La presunzione “statuale” dei giganti del web e la “lotta all’odio” come resistenza delle élite in declino

di Antonio Pilati.

La libertà d’espressione, un architrave delle democrazie consolidate, è sotto minaccia in molti Stati occidentali: l’insidia è doppia e proviene da due diverse fonti, una tecnica, l’altra sociale. Quella tecnica riguarda le piattaforme, ovvero gli ambienti immateriali che con i loro costrutti operativi – app, motori di ricerca, cluster – potenziano e trasformano la vita collettiva mentre la sganciano dall’interazione fisica. Quella sociale deriva da una capillare e articolata ideologia che sempre più coinvolge l’opinione pubblica.

Primo aspetto, quello tecnico: da qualche anno il principale impulso strategico dei giganti del web che organizzano le piattaforme è annettersi essenziali funzioni di tipo statuale. Anzitutto hanno attuato, prima in via episodica poi in modo sempre più sistematico, forme di censura allo scopo dichiarato di impedire i discorsi di odio (hate speech) e, con il tempo, anche di bloccare quelle che – a loro insindacabile giudizio – si configurano come fake news: il punto è che le piattaforme non sono un editore (che può essere bypassato scrivendo per uno dei suoi concorrenti), sono invece infrastrutture della comunicazione ormai ineludibili, che di fatto hanno il potere di bandire dal discorso pubblico (o ridurre ai margini) gli utenti censurati. Quanto tale potere sia forte e devastante lo dimostra l’uso compiuto ai danni del Presidente americano, peraltro con un consenso quasi generale: in pratica soggetti privati hanno acquisito la facoltà di dare forma al discorso pubblico e deciderne i partecipanti. Hanno poi costituito giurisdizioni interne che attribuiscono loro la facoltà sia di decidere i contenziosi con gli utenti (Oversight Board) sia di stabilire le modalità per la scelta dell’erede di un profilo social: il motivo addotto è la semplificazione delle procedure, essendo quelle pubbliche troppo lunghe e complesse. Infine stanno studiando la messa in funzione e quindi la gestione di monete digitali (Libra di Facebook; Refereum di Amazon; la licenza e-money ottenuta da Google Payment in Lituania), una fondamentale prerogativa degli Stati.

L’annessione di funzioni pubbliche è un’operazione di grande rilievo politico che avviene con l’assenso, tacito o esplicito, dei vertici istituzionali. I giganti hi tech e il potere politico hanno oggi una profonda convergenza di interessi che sfocia in allineamento operativo: tipica, in altro campo, è la delega, rilasciata alle piattaforme durante la crisi sanitaria, di un fattore decisivo come il tracking (chiave del successo ottenuto nel contrasto al virus dagli Stati del Far East). Di fatto le piattaforme si fanno Stato e ne diventano protesi operativa. Ciò introduce all’aspetto ideologico che fornisce motivazione e argomenti a una modifica radicale della forma democratica, quale la normalizzazione della censura, che un tempo sarebbe apparsa impensabile.

Negli ultimi anni ha conquistato forza e capillare espansione un potente sistema ideologico la cui base concettuale – formatasi tra il ’68 e i competitivi anni ’80 – è l’ascesa a valore fondamentale dell’idea di illimitata realizzazione individuale. Nella versione di oggi sono stratificati e si compongono temi diversi: l’ecologia che, nata come speculazione intellettuale del club di Roma (anni ’70) e agitazione politica di Al Gore (anni ’90), ora si drammatizza in forma di impellente allarme per la sopravvivenza delle future generazioni; la libera circolazione degli individui che tematizza i presunti danni posti dai confini; la tutela dei diritti personali la cui lista non cessa di estendersi; la protezione da azioni, parole, sentimenti che possano ledere la sensibilità soprattutto di chi nella storia ha patito (il criterio è volutamente vago e iperesteso).

Nella costruzione della nuova ideologia un ruolo trainante hanno i grandi media a raggio internazionale (esempio tipico: New York Times) e, come visto, i giganti del web i quali svolgono una duplice funzione. In primo luogo integrano temi in principio sconnessi fra loro basandosi sull’idea – via via perfezionata – che l’individuo ha titolo per espandere senza intralci il proprio sentimento di vita. A compenso di questo tratto personale autocentrato, quasi egoista, emerge un’ispirazione universalista: i sentimenti che si autorealizzano hanno tutti pari dignità, anche quelli più distanti dalla tradizione dell’Occidente e più corrosivi per la sua identità culturale. Il tratto universalista evolve in solidarismo e con il tempo assume come elemento primario la difesa – colorata rapidamente in termini di revanche – di etnie, nazioni, gruppi sociali che hanno patito sconfitte. La seconda funzione è la capacità di dare alla figura dell’individuo solidale e cosmopolita un valore che lo proietta oltre i limiti nazionali: si costituisce così una massa d’urto che dà a contenuti e pretese di status una forte carica espansiva in grado di indirizzare la politica.

I contenuti sono in continuo allargamento: la cronaca documenta quasi ogni giorno nuovi gruppi da tutelare, nuovi misfatti storici da risarcire, nuovi temi – soprattutto nell’ambito della vita sessuale – da legittimare. Ma più rilevante è l’espansione delle pretese. Nella fase iniziale, soprattutto quando le issue sono separate, l’ideologia del sentimento individuale che si realizza senza limiti è un’opzione (forte) fra le altre, una richiesta di rispetto che chiede ma non impone consenso; col passare del tempo, però, da opzione diventa norma: poiché tutela la dignità personale e ripara da offese che creano grande dolore, non può essere pareggiata ad altre scelte (che non hanno uguale urgenza morale). Il punto di svolta è forse nel 2013 quando su Facebook esplode la questione hate speech: il principio della libertà di espressione, cardine della democrazia occidentale, è svalutato e posto in subordine al principio dello sgombero dal discorso pubblico di ogni potenziale elemento offensivo. La libertà d’espressione è un principio funzionale che garantisce lo scontro delle opinioni essenziale per alimentare le scelte degli elettori. Lo sgombero del potenziale offensivo è un principio morale che mobilita volti e storie – materia elettiva dei media – e in un tempo di regresso della politica (e delle sue condizioni di funzionamento) trova facile sopravvento. Facebook e i giganti del web spingono il tema, gli forniscono grande copertura d’immagine e già a metà decennio consolidano – con evidente incremento di potere – la propria funzione di censura. Lo schema, che drammatizza in chiave di racconto edificante sequenze di eventi o storie personali, si ripete nel 2017 (Me too) e nel 2018 (Greta) elevando i temi sottostanti a ineludibile impegno civile.

In questo arco di tempo l’ideologia moralista massimizza la sua presa e comincia ad abbattere il principio della libertà d’espressione: da forma dominante del pensiero pubblico si tramuta nell’unica visione accettabile in termini di civiltà entro il perimetro delle democrazie occidentali. Chi la nega perde, come mostra il caso di Trump, l’accesso paritario e rispettato al discorso pubblico. Ma senza la condizione della parità d’accesso non esiste la democrazia nell’accezione tradizionale (e occidentale): nonostante gli impulsi morali e l’adesione entusiasta del mainstream intellettuale e di molte fazioni politiche, la potenziale offesa alla sensibilità di qualche gruppo svantaggiato non ha titolo per prevalere sul diritto di esprimere senza remore le proprie idee per quanto urticanti.

Emergono in conclusione due punti essenziali. Il primo: la determinazione ideologica (solo alcuni hanno i titoli per parlare) è il vero motore dell’attacco alla libertà d’espressione: l’azione delle piattaforme è un supporto importante, ma strumentale, spinto da un disegno (opportunista) di crescita del proprio potere aziendale. Il secondo punto riguarda i tempi: l’ideologia restrittiva nasce prima di Trump, è probabilmente una delle componenti (meno chiare e consapevoli) che spinge tanta parte degli elettori a sostenerlo e certamente alimenta l’azione per contrastarlo (che comincia già prima del suo insediamento: Russiagate). Fa parte quindi di un’onda lunga, è una difesa – efficace – delle élite occidentali che nell’ultimo decennio hanno collezionato disastri e che nell’allarme sui discorsi di odio forse hanno trovato un’estrema linea di resistenza.

Fonte: l’Occidentale

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