Covid un anno dopo: è l’ora del buon senso

di Gaetano Quagliariello.

E’ trascorso un anno esatto dalla presa d’atto che il virus cinese era penetrato nei nostri confini. L’anniversario è stato celebrato forse con un eccesso di retorica, certamente con un tantino di rimozione. E’ stato rimosso, ad esempio, che il cosiddetto “paziente 1” fu scoperto grazie a un atto di disubbidienza di un medico di Codogno rispetto alle linee guida che, dall’Oms giù per li rami delle autorità nazionali, riservavano i tamponi solo a chi proveniva da zone considerate a rischio e ai loro contatti stretti. E’ stato rimosso che alcuni degli attuali fautori del lockdown ne facevano una questione di razzismo e invitavano ad abbracciare cinesi e a mangiare involtini primavera. Sono state rimosse dalla narrazione le mancate autopsie. E’ stato rimosso tanto altro.

Il perché lo si può capire. Un Paese maturo, però, non dovrebbe averne bisogno. Il Covid-19 è stato un salto del buio; una di quelle fughe verso l’ignoto che la Storia, a scadenze irregolari, impone all’uomo. E in queste circostanze, ancor più che in situazioni ordinarie, a nessuno dovrebbe essere consentito di scagliare la prima pietra. E’ questo, tra l’altro, il modo migliore per non aver paura della verità e usare la verità al fine di orientare le scelte per il futuro.

Per l’Italia e per gli italiani tutto ciò assume una importanza ulteriore in quanto l’anniversario della pandemia è di fatto coinciso con il varo del nuovo governo, che solo tre giorni fa ha ricevuto la fiducia dal Parlamento ed è dunque entrato nella pienezza dei suoi poteri.

Nessuno pensa, né ha mai pensato, che come per il tocco di una bacchetta magica sia sufficiente un avvicendamento alla guida del governo per portare dall’oggi al domani l’Italia fuori dalla crisi sanitaria ed economica nella quale è finita. Nondimeno, nel corso delle consultazioni che hanno portato alla nascita del nuovo esecutivo, abbiamo condiviso il proposito espresso dal presidente Draghi di sottoporre il Paese a una “cura antidepressiva”, nel presupposto che superare la depressione psicologica, suscitare un nuovo vitalismo, far tornare la voglia d’intraprendere, oltre ad essere valori in sé siano anche presupposti indispensabili per aggredire la depressione socio-economica.

Alcune scelte compiute durante “la sede vacante” – quando il vecchio governo era già il passato e il nuovo non ancora compiutamente “in sella” – sono sembrate smentire questo proposito. In tal senso la scelta di non consentire lo sci così come era stato da lunga pezza previsto, e di comunicarlo solo con poche ore di preavviso, assume addirittura un significato esemplare. Quella agognata ripresa aveva comportato programmazione, lavoro, investimenti. La decisione di non consentirla, per le modalità con le quali è stata assunta, è parsa perciò trasudare se non disprezzo quanto meno indifferenza per chi fa impresa e per i rischi che ciò comporta.

Tuttavia, si deve esser pronti a compiere lo sforzo di guardare avanti, senza recriminare neppure su questi fatti del passato più prossimo. A condizione, però, che se ne tragga insegnamento e che non si abbia paura di guardare in faccia il presente. E il presente oggi racconta di un Paese affaticato, di una comunità che sopporta con crescente problematicità la rarefazione delle relazioni interpersonali, di un’economia in difficoltà, di alcune categorie economiche e produttive a pezzi perché divenute il capro espiatorio di un qualcosa con il quale ancora non si è compiutamente compreso come rapportarsi. Mentre, dopo dodici mesi, qualcosa avremmo dovuto comprenderlo.

Dovremmo aver capito che gli italiani hanno dato prova di grande senso di responsabilità, sopportando persino la manomissione delle loro libertà costituzionali. Che, nel bilanciamento tra le esigenze in gioco, il potenziale di rischio non può più essere interamente scaricato sulle attività che con sacrificio e costo economico si sono assoggettate alle regole che lo Stato ha imposto loro. Che non sempre la soluzione più comoda è anche la più utile e, soprattutto, la più giusta. Che è arrivato il tempo di favorire l’armonia possibile tra scelte sanitarie, scelte sociali e scelte economiche.

In queste ore, alimentata dall’entropia delle esternazioni dei virologi e degli “esperti” ai quali la pandemia ha offerto una inattesa ribalta, sospinta dalle invocazioni di lockdown da parte di consulenti cui il ruolo dovrebbe suggerire pubblica compostezza, era stata paventata l’ipotesi di una zona arancione nazionale. Si era ritenuto, cioè, che il superamento della lotteria settimanale dei colori potesse consistere in una semi-chiusura per tutti. Il principio di realtà chiede, invece, di andare nella direzione esattamente contraria. Ce lo dice il combinato disposto dei dati sanitari e di quelli economici. E lo suggerisce anche l’andamento delle cosiddette “varianti”, che tendono a determinare aumenti significativi dei contagi in aree molto circoscritte.

E allora, in assenza di una bacchetta magica che faccia sparire il virus dal nostro Paese o copra le falle del nostro sistema sanitario, e in attesa del decollo di una campagna vaccinale fin qui funestata dalle ridotte forniture e dalle divagazioni floreali, il nuovo governo deve in ogni modo favorire lo scoccare dell’ora del buon senso. E il buon senso oggi chiede di superare la logica dei colori regionali per inaugurare una classificazione provinciale o addirittura comunale dei livelli di rischio e delle conseguenti misure restrittive. Perché circoscrivere il perimetro delle valutazioni consentirebbe di intervenire con maggiore efficacia sui focolai e, allo stesso tempo, impedirebbe che vengano penalizzate intere regioni che presentano al proprio interno situazioni molto diversificate: un problema che per motivi matematici incide in particolar modo sulle regioni più piccole ma che, in definitiva, investe l’intero territorio nazionale.

Di tutto si può discutere, le proposte in campo sono diverse e meritevoli di considerazione a condizione che la si smetta di pulirsi la coscienza nel lavacro dei capri espiatori: sempre gli stessi, sempre più esausti.

Il virus non sparirà domani, e all’economia non basterà uno schiocco di dita. Ma per risalire bisogna innanzitutto ricordare che la pazienza ha un limite e che la storia ha insegnato come non sia buona cosa abusarne.

Fonte: l’Occidentale

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