Utero artificiale: speranza per i prematuri o prove di nascita in laboratorio?

di Eugenia Roccella.

Rulli di tamburi annunciano che la ricerca sull’utero artificiale è a buon punto, e che l’Europa ha finanziato a questo scopo, con quasi 3 milioni di euro, l’università olandese di Eindhoven. A quanto sembra gli olandesi hanno sviluppato un modello che affermano possa essere sperimentato entro pochi anni, e la cui particolarità innovativa, rispetto alle vecchie incubatrici, è di mimare il più possibile il grembo materno. Il bambino sarà immerso nel liquido amniotico, nutrito tramite cordone ombelicale da una placenta (naturalmente artificiale) e sentirà persino il battito cardiaco della pseudo mamma.

Un’immagine che un po’ mette i brividi, e ricorda un film di qualche anno fa, Lei, sulla relazione amorosa tra un uomo e il sistema operativo “Os1” . Però, si dice, tutto questo è a fin di bene: la ricerca mira ad aumentare le possibilità di sopravvivenza dei grandi prematuri, i bimbi che nascono intorno alla ventiduesima settimana e che attualmente hanno una percentuale di sopravvivenza molto bassa.

All’inizio, per mettere a punto il prototipo di Eindhoven, si useranno “bambini” stampati in 3D e dotati di sensori, ma, se i ricercatori davvero riusciranno a raggiungere l’obiettivo, la macchina, prima o poi, dovrà essere testata sugli esseri umani. Le domande che giuristi e bioeticisti si pongono sono già molte: come saranno scelti i bambini da sottoporre all’eventuale sperimentazione? In che caso si potrà spegnere l’utero artificiale? Qualcuno studierà gli effetti a lungo termine dello sviluppo di un bimbo prematuro all’interno di un utero artificiale?

Domande già abbastanza inquietanti, ma più allarmanti ancora sono gli scenari futuribili della maternità che si intravedono sullo sfondo. Dopo il bricolage della fecondazione artificiale, con il nuovo grande mercato transnazionale di gameti e di gestanti, avremo anche la cancellazione dell’esperienza di nascere nel corpo di una donna, di essere figli e madri come da sempre lo siamo stati?

Ormai si sa che la maternità e l’identità femminile sono sotto attacco, e il potere di generare è l’invidia dei tecnoscienziati: il sogno, che finora è rimasto sogno, di una parte del mondo scientifico, non è più allargare le conoscenze umane, ma entrare in gara con Dio, ri-creare l’essere umano, con l’arrogante idea di poterlo fare meglio. La tappa intermedia necessaria, in questo percorso, è l’espropriazione della maternità, far nascere i bambini in un asettico laboratorio anziché in un imperfetto corpo femminile.

Ci riusciranno? Non possiamo saperlo con certezza, ma, considerate le premesse e la storia recente di questi tentativi, ne dubitiamo. E’ utile, a questo proposito, ricordare la vicenda incredibile della clonazione terapeutica, che quindici anni fa, quando si votò al referendum per abrogare parti della legge 40 sulla procreazione assistita, era annunciata come imminente, proprio dietro l’angolo. In realtà l’unica cosa che c’era, dietro quell’angolo, era la più grande truffa scientifica della storia: il falso annuncio, a cui tutte le più autorevoli riviste scientifiche dettero credito, del coreano Hwang, che raccontò di aver ricavato linee cellulari clonate. La clonazione terapeutica, che occupava le prime pagine dei giornali, da allora è scomparsa dalla scena.

Il corpo di una donna è sicuramente imperfetto, ma è naturalmente  predisposto alla maternità, e la complessità delle modificazioni ormonali, delle interazioni con il nascituro sono tali che difficilmente si possono riprodurre in laboratorio. Intanto, però, ci permettiamo di segnalare un piccolo dettaglio: se mai davvero l’utero artificiale potesse permettere la sopravvivenza dei grandi prematuri – e di questo saremmo tutti felici – gli interventi abortivi sarebbero a rischio. La legge 194, infatti, prevede che l’aborto non si possa fare quando il feto “ha possibilità di vita autonoma”. Se davvero questa possibilità ci fosse già a poche settimane dal concepimento, per i sostenitori dell’aborto sarebbe un bel problema.

Fonte: l’Occidentale

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