Crisi di Governo, il day after. Nuovo bivio per Conte: o allarga maggioranza o punta egli stesso al voto

di Giuseppe Leonelli.

Il day after di Giuseppe Conte e del Governo si apre per il premier con la consapevolezza di avere sì vinto la battaglia del Senato ai punti, ma che il match è ancora in pieno svolgimento. Il presidente del Consiglio esce infatti legittimato a livello istituzionale dal voto di palazzo Madama, ma debolissimo a livello politico.

Certo, per amore di verità è tempo di riporre, anche per i più feroci detrattori dell’avvocato pugliese, le facili ironie, i Giuseppi e le sottovalutazioni. Il premier Conte, da novello praticante politico, è riuscito nella impresa di avere liquidato in pochi mesi prima Matteo Salvini e poi Matteo Renzi: un uno-due tutt’altro che scontato e di cui bisogna dargli atto.

Ora però cosa succede? Onestà impone di ammettere – al di là delle posizioni di parte – che con 156 voti al Senato, compresi i voti di senatori a vita e di altri parlamentari non proprio affidabili, non si governa e che quindi all’orizzonte si aprono due strade possibili.

La prima è quella di un rapido allargamento della maggioranza di Governo. Conte potrebbe puntare a un terzo mandato rimescolando tutte le carte o fare semplicemente tesoro dei due ministeri e delle poltrone di sottosegretario e di quella della delega dei Servizi lasciate vacanti, per accontentare altri sedicenti ‘responsabili’. Ovvio, che in questo contesto potrebbe essere funzionale l’ipotesi di costruire un partito del presidente (quotato dai sondaggi già in doppia cifra) per offrire un orizzonte politico ai nuovi arrivati anche nella prossima legislatura.

La seconda strada invece è quella che si apre se il traguardo di 161 e oltre al Senato non si raggiunge nel giro di poche settimane. A quel punto le elezioni potrebbero essere una ipotesi non più così remota. Infatti, paradossalmente, potrebbe essere proprio il presidente del Consiglio a spingere l’acceleratore sul voto pur di non vedersi messo all’angolo da un Governo di Unità nazionale, del quale onestamente al momento non si intravedono in ogni caso i contorni. La Lega infatti non può permettersi di entrare in un Esecutivo di ‘larghe intese’, pena il lasciare campo libero a Fratelli d’Italia, e l’unico ad auspicare la nascita di un ‘dentro tutti’ potrebbe essere Matteo Renzi per tentare, avvicinandosi al centro del centrodestra, un ormai improbabile ritorno in gioco. Con questo scenario Giuseppe Conte potrebbe quindi fare perno sui 5 Stelle e indicare la via delle urne, proponendosi come leader dei grillini (evitando così la perigliosa strada del partito del presidente, spesso non così fortunata, come i vari Dini e Monti insegnano) e garantendo – almeno alla struttura di vertice pentastellata – un approdo in Parlamento anche nella prossima legislatura.

E l’opposizione? Il centrodestra nel suo complesso ha retto in questo delicato passaggio parlamentare. Salvini ha indossato i panni del capo della coalizione mettendo da parte i suoi interessi immediati, il Centro ha tenuto e non si è staccato e addirittura alcuni del gruppo Misto ex M5S hanno votato ‘no’ potenziando i ranghi della minoranza. Le uniche vere profondissime crepe si sono aperte in Forza Italia: Causin, Rossi e Polverini hanno cambiato casacca e gli applausi ad ogni voto contrario di un esponente forzista ieri in Senato erano lì a testimoniare tutti i tentennamenti di chi, per arrivare al traguardo senza cedere, ha bisogno dell’incitamento del pubblico.

Un vuoto politico, quello che sta lasciando il partito di Berlusconi, del quale Salvini e Meloni devono evidentemente farsi carico favorendo la nascita di una componente liberale e centrista diversa da Forza Italia, pena, in virtù di una legge elettorale proporzionale, il definitivo abbandono del Centro rispetto alla coalizione di centrodestra. Uno scenario che renderebbe la vittoria alla elezioni non più così scontata.

Fonte: l’Occidentale

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