Partito Comunista Italiano, una storia lunga cento anni

di Francesco Agnoli

Cento anni fa nasceva il Partito comunista d’Italia (PCd’I): così si chiamava, respingendo un’appartenenza nazionale, e rivendicando un legame con Mosca e l’internazionalismo. Solo più avanti sarebbe diventato Partito comunista italiano (PCI). I fondatori provenivano per lo più dal socialismo massimalista: erano stati compagni di strada, amici, collaboratori – su l’Avanti o l’Utopia – di quello stesso Benito Mussolini che ora occupava la scena.

Per la verità già nel 1921 Mussolini non poteva più contare sullo slancio degli anni precedenti. Il biennio rosso (1919-1920), tentativo violento della sinistra di realizzare anche in Italia una rivoluzione bolscevica, gli aveva permesso di ricollocarsi politicamente. Di tornare ad avere un ruolo,  presentandosi come un baluardo contro i comunisti. Ma in breve le “guardie rosse” avevano ridotto la loro attività e le squadre fasciste allarmavano ormai anche molti che avevano simpatizzato per loro più che altro per paura dei comunisti.

Mussolini dunque arrancava, ed anche tra i fascisti l’ala radicale guardava ormai più a D’Annunzio che a lui. Il futuro duce era anche spaventato dall’idea di una marcia su Roma, e frenava i più intransigenti e coraggiosi. In fondo il fascismo era presente solo in alcune regioni del paese e numericamente era di gran lunga più debole dei socialisti, dei popolari e dei liberali.

La nascita del partito comunista, nel gennaio 1921 al XVII congresso del PSI di Livorno, fu una manna dal cielo per Mussolini: come se i suoi vecchi amici, rilanciando le loro lotte feroci, venissero a soccorrerlo.

Con la loro intransigenza, il loro settarismo, il loro mito della violenza, i comunisti fecero esattamente il suo gioco. Infatti mandarono in frantumi il primo partito italiano, il Partito socialista (PSI), che si trovò quindi, in breve, diviso: quelli che lo lasciarono per fondare il partito comunista, e quelli che, pur rimanendo nel partito, iniziarono a combattersi tra loro, sentendo il fiato sul collo e la concorrenza dei comunisti.

Ricorderà l’ex comunista Angelo Tasca che “in quegli anni il partito comunista era politicamente assente nella lotta contro il fascismo”, perché identificava nel PSI il nemico da sconfiggere, per recuperare i voti del proletariato.

Mussolini fu dunque per molti aspetti una creatura indiretta del comunismo: non solo perché veniva dagli stessi ambienti; non solo perché proprio grazie alle violenze del biennio rosso era riuscito a ritagliarsi una posizione, ma anche perché il partito comunista contribuì più che mai ad impedire che l’Italia uscisse dal dopoguerra con un governo di coalizione moderato e stabile.

In quegli anni, il 1921-1922, come ricorda Renzo De Felice nel II volume della sua opera monumentale, “se il fascismo si indeboliva, i socialisti si radicalizzavano e subivano la concorrenza dei comunisti, il che ridava fiato al fascismo”.

Socialisti, comunisti e fascisti facevano dunque a gara per rottamare lo Stato, per delegittimare il parlamento, per alzare il volume degli scontri, e come noto ciò giovò, alla fine, a Mussolini, abile a reinventarsi ancora una volta e a presentarsi, proprio nel 1922, come il più “moderato”, e, per molti, il più controllabile. Si sapeva infatti cosa facevano i comunisti in URSS (gulag compresi), ma non era chiaro cosa fosse davvero il fascismo (che appariva assai più debole, e che era ben poco dottrinario, dunque mutevole a seconda dei tempi ed imprevedibile).

Dopo il Congresso del gennaio 1921, i socialisti rimasti nel PSI tornarono a riunirsi, nell’ottobre dello stesso anno: furono le loro ulteriori divisioni a far capire a Mussolini che avrebbe potuto farcela.  Ricorda sempre il De Felice che se a quel congresso avesse vinto Filippo Turati, leader dei socialisti moderati, ciò “avrebbe significato l’ingresso, a più o meno breve scadenza, dei socialisti al governo e l’inizio del declino fascista. Non può dunque meravigliare che il congresso socialista di Milano del 10-15 ottobre 1921 fosse da lui atteso con vera ansia e che il suo esito gli strappasse un vero grido di gioia, in cui è tutta la sostanza della sua futura azione politica”.

A quel congresso Turati perse, e vinsero i più intransigenti, quelli più vicini alle posizioni dei vecchi compagni comunisti. Ciò rese il panorama politico ancora più frammentato: “il successo dei massimalisti – che non avevano capito niente della crisi fascista e, anzi, aveva provocato in essi un rigurgito di intransigentismo – salvava il fascismo e gli apriva le porte del potere” (Renzo De Felice). Del resto ad ogni nuova violenza o scipero selvaggio social-comunista, Mussolini guadagnava consenso anche tra i moderati.

E dopo la marcia su Roma? Il giornale socialista l’Avanti, il 30 ottobre 1922, di fatto esprimeva una certa soddisfazione, sostenendo che con la vittoria di Mussolini “ci sarà in Italia un equivoco di meno”; i comunisti del PCd’I, dal canto loro, non solo non mossero un dito, ma si dissero “convinti che l’andata al potere del fascismo avrebbe concluso il ciclo della degenerazione capitalistica e quindi affrettato i tempi della riscossa rivoluzionaria”.

Arrigo Petacco, nel suo “Il comunista in camicia nera”, rammenta che a quella data i comunisti italiani si trovavano a Mosca: la notizia della marcia su Roma li colse di sorpresa, ma “nessuno pensò di abbandonare i lavori del congresso e di precipitarsi in Italia… Gramsci e Bordiga salutarono con favore l’avvenimento, in quanto, ora che il fascismo aveva finalmente infranto l’organizzazione socialista, la classe operaia sarebbe stata ereditata dal Partito Comunista”.

Non bisogna dimenticare che i comunisti rimarranno sempre favorevoli alla dittatura, benchè rossa e non nera, e che, se avessero avuto i numeri e la forza sufficiente, nel secondo dopoguerra avrebbero fatto dell’Italia un paese satellite di Mosca, come la Polonia, l’Albania ecc.

A tal riguardo si ricordi anche la lungimiranza di Palmiro Togliatti, cofondatore del partito e piotentissimo segretario dal 1926-1927 al 1964.

In occasione del patto tra Hitler e Stalin, nell’agosto 1939 –patto che apriva le porte alla II guerra mondiale e forniva tra l’altro ai nazisti il petrolio russo – Togliatti, staliniano di ferro, nel foglio clandestino “Lettere di Spartaco” invitava i compagni smarriti, che non comprendevano l’alleanza sovietica con la Germania, a dirigere, da veri comunisti, lo sguardo “verso la stella della rivoluzione sociale”, cioè Mosca, perché chi obbedisce a Stalin non sbaglia mai!

Per concludere andrebbero sfatate due leggende: quella secondo cui Mussolini avrebbe fermato il comunismo in Italia (come ricorda De Felice, i comunisti non avevano alcuna speranza di vincere alcunché nel 1922 e seguenti) e quella secondo cui i comunisti italiani avrebbero fatto il possibile per combattere il fascismo.

Al contrario, i comunisti lo agevolarono, contribuirono alla sua ascesa e lo rafforzarono persino negli anni successivi, sia sostenendo in primis l’alleanza tra Stalin e Hitler (che colse di sorpresa lo stesso duce), sia favorendo il passaggio di moltissimi intellettuali fascisti, verso la fine della guerra, tra le loro stesse fila (già nel 1936, del resto, Togliatti aveva lanciato un segnale invitando i comunisti a “dare alla nostra agitazione un carattere piuttosto anticapitalista che antifascista”).

Che tutto ciò in Italia non si possa ancora dire pubblicamente e a gran voce, fa davvero specie. Ma forse è anche comprensibile: troppi intellettuali e politici, compreso l’attuale segretario del Pd, Nicola Zingaretti, vengono dal PCI!

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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