l’Angelo del Signore, lo tocca, lo cambia, lo consacra a sé per una nuova vita, invitandolo a cibarsi di una focaccia, di pane, e a bere acqua.

La focaccia, fatta di farina, tratta dai chicchi di grano; l’acqua, che, come a Cana, verrà trasformata in vino per lo sposalizio tra Israele e Dio. Ma l’Angelo invita a bere una seconda volta, poiché il cammino è troppo lungo. Già! Due pasti, perché due sono le missioni: quella dell’Antico Israele e quella del Nuovo Israele, che Elia profetizza con la sua stessa esistenza. Due viaggi, quello del Verbo che si fa carne, discendendo dal Cielo, ma senza lasciare la destra del Padre, e quello del Verbo che si fa cibo.

Dopo il secondo pasto, quello che prefigura il pasto del vero cibo, egli si alzò e bevve, potendo così camminare quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio; come Gesù nel deserto, come la Chiesa nella Quaresima e nel mondo.

“Gustate e vedete come è buono il Signore”.

A questa Parola, la Chiesa, nella liturgia, fa risuonare il Sal 33/34 con il ritornello: Gustate e vedete come è buono il Signore.

Gustate il suo Pane e vedete con i Suoi occhi la bontà di Dio anche nella prova.

Immaginiamo che il ritornello responsoriale sia in bocca sia a noi che al Profeta.

Così la benedizione sarà sempre sulla nostra bocca; i poveri potranno rallegrarsi, vedendo la nostra, la mia testimonianza.

Io ti dico: Elia!, cioè: “Jhwh è Dio”!, così esaltiamo il Suo nome!

Poiché ho cercato il Signore ed Egli mi ha risposto liberandomi da ogni paura. Come altrimenti i martiri avrebbero potuto affrontare la prova? Come altrimenti potremmo affrontare oggi le prove della Chiesa?

Guardando a Lui saremo raggianti, come Mosè ed Elia, come i santi che risplendono della sua gloria anche sulla terra, luminosi. E l’Angelo del Signore si accamperà accanto a noi per proteggerci e soprattutto per sostenerci con il pane eucaristico.

Dinanzi a ciò, come non potremo dire: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia”?

Risvegliatevi dall’incredulità

Mentre Elia peregrinò nel deserto fino all’Oreb in spirito di umiltà, Paolo è costretto a richiamare  i fratelli di Efeso a risvegliarsi dall’incredulità figlia dell’orgoglio ed elenca i vizi e le opposte virtù per diventare imitatori di Dio (Ef 5,1), imitatori di Cristo (1Cor 11, 1; 1 Tes, 1, 6; cf Gv, 15, 20):

  1. Benevolenza contro asprezza,
  2. Misericordia contro sdegno,
  3. Perdono contro ira, grida, maldicenze ed ogni malignità

Così «Come Dio ha perdonato a voi» (Ef 4, 32) anche noi perdoniamo ai nostri fratelli e ai nemici.

Ciò vuol dire che, mentre Elia benché solo in figura avesse conosciuto il Cristo e pure si era mantenuto nell’umiltà, gli Efesini, nonostante avessero conosciuto il Cristo nella realtà sacramentale del Battesimo e dell’Eucaristia, della vita fraterna in una vita risorta, erano rimasti schiavi del passato e del peccato.

Non avevano ascoltato in sincerità di cuore, o non avevano perseverato nell’ascolto della fede: Fides ex audito: la fede dall’ascolto, dall’annuncio!

La mormorazione dei Giudei

Ma, ancora presente Gesù, cosa avevano fatto gli eredi di quell’Israele che aveva seguito Mosè nel deserto, e quell’Israele che aveva ceduto agli idoli di Gezabele? Davanti alle parole ed ai segni di Gesù aveva cominciato a mormorare. Nel deserto mormoravano per la mancanza del cibo, della carne. Avevano avuto nostalgia delle cipolle d’Egitto e qui si sentivano nel diritto e nel sacrosanto dovere di mormorare contro Gesù, che non era altri che il figlio di Giuseppe. Non avevano riconosciuto il Profeta né, tanto meno, il Figlio di Dio. Gesù è troppo conosciuto perché possa dire e fare simili cose in nome e per conto di Dio.

Ma Gesù:  «Io sono il pane disceso dal cielo» (Gv 6, 41); «44Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 45Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio».

Chi crede ha la vita eterna perché viene dal Padre, perché il Padre l’ha chiamato (cf Gv 6, 45;) e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno (cf Gv 6, 44).

Gesù promette la resurrezione. Ma perché essa non sia per la morte, ma per la vita, occorre tutto il cammino indicato da Elia, dall’Angelo, da Gesù: Io sono il pane di vita! E lo stesso Gesù si riferisce alla erranza di Israele nel deserto, a quel popolo che non entrerà nella Terra Promessa, ma solo la generazione successiva, purificatasi dal peccato della mormorazione, che non è solo quell’insieme di vizi elencati da Paolo e che rompe la carità nella Chiesa, ma è anche quella mormorazione contro il Pane di vita, l’incredulità che Egli sia Vivo e presente a dare vita eterna. Chi ne mangia non muore. E cosa è questo pane per vivere in eterno? Disarmante e inaccettabile la riposta di Gesù:

«È la mia carne per la vita del mondo».

Attualizzazioni?

Il modo per ‘attualizzare’ nella nostra anima è ricordarci delle tre venute di Cristo (San Bernardo). Egli venne in figura in Elia, in questo caso. Egli viene nella nostra anima attraverso l’ascolto della Fede. Noi lo attendiamo finché Egli venga.

La prima cosa è meditare la Parola, ed a ciò occorre dedicare almeno una parte della Domenica, riprendendola in mano, aprendo le Scritture che abbiamo in casa o, almeno, la Liturgia del Giorno, disponibile sul sito CEI (QUI).

Nell’esame di coscienza, o breve revisione di vita, anche in famiglia, alla luce di questa Parola e delle nostre azioni, anche quelle che a volte riteniamo ingenue o legittime potremo scoprire la verità su noi stessi. Nella preghiera, in cui chiedere il discernimento dei nostri atti, pensieri, parole e sentimenti.

Se muta il cuore, muta la vita.

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