Dalla Resurrezione alla Croce. Il Bel Mistero inspiegabile.

L’icona

Icona doppia della Crocifissione,
Monastero di S. Caterina d’Alessandria del Monte Sinai, sec. XIII

Una domanda è frequente tra i miei bambini a scuola. Davanti a una crocifissione esclamano: -Che bella! Poi si fermano e mi chiedono: -Come si può dire bella una Crocifissione se la morte di Gesù fu così brutta?

Benché bambini del XXI secolo, dei videogiochi e degli autoscatti, sanno ammirare, se gliene dai l’occasione, e sanno porsi domande fondamentali.

L’icona a due facce della Crocifissione e Resurrezione è una tempera e oro su di un’armatura lignea, tela e gesso con inserti in metallo, della misura di 120.5 x 68 cm, risalente al 1280-1290 e ci guiderà per un tratto di un cammino, che non può avvenire solo a tavolino o tramite i libri, ma all’interno di una via comunque interiore.

Lato recto. La Crocifissione

Sul lato della crocifissione, commoventi sono le immagini di Cristo morente, mentre il sangue scorre dalle sue ferite e bagna il teschio di Adamo, portando la vita all’umanità, irrorandola della grazia della vita.

La Beata Vergine reclina la testa in un mesto dolore, simbolo di Maria che custodisce queste cose nel suo cuore meditandole (cf Lc 2, 51). Luca si riferisce al fatto che Maria, trovato Gesù dodicenne nel tempio, mossa da angoscia per la sua scomparsa, anche alla risposta di Gesù, non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?, non comprendeva (cf Lc 2, 51)! Non comprendevano né Lei, né Giuseppe. Dinanzi alla croce, ora, quell’ occuparsi delle cose del Padre suo ha portato il Figlio all’ incomprensibile fine, e Maria, pur essendo Madre di Dio, non può che restare sottomessa alle sue parole nel mistero, patendo, com-patendo.

San Giovanni, colui che fu definito prediletto, prediletto ora anche nel dolore del suo Maestro, si tiene il capo con stupore meditativo. Come a Cana, il maestro di tavola non sapeva da dove venisse quel vino, così ora Giovanni si chiede da dove venga quella grazia e lo scopre: dal cuore trafitto. Dal cuore del Maestro, dal cuore della Madre, dal proprio cuore!

Particolari

I tre solenni particolari del Capo reclinato di Cristo nel sonno della morte, la Madre di Dio meditativa, Giovanni, che si interroga sul significato di quanto accade, sono riconducibili nella fede al Mistero centrale dell’Eucaristia che è il secondo Mistero della Fede.

Annunciamo la tua morte, Signore …!
Cristo, nel sonno della morte,
dona quella vita che Adamo aveva perduta.

… proclamiamo la Tua Resurrezione …

“Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Poiché, dice Gesù: Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? (cf Lc 2, 51)! Dall’inizio della Storia di Salvezza, che tocca l’esistenza della Madre di Dio, ovvero dall’ Annunciazione, sua Madre vive nell’incognita del Mistero e nella ricerca della verità; di cosa le potrà comportare quanto Le è chiesto.

Divenuta Madre la domanda non si quieta, poiché all’incertezza della propria vita umana, unicamente affidata a Dio, si affianca l’incertezza di una Madre innamorata del Figlio e che per lui trepida ad ogni passo.

… nell’attesa della Tua venuta …! Giovanni, infatti, si interrogava, chiedendosi cosa tutto ciò significasse. Non aveva detto, infatti, il Signore: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere»? (Gv 2, 19).

Lato verso. La Resurrezione

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La faccia della Resurrezione, poi, ha nello sfondo le alte montagne del Sinai, memoria viva dell’incontro tra Dio e Mosè nel roveto ardente, radice spirituale del complesso monastico di Santa Caterina del Monte Sinai.

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Da lì, Cristo discende agli inferi, luogo di tenebra, ma anche sede dei metalli, dai quali trarre l’oro puro dell’anima. Ancora una volta, Egli entra in una condizione, che sembrerebbe a lui estranea, ed ivi porta con sé la croce tempestata di pietre preziose, simbolo di vittoria.

La resurrezione, in Oriente è dunque raffigurata non tanto nel momento dell’incontro con la Maddalena, ma dell’annuncio del Vangelo all’ umanità dell’Antico Testamento ricapitolata in Adamo, alla quale, Colui che è vivo, porta proprio la novità della Croce, simbolo di salvezza. Salvezza che è gloriosa poiché frutto di una vita donata come unica via di accesso ad una vita non schiava delle creature.

La resurrezione, dunque, è presentata nella specifica unità con la croce, la quale è e resta per sempre imprescindibile via.

Significato dei materiali

Non si trascuri, poi, il significato dei materiali utilizzati per le icone, avendo essi stessi valenza simbolica. Il legno della tavola è simbolo della croce. Grazie al legno dell’icona, l’uomo pio e il religioso possono entrare nella caverna del cuore cercandovi il santo Nome di Gesù. La cera, utilizzata per le candele poste in gran numero davanti alle sante icone e durante la preghiera, significa la luce di Cristo cui si associa quella di ogni anima, chiamata al suo cospetto nella santità. Le tempere, ricavate da pigmenti diversi, unificati con sostanze, quali l’uovo o l’olio, simboleggiano l’unione, di per sé impossibile con le sole forze umane, tra l’umano e il divino. I metalli sono simbolo della forza delle virtù e capaci di riflettere la luce divina verso la trasformazione in oro, metallo principe, per lo più utilizzato per il fondo delle icone stesse quale finestra del Cielo sull’uomo.

La soluzione biblico-teologica dell’aporia Bellezza-Sofferenza.

I Misteri cristiani si connotano per una contrapposizione di simboli: luce e tenebre; caligine di giorno e colonna di fuoco di notte; visione e cecità; virtù e peccato; vita e morte; gioia e sofferenza.

Mosé contempla il roveto, che bruciando non si consuma e nel roveto le icone spesso collocano la Madre di Dio con il Bambino, significando che si genera solo nell’amore e nel dolore.

Santi come Francesco d’Assisi chiedono di provare un poco del dolore e dell’amore che Cristo provò sulla Croce per l’umanità dolente.

Oggi, nella predicazione, come in parte nella teologia, il mistero del dolore sembra un poco esautorato e fugato da una resurrezione più narrata che vissuta.

Per i teologi dei primi secoli, i sacramenti erano immagini e di queste partecipavano la qualità della bellezza. Secondo S. Basilio, per esempio, l’acqua del Battesimo è immagine della morte, poiché accoglie il corpo come in un sepolcro (Trattato sullo Spirito Santo, 15, 35). Per S. Gaudenzio da Brescia, il pane è immagine del corpo di Cristo, poiché composto da molti chicchi di grano, i quali, macinati e impastati con l’acqua, diventano segno della comunione di molti e corpo mistico. (Trattato 2. Corpus scriptorum ecclesiasticorum latinorum -CSEL, Vienna 1866, 68, 30-32).

Da queste citazioni, emergono sia l’aspetto metaforico della relazione tra immagine e sacramento, sia la dimensione visiva del bello e della godibilità. Alla metafora corrisponde il fatto storico della morte e della morte di croce. Cristo è stato condotto al macello. I Santi Innocenti morirono per lui. Ma con l’Ascensione di Cristo, quello che nel nostro Redentore era visibile è passato nei sacramenti, comunicando il Dio invisibile. La liturgia, celebrandone la memoria, porta agli occhi dei fedeli, ogni giorno, la viva partecipazione alla rappresentazione della passione di Cristo.

“Ma se l’intera comunità cristiana deve sempre avere davanti agli occhi la passione di Cristo, consegue che, insieme ai riti, che costituiscono la viva rappresentazione della morte e resurrezione del Salvatore, avranno grande dignità anche i mosaici e dipinti, le vetrate e le sculture che, avvicinate ai riti, ne visualizzano i contenuti”[1].

Se la bellezza dal Mistero passa alle opere d’arte, grazie alla qualità dell’arte stessa, dell’immagine, il fondamento più profondo di tale connessione sta nella stessa realtà dell’Incarnazione, per la quale sappiamo che il Cristo Dio-Uomo è immagine del Padre e modello dell’Uomo perfetto. Ogni vicenda e mistero che lo riguardi, in quanto immagine, è anche bello a prescindere che la narrazione che lo riguardi sia piacevole o meno.

La bellezza dell’opera d’arte sacra consiste nell’essere immagine di Colui che è Immagine formata del Padre e Immagine formale ed esemplare dell’Uomo. La sofferenza e la morte, nella loro grandiosità, che dipende dall’essere sofferenza e morte del Verbo Incarnato, divengono per ciò stesso “belle e meritevoli” in quanto Gli appartengono.

Anche le sofferenze dell’uomo, accolte in solidarietà e carità unitiva con Cristo, riveleranno la loro bellezza non meno che la Resurrezione, come testimoniato esemplarmente dalle vite dei mistici e santi cristiani di Oriente ed Occidente.

Le sofferenze, in Cristo, non sono sofferenze subite, così non le subisce chi Lo segue sul cammino della Croce, poiché è scritto:

17Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio (Gv 10, 17-18).


Il mio libro di prossima uscita, Sotto il Cielo di Giotto, Amore della Bellezza, in 400 pagine e 130 illustrazioni, cercherà di ripercorrere il tema della Bellezza nella nostra cultura dalle sue origini classiche a oggi, ricercando alcune linea di una estetica cristiana ancora in parte da
ri-conoscere.
Presentazione-testimonianza del Prof. Roberto Filippetti

(La copertina è assolutamente indicativa)

[1] Cf  Timothy Verdon, Vedere il Mistero, Mondadori, Milano 2003, 18.

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