La prevalenza del vigliacco

di Marcello Veneziani.

Come definire quei magistrati che erano al corrente del “sistema” denunciato Luca Palamara nel suo libro intervista con Alessandro Sallusti, conoscevano quei metodi, quei veti, quelle omissioni, quei killeraggi e quelle disparità di trattamento tra compagni da salvare e nemici da sfasciare, avevano la possibilità di fermarli, di denunciarli o almeno dissociarsi ma non lo hanno fatto? Le definizioni possono essere tante, ma si riassumono in una che non si presta a equivoci: vigliacchi. Sono vigliacchi.

Come definire quegli storici e accademici che assistono allo scempio continuo della ricerca e della verità, in virtù di leggi liberticide, cancel culture e politically correct, sanno benissimo che la storia andò diversamente rispetto alle verità ufficiali imposte dalla dominazione ideologica; ma pur avendo la possibilità e l’autorevolezza per confutare e denunciare quei misfatti, o perlomeno per dissociarsi, non lo fanno e preferiscono tacere? Anche qui si possono trovare tante definizioni, magari eufemistiche, ma la più adatta resta quella: vigliacchi. Sono vigliacchi.

Come definire quegli intellettuali, quei giornalisti, quei direttori di giornali che lasciano alterare la realtà delle cose e la verità di uomini e fatti e vi si conformano, sanno che molti venerati potenti sono palloni gonfiati e tanti battitori liberi sono esclusi e ignorati con le loro tesi e le loro opere solo perché non sono conformi al potere; potrebbero dissociarsi dal sistema ideologico-mafioso, denunciare le storture e dire quel che onestamente pensano e vedono, ma non lo fanno? La risposta non muta, variano le sfumature ma la definizione migliore è ancora quella: vigliacchi. Sono vigliacchi.

Come definire quei sacerdoti, quei teologi, quei vescovi che notano la disfatta della loro fede, la ritirata della loro religione dal mondo, il cedimento ad altre religioni e la subordinazione all’ateismo dominante, il disagio dei credenti rispetto a certe posizioni in rottura con la tradizione cattolica e con l’esempio di santi, papi, teologi, ma tacciono, non testimoniano la verità, non hanno il coraggio di dire le cose come stanno e cosa realmente pensano della riduzione socio-umanitaria, mediatica, etico-ecologica, della loro fede? Per dirla col linguaggio aspro della verità come scandalo, la definizione più giusta è ancora la stessa: vigliacchi. Sono vigliacchi.

E potrei continuare attraversando tutti i luoghi del potere: da quello più vistoso, il potere politico ai poteri economici, imprenditoriali e finanziari, ai poteri più oscuri, fino al potere scientifico e sanitario. E naturalmente la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Quante omissioni, quante reticenze, quante teste che si girano dall’altra parte, quante viltà. Non stiamo parlando dei disonesti, dei delinquenti, che abusano, falsificano, rubano, violentano la realtà, la verità, il prossimo, commettono crimini, reati e ingiustizie. No, parliamo di coloro che potrebbero fermarli, denunciarli, dissociarsi quantomeno, difendere le loro vittime e i malcapitati; ne hanno i mezzi e ne sono a conoscenza, ma non lo fanno.

Arrivo a dire che il male principale della nostra società non sia la pur vasta fauna di malfattori, malviventi o prepotenti che calpestano la vita altrui, i diritti altrui, il bene comune. Ma quanti potrebbero fermarli, denunciarli o quantomeno schierarsi dall’altra parte, e non lo fanno. Per quieto vivere, per non avere fastidi, per salvarsi individualmente, per proseguire indisturbati nella loro carriera, per non mettersi contro e non perdere i vantaggi e i privilegi della situazione, ricavati dalla loro omertà, omissione di soccorso, distrazione…

Il rovescio infame della storia italiana, le servitù e le tirannidi subite nei secoli, i cambi di padrone e i tradimenti, le rese disonorevoli, il trasformismo e l’opportunismo cinico che hanno contraddistinto larga parte del nostro popolo e delle nostre classi dominanti (non chiamiamole dirigenti), recano tutte quel marchio d’infamia: il vizio antropologico degli italiani si può riassumere in quell’espressione: sono vigliacchi, senza carattere. Il nostro male storico è la viltà.

C’è una storia della vigliaccheria che accompagna come la sua ombra indegna la storia d’Italia. Per ogni disonesto che usa e abusa del suo ruolo, per ogni incapace che assume un ruolo di comando o di prestigio, per ogni mafioso che compie crimini, c’è un vigliacco che non sente o acconsente, non vede, non dice e diventa il suo miglior alleato. Così l’altro prospera indisturbato. Alberto Sordi è stato la maschera più famosa dell’italiano vile.

Perché in questo paese a ogni appuntamento cruciale, a ogni svolta, a ogni cambio di potere, a ogni passaggio storico, c’è sempre qualcosa di indegno, d’indecoroso, di avvilente, di cui proviamo vergogna? Perché non c’è mai dignità nella sconfitta e nelle grandi svolte? Tutti fanno errori, sbagliare è umano, lo dice pure il proverbio; i crimini e misfatti si possono punire ma non si possono estirpare. Ma la malafede dei conniventi, il clima di complicità e di finzione, la capacità di ingoiare e digerire tutto rendono impossibile modificare il loro corso. Una civiltà decade per viltà.

È il sistema Italia fondato sulla “prevalenza del vigliacco”, parafrasando un famoso libro di Fruttero e Lucentini dedicato al cretino; è il ruolo decisivo, determinante ed esemplare del vigliacco. Da noi la vigliaccheria oltre che un’indole e una condotta privata, è diventata un sistema a cui conformarsi. Quando i messi di una città insorta andarono da Carlo d’Angiò dicendo che la rivolta fosse “opera di pazzi”, il re rispose: “ma i savi che facevano?” I vigliacchi sono quei “savi”.

MV, Panorama n.8 (2021)

Fonte

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