Vescovi, vigilanti

Pavia, città splendida, ricca di chiese, di arte, di storia…dove sono sepolti Severino Boezio e sant’Agostino. Apprendo che il “padre della patria” è il santo Vescovo Epifanio, la cui esistenza si colloca in un momento cruciale, il passaggio dall’età antica al medioevo.

Epifanio diviene vescovo di Pavia nel 467, a quasi trent’anni. E’ un uomo ascetico, molto vicino alle classi popolari, che si trova a gestire la sua diocesi all’epoca delle invasioni germaniche. Lo fa, come tanti uomini di chiesa di quest’epoca, con grande amore, cercando in ogni modo di limitare gli scontri tra occupanti ed occupati, e riducendo così al minimo le conseguenze sulla popolazione. In un’epoca in cui il potere politico è ormai morente, si reca a Roma, nel 472, per appianare il contrasto fra il generale Ricimero e l’Imperatore d’Occidente Antemio. Ad Epifanio l’imperatore Giulio Nepote affida il compito di incontrare il re dei Visigoti Eurico, per regolarizzare le relazioni tra Visigoti e romani. Nel 476 i barbari di Odoacre invadono Pavia e la mettono a ferro e fuoco, ma lo stesso giorno dell’invasione Epifanio riesce ad ottenere di far cessare la strage e di liberare tutte le donne fatte prigioniere. Dopo la guerra fra Odoacre e Teodorico (488-493), quest’ultimo lo invia come ambasciatore presso Gunebado, re dei Burgundi: mediando un accordo fra Gundebado e Teodorico, Epifanio ottiene la liberazione di migliaia di italici trattenuti come schiavi dai Burgundi.

Nel 497 Epifanio si reca di nuovo presso Teodorico per negoziare alcuni sgravi fiscali per la comunità pavese. Durante il disastroso viaggio di ritorno, nel cuore dell’invero, si ammala, morendo così a Pavia il 21 gennaio 498.

Epifanio è un grande uomo di Chiesa, che ne ricorda altri.

Fa pensare a papa Leone I, che nel 452 dopo Cristo, andò incontro ad Attila e, in un modo o nell’altro, scongiurò il saccheggio della città di Roma; al beato vescovo Aniano che sorresse gli abitanti di Orleans, sempre all’epoca delle terribili invasioni di Attila; alla santa vergine Geneviève, quasi una prefigurazione di Giovanna d’Arco, che alla notizia dell’assedio unno di Parigi, radunò il popolo, fece forza ai suoi concittadini e si offrì di andare incontro al terribile Attila; a san Lupo (nella foto, con Attila), vescovo di Troyes, che dopo la distruzione di Reims, Langres ed altre città, da parte del solito Attila, decise di affrontarlo, dopo opportuno digiuno e preghiera, vestito dei sacri paramenti, evitando così la devastazione della città…

Da Attila, in Francia, ai nazionalsocialisti in Italia: dalla riva del mare di Grado scorgo il santuario fatto costruire dal vescovo di Triste, Antonio Santin, alla Madonna, cui si era appellato prima di ottenere, dai tedeschi, che non distruggessero la città, pur di non consegnarla ai titini. Santin, vescovo di Trieste, era colui che aveva espresso apertamente le sue critiche a Mussolini, già nel 1938, dopo le leggi razziali e le ingiurie del duce a Pio XI che vi si era opposto (Santin arrivò a fermare Mussolini sulle porte della Cattedrale di S. Giusto e minacciare il duce di non farlo entrare in chiesa se non avesse ritrattato); nel 1944 Santin aveva proposto se stesso e alcuni suoi sacerdoti come scambio al posto di persone malate e indebolite trattenute nei campi di lavoro…avrebbe poi dovuto opporsi, subendone l’odio e le violenze, alla barbarie del comunismo titino, che sterminava, con la stessa logica dei genocidi nazisti,  gli italiani dell’Istria …

Da Santin, il pensiero corre a Giuseppe Siri, grande arcivescovo di Genova: costretto, durante l’occupazione nazista, a vivere clandestinamente sull’appennino ligure, nell’aprile contribuì, insieme al cardinal Boetto, a convincere gli occupanti ad abbandonare la città senza rappresaglie e senza inutili devastazioni e vendette.  Penso a questi uomini, e a mille altri, e sento la bellezza di appartenere, indegnamente, alla Chiesa di Cristo.

Fonte: Il Foglio

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