Potere censorio senza responsabilità editoriali: il paradosso social che il caso Trump ha fatto esplodere

di Francesco Agnoli

In questi giorni negli Usa, un Paese che ha il mito della libertà di espressione, i due colossi social, Facebook-Instagram e Twitter, hanno censurato il presidente uscente Donald Trump. Non è la prima volta che succede.

In campagna elettorale il New York Post, uno dei più grandi giornali americani, aveva pubblicato alcune notizie molto gravi nei riguardi di Hunter Biden, figlio di Joe: facebook e twitter reagirono censurando lo scoop, facendo intendere si trattasse di una fake news.

Così non era: abbiamo saputo infatti, dopo le elezioni, che la notizia era vera.

Così infatti il quotidiano Repubblica il 9 dicembre: “Hunter Biden, figlio del presidente eletto Joe Biden, è sotto indagine per presunte irregolarità o reati di natura fiscale. Biden Junior è già stato al centro di controversie e scandali, in particolare per gli affari realizzati in Ucraina e in Cina, sfruttando il ruolo del padre quando questo era il vice di Barack Obama”.

Cosa sarebbe successo se la notizia sul figlio di Biden fosse circolata prima delle elezioni presidenziali? Biden avrebbe vinto ugualmente?

Non possiamo saperlo, anche se qualcosa si può immaginare.

Ma che imprenditori privati possano censurare grandi giornali come il New York Post e il presidente americano votato quasi dalla metà degli americani, ha sollevato molti dubbi. Anche personalità di sinistra, come Massimo Cacciari, Roberto Saviano, Stefano Fassina ed altri (per restare in Italia), si sono chiesti se ciò non sia pericoloso per la libertà di opinione. La rete si è riempita di domande: perché il dittatore cinese non viene censurato, e il presidente americano sì?

Perché i social pubblicano di tutto, ma poi scendono in campo, politicamente, prima e dopo un’elezione?

Il problema giuridico è semplice. Le piattaforme social godono di un grande privilegio: non sono considerate editori come gli altri, e questo le mette al riparo da processi per diffamazione, calunnia…

Per intenderci: se il Corriere della Sera pubblica qualcosa di errato e diffamatorio contro qualcuno, questi ha il diritto di portare editore ed autore dell’articolo in tribunale. Con Facebook e Twitter no! Ma se questi colossi poi decidono cosa pubblicare e cosa no, allora diventano editori come gli altri: perché solo loro godono di impunità? Perché costoro sono legittimati a fare “politica”, senza però nessun controllo né sul loro modo di privilegiare la diffusione di certi temi rispetto ad altri né sull’uso che fanno dei dati che raccolgono sui singoli cittadini? Ancora: è opportuno un regime di quasi monopolio, quale che sia il comportamento dei monopolisti?

Anche Davide Casaleggio ha espresso la sua perplessità: “Fino ad oggi Facebook, come molti altri social network, si è qualificata come piattaforma software indipendente, ma oggi forse dovrebbero qualificarsi come società editoriale prendendosi quindi la responsabilità di tutto quello che viene reso pubblico e specificando in ogni occasione perché un post è tollerato e un altro no. Se Putin o Xi Jinping dovessero fare dichiarazioni contro gli interessi statunitensi o quelli del social media, sarà Zuckerberg a decidere se è il caso di censurarli?”.

La questione era dibattuta ben prima della vicenda Trump – sia per motivi fiscali (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/14/le-tasse-pagate-in-italia-dai-giganti-web-amazon-11-milioni-di-euro-google-57-milioni-facebook-23-mln-netflix-6-mila-euro/5965917/), sia perché perché tra i giganti della Silicon Valley c’è chi, per entrare nel mercato cinese, si è piegato ad assecondare e facilitare la censura di Pechino a danni dei suoi cittadini, dimostrando così più attenzione ai guadagni che al resto – ma gli ultimi fatti hanno scatenato l’ira di milioni di persone, non solo negli Usa, che si sono sentite sorvegliate, controllate, manovrate, da due giganti dagli immensi profitti e senza regole.

Un giornalista italiano che vive in Florida, con un grande seguito tra gli italiani interessati alle vicende politiche e tecnologiche Usa, Roberto Mazzoni, ha invitato i suoi fans a lasciare facebook per telegram ed altri social (vedi: https://mazzoninews.com/), mentre Elon Musk ha scritto in un post di lasciare Whatsapp, di proprietà di Facebook, per Signal (https://rumble.com/vcm2f1-9-1-2021-perch-abbandonare-whatsapp-e-passare-a-signal-mn-75a-ripubblicato.html).

In generale, in questi giorni, in tutto il mondo molti stanno abbandonando Facebook, Instagram, youtube ecc. per Telegram, Parler, MeWe, Rumble… Tanto che questi mezzi, meno conosciuti, sono andati in sovraccarico.

E’ una “battaglia per la libertà”, dicono i critici di Mark Elliot Zuckerberg e Jack Dorsey.

Vedremo cosa succederà: può darsi che un maggior pluralismo nei social media possa giovare a tutti, ed evitare che singoli cittadini che possono “controllare” a loro piacimento una marea di notizie, possano influenzare troppo politica ed economia.

E’ un’altra faccia, se vogliamo, delle critiche ad Amazon, il negozio mondiale di Jeff Bezos, che, per il suo strapotere, fa paura a molti.

Fonte: l’Occidentale

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!
    News dalla rete
    • La presunzione “statuale” dei giganti del web e la “lotta all’odio” come resistenza delle élite in declino

      di Antonio Pilati. La libertà d’espressione, un architrave delle democrazie consolidate, è sotto minaccia in molti Stati occidentali: l’insidia è doppia e proviene da due diverse fonti, una tecnica, l’altra sociale. Quella tecnica riguarda le piattaforme, ovvero gli ambienti immateriali che con i loro costrutti operativi – app, motori di ricerca, cluster – potenziano e trasformano la vita collettiva mentre la sganciano dall’interazione fisica. Quella sociale deriva da una capillare e articolata ideologia che sempre più coinvolge l’opinione pubblica. Leggi il seguito…

    • Disonora il padre e la madre

      di Marcello Veneziani. Genitore 1 a genitore 2, passo e chiudo la famiglia. Non è una comunicazione in codice della Volante ma è il nuovo codice della famiglia, già adottato in mezza Europa e ora negli Stati Uniti e ripristinato in questi giorni da noi da questo governo (come annunciato dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, sulla carta d’identità dei minori tornerà la dicitura “genitore 1 e genitore 2”); noi che siamo provinciali e ci adeguiamo sempre “all’estero”, come dicono gli idioti, ma in differita. La cancel culture non cancella solo i grandi del passato, ma anche la madre e il padre. La famiglia finisce in coda, prendi il numeretto e ti metti in fila. Magari sarà previsto anche un genitore 3, 4, e così via o i genitori decimali, dopo la virgola. Non importa il sesso e l’effettivo rapporto col minore, basta avere i numeri. Leggi il seguito…

    • L’etica in soccorso del medico che non vuole vaccinarsi

      di Tommaso Scandroglio. Sempre più medici non vogliono farsi vaccinare e sconsigliano il vaccino anti- Covid ai propri pazienti. E le associazioni di categoria minacciano perfino l'espulsione dall'Ordine. Ma l'etica è dalla loro parte. E anche la legge.  Leggi il seguito…

    • Trump ri-impicciato (forse). Vincono i neocon

      Il percorso per eliminare Trump dalla scena politica del prossimo futuro prosegue, ma non è così facile come ritenevano all’inizio i democratici e potrebbe anche finire sugli scogli. Se è vero che diversi repubblicani si sono detti favorevoli all’impeachement, non è ancora stata raggiunta la massa critica necessaria a far passare la legge, che necessita i tre quarti dei voti del Congresso. E il tempo scarseggia, dato che la procedura deve passare entro il 20 gennaio, data dell’insediamento di Joe Biden. Leggi il seguito…