SCUOLA PARENTALE CATTOLICA. Intervista di Giulia Tanel a Stefano Fontana

Il numero di Gennaio 2021 della rivista “Pro Vita & Famiglia” pubblica una intervista di Giulia Tanel a Stefano Fontana sulla SCUOLA PARENTALE CATTOLICA. Ne riportiamo di seguito il testo.

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In questo particolare periodo storico, segnato dall’emergenza Covid-19, vediamo un considerevole aumento di genitori che decidono di non mandare i propri figli “a scuola”, bensì che optano per l’homeschooling o che si riuniscono con altre famiglie per dare vita a una scuola parentale. Come legge questo fenomeno?

Lo leggo positivamente. E’ un fenomeno promettente ma nello stesso tempo devo notare che può essere dettato da motivi contingenti. Ritengo che l’occasione vada sfruttata per rafforzare le motivazioni e permettere quindi al fenomeno di avere una consistenza e una durata che vada ben oltre l’emergenza. Le difficoltà legate al Covid e ai ritardi della scuola di Stato sono il motivo pressante al momento, la critica allo statalismo nell’educazione e il recupero dei motivi fondanti la responsabilità educativa dei genitori permetteranno di proseguire anche se in futuro l’emergenza Covid dovesse (ammesso e non concesso) finire.

Alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, tuttavia, il diritto/dovere dei genitori di educare i propri figli non può essere disgiunto dal diritto/dovere “sopraeminente” della Chiesa di educare. Nella pratica, cosa significa?

Vediamo prima di tutto il rapporto tra il diritto dei genitori ad educare i propri figli e il loro dovere di farlo. Cominciamo dal diritto. I figli sono dei genitori e non dello Stato, si dice giustamente. Questo principio è vero perché è il diritto naturale a dirci che la procreazione dei figli continua con l’educazione, sicché i genitori che li hanno procreati sono per natura  anche i primi responsabili di quella “seconda nascita” che si fa con l’educazione.  La famiglia – come insegnava già la Rerum novarum – è una società vera che precede lo Stato e ha quindi compiti propri nei cui confronti eventualmente lo Stato deve essere sussidiario.

Il diritto dei genitori, però, non si fonda su se stesso, perché il diritto naturale non dà ai genitori il diritto di educare i figli in qualsiasi modo essi vogliano, ma per il loro bene morare e religioso, in modo che raggiungano il loro fine naturale e soprannaturale.

Il punto decisivo è quindi questo: il diritto è fondato sul dovere, il dovere naturale è fondato sul dovere soprannaturale. Non i genitori e meno che meno lo Stato, ma la Chiesa ha il primordiale dovere/diritto pubblico di educare. Pio XI nell’enciclica “Divini illius magistri” parlava di un dovere/diritto “sopraeminente” della Chiesa.

Quindi, dei genitori che oggi decidessero di dare vita a una scuola parentale o di fare homeschooling in ottica cattolica, quali punti fermi dovrebbero considerare imprescindibili?

Dovrebbero secondo me non pensare solo di esercitare un diritto, magari appellandosi alla Costituzione, ma andare al dovere che ne sta alla base e al suo fondamento ultimo che è Dio.  In altre parole dovrebbero pensare che attraverso la loro azione di educatori è la Chiesa stessa che si riappropria di una sua funzione essenziale che la secolarizzazione le ha sottratto. La Chiesa esercita una “maternità soprannaturale” che le assegna un compito educativo pubblico essenziale. Pubblico, non privato e nemmeno come espressione di una agenzia sociale.  So bene che oggi la Chiesa stessa non la pensa più così e che i vescovi spagnoli – per fare un esempio di questi giorni – hanno chiesto allo Stato di inserire la religione cattolica nella materia della educazione ai valori. Ma ormai capita spesso che i laici cattolici debbano fare scelte per la Chiesa anche se non hanno il sostegno ecclesiastico.                

Tuttavia, ancora oggi, per molti, la scolarizzazione promossa dallo Stato rimane l’unica via percorribile. Quali sono i principali limiti di questa visione? E quali quelli della scuola di Stato in sé?

Purtroppo la mentalità comune è che all’educazione deve provvedere lo Stato. Oggi consegniamo allo Stato i nostri figli dall’asilo nido all’università senza nemmeno chiedere cosa esso ne voglia fare. Si pensa che l’educazione sia  buona in quanto statale e statale in quanto pubblica. Come mai la massa la pensa così? Perché da quanto, due secoli fa, lo Stato sottrasse alla Chiesa l’educazione si è formato un centralismo statale in molti campi, e non solo in quello educativo, per cui i cittadini sono abituati al fatto che le leggi, il fisco, l’assistenza al disagio, la sanità e così siano servizi in capo allo Stato. Ma non è sempre stato così e non è giusto che sia così. Lo Stato è a servizio della comunità politica la quale viene prima dello Stato ed è articolata al proprio interno in società naturali come la famiglia, in corpi sociali intermedi, in comunità territoriali che hanno il dovere di operare in prima persona per il loro bene comune e non devono essere sostituiti, semmai aiutati a farlo, dallo Stato.

A inizio ottobre, dalla Francia, è arrivata la notizia che il presidente Emmanuel Macron sarebbe intenzionato a vietare le scuole parentali e la homeschooling. In molti hanno commentato soffermandosi sul venir meno della libertà di scelta dei genitori: condivide questa posizione o la trova lacunosa?

La valutazione è giusta ma non completa. Facciamo un esempio. Ammettiamo che in una classe la volontà dei genitori sia di lasciare le cose in mano allo Stato: anche in questocaso sarebbe rispettata la libertà educativa. Oppure poniamo il caso che la volontà dei genitori sia di avere insegnamenti sistematici di omosessualismo e gender in aula. In questi casi la libertà dei genitori esprimerebbe un astratto diritto non radicato in un dovere, quello di educare i figli non in qualsiasi modo ma secondo la morale naturale, la retta ragione e la vera religione. Come non è sovrano lo Stato in campo educativo non lo sono nemmeno i genitori. Certo hanno una priorità verso lo Stato ma non un diritto assoluto di fare quello che vogliono dei figli. Si vede qui la differenza tra un diritto dei genitori inteso in senso liberale, ossia senza limiti, e un diritto inteso nel senso dell’etica naturale e della visione cattolica, vale a dire come conseguente ad un dovere.

 

Ad ogni modo, la realtà rimanda un dato di fatto: per motivi contingenti (che siano i vaccini, o il gender, o altro) ma, in ottica cristiana, anche per non venir meno alla propria responsabilità, oggi i genitori si trovano di fronte a compito molto impegnativo. Dove possono trovare le risorse per non soccombere?

A sentire più di tutti questo problema sono i genitori cattolici, perché la fede ha la capacità straordinaria di svegliare anche la ragione. Partire con esperienze di scuola parentale o homeschooling è oneroso, perché tutta l’organizzazione della società e del lavoro dei coniugi rama contro. Inoltre il potere politico o mette i bastoni tra le ruote oppure addirittura vieta questi fenomeni. Anche le democrazie conoscono forme di dittatura. A ciò bisogna aggiungere che la Chiesa di oggi non ci crede, anzi ostacola questi fenomeni. La teologia pastorale di oggi rifiuta l’etichetta cattolica sulle iniziative sociali perché la considera erroneamente una forma di ideologia. Nonostante queste difficoltà, però, il fenomeno è in aumento perché molti sentono la necessità di costruire delle arche nel diluvio per la salvezza dei loro figli. Le cose più importanti sono due: andare al fondo delle motivazioni perché nelle difficoltà solo motivazioni forti ci possono sostenere, e poi collegarsi non solo per consigli operativi ma per sostenersi a vicenda nell’impresa.

Giulia Tanel

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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