Inizia l’era di Biden, il presidente del compromesso. Mentre Trump già prepara il ritorno in scena: come, si vedrà

di Vito De Luca.

D’accordo, Joe Biden è il nuovo presidente degli Stati Uniti, il 46°, e Donald Trump, il predecessore, è volato al caldo della Florida. Forse “The Donald” fonderà un suo partito, o un movimento, forse rimarrà all’interno del Gop, il Grand Old Party, forse darà vita ad un network tutto suo, forse si ricandiderà alla presidenza degli Stati Uniti nel 2024, forse lo farà uno dei suoi figli. Di sicuro, però, si ha che da un lato Biden sarà, sin da oggi, a partire dalla raffica degli ordini esecutivi sparati immediatamente (tra l’altro, l’unico e autentico potere governativo che hanno i presidenti americani), un presidente anatra zoppa, e dall’altro che Trump non sparirà.

Di certo sarà che la presidenza Biden sarà incentrata su un continuo tentativo di compromesso, non solo per l’approvazione di qualsiasi provvedimento dell’amministrazione – dato che alla Camera dei rappresentanti i democratici hanno una maggioranza risicata di soli dieci deputati, e al Senato sono in  parità , 50 e 50, con i repubblicani –  ma anche per tenere insieme le almeno due anime del partito democratico: quella “moderata” di Biden e quella radicale e “socialista” dei vari Ocasio-Cortez e Sanders e Warren.

Una ricerca di equilibrio e una necessità di sintesi che saranno il tratto distintivo del governo Biden, in cui la vice presidente, Kamala Harris, in qualità di presidente del Senato, dovrà ininterrottamente far pesare il proprio voto per far pendere la bilancia sul “blu”. Un’attività che logorerà, questa sì davvero – molto più dei tentativi di Trump di far ricontare i voti delle presidenziali del 3 novembre scorso o dell’invasione carnevalesca a Capitol Hill nei giorni della befana – l’efficienza e l’esercizio del sistema istituzionale americano, in attesa delle elezioni di metà mandato, fra due anni, in cui, di norma, ad affermarsi è il partito di opposizione: in questo caso, quello repubblicano.

C’è da ricordare, infatti, che se è vero che la figura presidenziale Usa racchiude in sé, formalmente, sia quella del capo di stato, sia quella del capo del governo, è altrettanto vero che l’esercizio del potere esecutivo è solo in parte delegato esclusivamente all’amministrazione governativa. Se si escludono i poteri di veto presidenziali sulle decisioni prese del Congresso, e i cosiddetti ordini esecutivi, tutti gli altri indirizzi governativi devono essere approvati dal Senato.

Ecco perché l’esercizio del potere esecutivo, in Usa, potrebbe ben dirsi come un potere governativo “diffuso” (altri lo definiscono separato o diviso), tanto che nell’agenda di Biden, proprio per superare l’impasse in Campidoglio, vi è ora il tentativo di modificare il regolamento sul filibustering, ovvero su quell’azione di ostruzionismo che in sostanza agisce con un potere di veto dell’opposizione.

E su questo, sin dal primo giorno della presidenza, Biden ha ricevuto il primo stop. Dai repubblicani, ma anche dai dem. Il leader della minoranza al Senato, Mitch McConnell – ora potenzialmente favorevole all’inesistente ipotesi giuridica di una seconda messa in stato di accusa di Trump –, ha manifestato l’intenzione che l’ostruzionismo legislativo rimanga intatto per i prossimi due anni. Secondo il veterano del Senato, un’iniziativa di questo tipo rappresenterebbe un intoppo nei negoziati su una risoluzione organizzativa che fisserebbe le linee guida per il nuovo Senato.

Insomma, se una nuova stagione avrà da essere nei rapporti tra democratici e repubblicani, non sarà certamente il porre la questione dell’ostruzionismo quella che potrà porre nuove basi per il continuo tentativo di accordo cui dovrà mirare il presidente.  La dose l’ha rincarata anche l’ex candidata alle primarie dem, la senatrice Amy Klobuchar, che pragmaticamente ha fatto notare come ora «questo sia il momento di capire semplicemente come condividere il potere quando si ha un Senato 50 a 50, con Kamala Harris come voto decisivo».

Per altro, non c’è spazio. Anche il tentativo dei dem al Congresso per un secondo impeachment nei confronti di Trump – più una vendetta politica che un tentativo di esercitare invece la giustizia – è motivo di divisione tra Biden e i suoi compagni di partito, con il primo teso, quanto meno nelle sue dichiarazioni pubbliche, ad un superamento delle divisioni nel Paese.

Tra l’altro, da un lato la costituzione americana esclude la possibilità che un ex presidente possa essere condannato per atti relativi al suo governo, e dall’altro la clausola Bill of Attainder non contempla la possibilità di “squalifica” per una possibile e futura ricandidatura. Dunque, di certo, Oltreoceano, c’è che il nuovo presidente nei prossimi anni sarà più concentrato nell’attività di mediazione con i repubblicani e che, come ha detto Trump quando ha lasciato ieri la casa Bianca, «We will be back in some way».

Fonte: l’Occidentale

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