L’aborto di Mussolini, l’omosessualità di Hitler, le perversioni di Stalin

Riscuote sempre più interesse la vita privata dei grandi personaggi storici, in particolare dei dittatori del XX secolo. Le loro vite sono state indagate in lungo e in largo, quanto al pensiero, le scelte politiche ecc. Da tempo godono di notevole successo anche le indagini sulla vita privata ed affettiva, in particolare di Mussolini ed Hitler (meno “fortunato”, invece, Stalin).

Mussolini “donnaiolo”

La nostra Italia è stata segnata per molti anni dall’attività politica di Benito Mussolini, prima leader socialista, acclamato a sinistra per il suo anticlericalismo e zelo rivoluzionario, e poi fascista.

La vita sentimentale di Mussolini è abbastanza nota: da giovane è un teorico del “libero amore”, contrario al matrimonio ed ai figli (traduce un opuscolo neomalthusiano dal titolo Meno figli, meno schiavi), vicino al femminismo di sinistra. Prima di essere il duce, frequenta bordelli, gestisce anche 3 o 4 relazioni contemporaneamente, disinteressandosi dei figli che ne nascono: per loro c’è il manicomio, come per il figlio avuto da Ida Dalser, l’abbandono, oppure ancora il ricorso all’aborto, come nel caso di uno dei due figli avuti dalla giovanissima Bianca Ceccato, sua giovanissima segretaria personale al Popolo d’Italia.

Storici come Mimmo Franzinelli, autore de Il duce e le donne. Avventure e passioni extraconiugali di Mussolini (Mondadori, Milano, 2013), ed Antonio Spinosa, che ha scritto I figli del duce (Rizzoli, Milano, 1983), hanno indagato la storia di alcune delle amanti del duce, dalle ebree socialiste Angelica Balabanoff e Margherita Sarfatti a Ida Dalser, Leda Rafanelli (esperta di cartomanzia e Corano), Giulia Mattavelli… sino, per brevità, a Claretta Petacci.

Roberto Festorazzi riassume così il tutto: “la consumazione vorace di carne femminile fu una costante della sua vita”, insieme all’uso di droghe, “in funzione di stimolante sessuale” (Roberto Festorazzi, Margherita Sarfatti. La donna che inventò Mussolini, Colla editore, Vicenza, 2010). La frequentazione giovanile dei bordelli porta Mussolini a considerare il sesso la sua “ossessione” (teme anche, a lungo, di aver contratto la sifilide), tanto che il medico Pierluigi Baima Bollone non esita a descrivere il duce come un “maniaco sessuale” (Pierluigi Baima Bollone, La psicologia di Mussolini).

Sappiamo che il duce del fascismo – che si inseriva in un filone libertario che andava dal “libero amore” della sinistra all’esaltazione, a destra, dei rapporti “rapidi e disinvolti” dei futuristi, della “coppia aperta” e dell’omosessualità dei fiumani e di Gabriele D’Annunzio- avrebbe anche voluto introdurre il divorzio, ma si fermò per evitare un’ulteriore occasione di scontro con la Chiesa cattolica[1].

Gli aborti di Togliatti e Spallone

Da questo punto di vista la storia di Mussolini ricorda  da vicino quella di un altro campione di doppiezza, Palmiro Togliatti, leader del PCI: anche il Migliore non lesinava elogi pubblici della famiglia, esaltazioni retoriche della prole, mentre cornificava la moglie Rita Montagnana, trascurava il figlio malato e corteggiava donne molto più giovani della moglie, spingendole, quando “necessario”, all’ aborto clandestino (il fatto diverrà noto nel 2000, quando si scoprirà che nella clinica privata, Villa Gina, del suo medico di fiducia, Ilio Spallone, “si abortiva anche in casi in cui la gravidanza era molto avanzata anche con pazienti al sesto mese, anche con pazienti che non volevano farlo”, vedi Repubblica, 9/6/2000: ).

L’omosessualità di Hitler e dei capi delle SA

Il “maniaco” Mussolini, dopo i primi incontri con Adolf Hitler, verso cui, come noto, nutriva un misto di attrazione e repulsione, definì il tedesco… “un pazzo maniaco sessuale”. Al di là di questa definizione, la sessualità di Hitler e di svariati gerarchi nazisti fu per anni, sino al 1934, al centro di molto dibattiti in Germania: in un’epoca in cui esisteva ancora il reato di sodomia (art.175), giornali cattolici, comunisti e socialdemocratici accusavano il leader del NASDAP di essere il capo di una “cricca di omosessuali”.

Il 5 luglio 1934, cioè dopo la notte dei lunghi coltelli, per esempio, la comunista Deutsche Volks Zeitung sostenne che Hitler aveva assassinato “complici divenuti pericolosi” soprattutto perché conoscevano “la vita privata del Führer omosessuale”. Da dove nasceva l’accusa, rilanciata da giornalisti che stigmatizzavano anche il razzismo nazista, e che avrebbero pagato con la vita come Fritz Gerlich?

Lo storico ebreo ed omosessuale George Mosse, nel più celebre studio sul tema, Sessualità e nazionalismo (Laterza, Roma-Bari, 1996), ricorda che l’omosessualità era di gran moda tra gli ex combattenti della destra nazionalista e razzista tedesca, molto propensi al disprezzo delle donne ed al culto, che il nazismo coltiverà con insistenza, della bellezza del corpo maschile. Per questi sostenitori dell’ “orgoglio” omosessuale, che spesso avevano condiviso, come Hitler, gli anni di servizio militare e di guerra tra soli uomini, gli omosessuali costituivano “il fiore della virilità”, e i loro corpi nudi erano simbolo di forza, coraggio, sprezzo degli pseudo-valori borghesi e cristiani (pudore, riservatezza…).

In particolare era nota, perché pubblicamente rivendicata, l’omosessualità di Ernst Röhm, leader delle SA, e cioè l’uomo più potente del partito dopo Hitler (che nel 1933 lo nominò Reichsleiter e ministro nel suo primo governo). Ricorda Mosse: “Nel 1932 Hitler aveva difeso con vigore Röhm quando costui era stato pubblicamente accusato di corrompere la gioventù abusando del grado di comandante per sedurre alcuni dei suoi uomini“.

Anche lo storico Joachim Fest nel suo Il volto del Terzo Reich (Mursia, Milano, 2011) segnala l'”impronta tipicamente omosessuale delle SA“, e descrive i primi nazisti come apolidi e sradicati che disprezzavano “i legami solidi e quindi anche quelli con la donna e con la famiglia“, vedendo nella donna il mezzo per procreare, ma nell’amore omoerotico, già praticato dai pagani greci, una dignità superiore.

Lo storico Francesco Maria Feltri riassume così l’omosessualismo di stampo nazista: “Il nazismo si oppose fin dall’inizio al femminismo, che Hitler bollò come un’assurda e pericolosa innovazione marxista. In un primo tempo, invece, il movimento ebbe un atteggiamento molto più fluido e ambiguo nei confronti dell’omosessualità. Il nazismo era figlio della guerra e celebrava la comunità eletta di coloro che avevano vissuto insieme l’eccezionale esperienza della trincea; le donne erano a priori escluse da quel mondo maschile, che si considerava superiore, perché formato da uomini che avevano attraversato le tempeste d’acciaio del conflitto mondiale. Inoltre, col passar del tempo, la propaganda nazista fece ricorso ad un uso sempre più frequente del nudo maschile, considerato come il veicolo privilegiato per trasmettere l’idea della superiorità della razza ariana su tutte le altre. In questo contesto, non meraviglia che potesse diffondersi tra le file naziste, soprattutto tra le SA di Röhm, un tipo particolare di omosessualità, che disprezzava la donna…” (Francesco Maria Feltri, Nazismo e identità di genere, in Chiaroscuro. Corso di storia, vol. III, Sei, Torino, 2010).

Dal canto suo lo storico francese Max Gallo, ne La notte dei lunghi coltelli, (Mondadori, Milano, 1999), ci dà conto delle orge tra uomini che contraddistinguevano la vita di molti alti gradi della SA.

Quanto ad Hitler, l’“accusa” ricadeva anche su di lui, non solo per le tante amicizie maschili e l’evidente disinteresse per le donne, coperto, come sostengono molti, dalla finta relazione con Eva Braun, ma anche per la sua ossessiva volontà di far sparire tutto ciò che riguardava la sua giovinezza, quasi a voler nascondere qualcosa che lo avrebbe svilito agli occhi del paese. Così un testimone come l’ex nazista Hermann Rauschning, autore di Hitler mi ha detto (1939): “Più disgustoso di qualunque altra cosa è il miasma puzzolente di sessualità furtiva, pervertita, che emana e ammorba l’atmosfera intorno a Hitler, come un effluvio diabolico. Nulla in questo ambiente è schietto. Relazioni clandestine, sentimenti falsi, segrete brame, così come le mistificazioni e i simboli: niente di ciò che circonda quest’uomo è naturale e genuino, niente ha la freschezza di un istinto naturale”.

Alcuni anni orsono, il 15/5/2001, il quotidiano Repubblica recensiva le rivelazioni della Cia – basate anche sui racconti di Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl, già addetto stampa di Hitler – sulle perversioni del Führer, definito “omosessuale ed eterosessuale, un pervertito, un sadomasochista con una vita sessuale disastrosa”, proprio come il suo delfino Rudolf Hess, noto anche come “Frau Anna” ed il già citato Ernst Röhm.

Nulla di nuovo, in verità, bensì solamente un ulteriore tassello aggiunto alle rivelazioni sull’omosessualità del Führer presenti in Roma nazista (1949) di Eugen Dollmann (interprete personale di Hitler e delegato di Himmler), in Der nie Verlor (1947) di Fritz von Unruh, nella lunga ed approfondita inchiesta, Il segreto di Hitler (Rizzoli, Milano, 2001) dello storico Lothar Machtan, o, per arrivare all’oggi, nel saggio di Mirella Serri, docente a La Sapienza di Roma, intitolato Gli invisibili. La storia segreta dei prigionieri illustri di Hitler in Italia (Longanesi, Milano, 2015).

In quest’ultima opera l’autrice, oltre a svelaregli amori clandestini con uomini del principe Filippo d’Assia (marito di Mafalda di Savoia e importante tramite tra Hitler ed il duce), ricorda che anche il giovane Hitler, come il rampante Mussolini, era attenzionato dalla polizia, e che nel dossier a lui dedicato erano contenuti nomi, cognomi e testimonianze di vari giovani uomini di 18-20 anni, con cui il futuro Führer era solito passare le notti, a pagamento.

La pedofilia di Stalin

Quanto alla Russia comunista, è soprattutto lo storico S.S. Montefiore a descrivere nei suoi saggi la caccia di Josif Stalin a “carnose minorenni” ed il suo gelido disinteresse per i numerosi figli legittimi ed illegittimi, Montefiore racconta inoltre la ferocia del terribile Nikolaj Ivanovič Ezov, bisessuale, che passava il suo tempo libero in “orge con le prostitute”, con soldati ed altri capi bolscevichi, e quella di Lavrentij Berija, capo della polizia segreta, che “teneva nel suo ufficio alcuni manganelli che usava per le torture, ma anche tutta una serie di biancheria intima femminile, articoli erotici e materiale pornografico che sembravano essere obbligatori per i capi della polizia segreta”.

La vita di Berija fu un turbine di violenze sessuali e di stupri consumati ai danni di attrici e sportive convocate nella sua dacia, e minacciate di finire in un campo di concentramento se si rifiutavano di sottostargli. “Alcune amanti… malauguratamente rimangono incinte”, ma gli uomini della polizia organizzavano immediatamente “aborti riparatori” nel dipartimento medico dell’MVD. Quando poi qualche bambino concepito dagli stupri e nei festini dei gerarchi comunisti sfuggiva all’aborto, finiva immediatamente in un orfanatrofio (S.S. Montefiore, Il giovane Stalin e Gli uomini di Stalin).


[1] All’indomani della consultazione referendaria sul divorzio del 1974, l’ex ministro degli Esteri e Guardasigilli fascista Dino Grandi esprimerà al giornalista Benny Lai la sua soddisfazione per l’esito, spiegandogli che si era giunti finalmente a quello che anche lui e Mussolini avrebbero voluto, tanti anni prima: “Mussolini pretendeva che la Santa Sede, la quale aveva rafforzato la sua stretta neutralità dopo l’intervento dell’Italia in guerra, si schierasse a favore delle potenze dell’Asse. A sua volta Hitler insisteva, con la sua nota stupidità, che l’Italia rompesse con la Santa Sede. A quel tempo… toccava a me provvedere alla redazione del nuovo codice civile. Ebbene, ricevetti ordini perentori da Mussolini di stendere gli articoli relativi al matrimonio in modo che fossero in contrasto all’articolo 34 del concordato… Allora mi ribellai, mi ribellai per ragioni tattiche”, così che alla fine Mussolini disse: “Questi preti mi hanno fregato. Forse tu hai ragione (a dire che non è questo il momento opportuno, ndr)…” (Benny Lai, Il mio Vaticano).

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