Lockdown, narrazione del governo in un vicolo cieco

di Eugenio Capozzi.

O il governo continua a cercare di convincerci che ci troviamo in una situazione di emergenza sanitaria grave, e quindi deve mantenere intatte le restrizioni anche durante il periodo natalizio, condannando il Paese al fallimento oppure riconosce, contraddicendo tutto il suo allarmismo, che la situazione è sotto controllo e dunque deve consentire la riapertura delle attività economiche. Il vicolo cieco in cui si è cacciato Conte è diventato un gioco molto pericoloso. 

Il “lockdownismo” è una “filosofia” che, se adottata fino in fondo, porta a contraddizioni insanabili. Se si parte dal presupposto che il Covid è un virus talmente temibile da presentare dei rischi altissimi a tutta la popolazione – e se conseguentemente si decreta la protezione della salute dei cittadini deve avere la precedenza su qualsiasi altro obiettivo – è poi molto difficile cambiare rotta e adottare soluzioni di buonsenso quando la realtà si manifesta molto diversa, e contemporaneamente quando le necessità elementari di sopravvivenza della vita sociale ed economica spingono in direzione opposta.

E’ esattamente questo il vicolo cieco nel quale si è andato a cacciare il governo Conte bis, con la sua corte di scienziati del Cts, in questo autunno-inverno.

Dopo le restrizioni draconiane a libertà personali e attività economiche attuate in primavera – che tra l’altro non hanno sortito certo effetti brillantissimi, se oggi l’Italia figura complessivamente ancora terza nel mondo per tasso di mortalità del virus – l’esecutivo, pur allentando parzialmente la stretta in estate, non ha mai voluto cambiare la sua “narrazione” allarmista, e ha continuato a negare che il paese dovesse ritornare alla normalità, sia pur con tutte le doverose precauzioni e prevenzioni del caso, e non concentrandosi adeguatamente sul rafforzamento delle difese preventive contro il virus nei settori in cui esse più andavano rafforzate: i trasporti pubblici e le strutture sanitarie (posti letto, terapie intensive, medicina di base).

Questa renitenza ad abbandonare una linea emergenzialista è da ricondurre, naturalmente, al fatto che Conte e la sua maggioranza molto presto si sono convinti che l’emergenza fosse la loro migliore alleata, il miglior aiuto per consolidare e rafforzare un governo fragile e traballante, e che si dovesse cercare di arrivare grazie all’emergenza all’estate 2021, cioè al “semestre bianco”, unico obiettivo chiaro della coalizione giallorossa. Ma è dovuta certamente anche all’affiliazione del governo all’ortodossia dei vertici Ue, il cui nucleo “fondatore”  (l’asse franco-tedesco) è concorde nel ritenere la pandemia anche come un’occasione per accelerare dinamiche di riconversione economica e tecnologica.

In tale scia, il governo italiano ha pensato di poter mantenere alta la pressione dell’allarme sanitario modulandola di volta in volta, e tamponando le inevitabili tensioni socio-economiche che ne sarebbero sorte grazie all’allentamento del rigore sul deficit e debito pubblico e alla promessa di aiuti comunitari (Recovery Fund e Mes), tradotti in termini di politica economica nella linea dei “ristori” a pioggia, del prolungamento della cassa integrazione e di quello del blocco dei licenziamenti.

Prevedibilmente, dunque, appena l’estate è finita l’esecutivo, servendosi anche di un sistema dei media mai così allineato sulle posizioni governative, ha ripreso a lanciare allarmi insistenti sull’epidemia, evocando quotidianamente l’imminenza di una “seconda ondata” e addossando all’”irresponsabilità” e agli “eccessi” degli stessi cittadini in anticipo la responsabilità di qualsiasi recrudescenza del virus. E da settembre in poi, grazie ad una campagna di tamponi di massa e complice del clima più fresco, la continuazione endemica del virus, la cui letalità nel frattempo è calata di almeno 10 volte rispetto alla primavera, è stata abilmente trasformata dalla comunicazione ufficiale nella “seconda ondata”: profezia auto-avverata, prontamente sfruttata dal governo per ricominciare a suonare la tastiera emergenziale, con una nuova, progressiva serie di Dpcm restrittivi, fino ad un lockdown di fatto, pur negato a parole, attuato attraverso il sistema cervellotico delle zone gialle, arancioni e rosse. Un sistema che, astutamente, ha frazionato e diviso, insieme a qualche spicciolo ulteriore di  “ristori”, un fronte di malcontento sociale che stava cominciando a montare.

Ma qui cominciano i nuovi guai per Conte e i suoi sodali. Infatti in autunno maturano due elementi potenzialmente esplosivi, se incrociati tra loro, per l’emergenzialismo governativo. Da un lato, fin dall’inizio di novembre in tutta Europa il numero dei contagi si è stabilizzato e ha cominciato a calare, e l’Italia non ha fatto eccezione: un dato dovuto, chiaramente, non ai “confinamenti” varati in altri paesi come nel nostro, in quanto più o meno uniformemente riscontrabile in nazioni che hanno seguito linee anche molto diverse, e avvenuto “troppo presto” per essere ricondotto a quelle misure; anche se immancabilmente, e poco credibilmente, il governo ha cominciato ad attribuirsene il merito. Dall’altro, l’avvicinamento delle festività natalizie pone un problema enorme di tenuta del sistema economico, in quanto i consumi connessi al Natale hanno un peso rilevante nel prodotto interno lordo annuo. Le feste di fine anno in condizioni di lockdown provocherebbero perdite di fatturato gigantesche a settori strategici già ridotti allo stremo, rappresentando per l’economia italiana un colpo di grazia.

La narrazione lockdownista si trova dunque ad un bivio decisivo. Delle due l’una: o il governo continua a cercare di convincerci che ci troviamo in una situazione di emergenza sanitaria grave, e quindi deve mantenere intatte le restrizioni anche durante il periodo natalizio, condannando sostanzialmente al fallimento una enorme quantità di imprenditori e aprendo un’ulteriore voragine nel già previsto crollo del Pil 2020; o riconosce, contraddicendo tutto il suo consolidato allarmismo, che la situazione sanitaria è già sostanzialmente sotto controllo – fatte salve le “normali” inefficienze del sistema sanitario nazionale – visto che posti letto ospedalieri e terapia intensiva non sono affatto, numeri alla mano, nella sitruazione di “collasso” tante volte evocata dai media, e dunque deve consentire la riapertura delle attività economiche chiuse nonostante si fossero adeguate da tempo a rigorosi protocolli di sicurezza (ristoranti, bar, palestre, piscine, cinema, teatri … ), oltre che ripristinare la libertà di spostamento tra regioni, e con essa consentire la ripresa del settore turistico-alberghiero.

Una via di mezzo tra queste due opzioni è molto difficile da sostenere. Ma, per ragioni di sopravvivenza, il governo è costretto proprio a cercare di trovare proprio una tale via, cioè di salvare spericolatamente capra e cavoli. Una normalizzazione troppo lineare pregiudicherebbe la credibilità del suo costante allarmismo, e farebbe emergere chiaramente tutte le falle della sua disgraziatissima gestione della situazione di questi mesi, autorizzando il mondo politico a pensare a soluzioni nuove, più condivise, e dunque a mettere in soffitta l’esperienza di Conte. Contemporaneamente però persino i giallorossi, notoriamente impermeabili alle ragioni del business, comprendono come un anno “senza Natale” non sarebbe sostenibile dal “sistema Italia”, e avrebbe anche un contraccolpo psicologico grave sulla popolazione, aggiungendo la frustrazione delle attese deluse e dello scoramento a quella dell’immiserimento collettivo.

Da qui i passi goffi e incoerenti del governo in questi giorni. Da una parte, la promessa di “allungare il guinzaglio” ai cittadini, consentendo la riapertura di gran parte delle attività. Dall’altra, l’insistenza nel cercare di mantenere un clima di mobilitazione emergenziale che possa essere serrato nuovamente a gennaio: con una serie di limitazioni, raccomandazioni, e naturalmente con il consolidato gioco della colpevolizzazione collettiva, stavolta già proiettata su una “terza ondata” data per scontata per i prossimi mesi. Secondo ministri e membri del Cts se ci sarà la terza ondata sarà stata colpa dei cenoni e dei festeggiamenti, come ieri era stata colpa delle vacanze estive o della “movida” (non si capisce come, visto che la crescita dei casi si è manifestata non due settimane dopo le ferie di agosto, ma due mesi dopo). Da qui anche il tentativo di bloccare la ripresa del turismo invernale, visto appunto come simbolo massimo della normalizzazione, a rischio di conseguenze traumatiche per un settore che proprio durante le feste natalizie vive uno dei suoi momenti di maggiore profitto. E da qui, infine, il tentativo di catalizzare fin d’ora l’attenzione degli italiani su un presunto imminente arrivo del vaccino anti-Covid, sperando che l’attesa “messianica” indotta possa contribuiere a lenire le tristezze delle feste

Quello del governo è un gioco molto pericoloso, un equilibrismo estremo che rischia di fallire in ogni momento, generando una reazione a catena per esso distruttiva. Ma alla fine, con un po’ di fortuna, Conte potrebbe anche riuscire a portare a casa il risultato di “tirare a campare” ancora un po’, grazie a due elementi che hanno molto contribuito finora a fargli superare indenne la tempesta del Covid: la psicosi collettiva creata dalla pressione costante del sistema mediatico; e l’acquiescenza sostanziale mostrata fino ad ora dalle opposizioni, che appaiono desiderose soprattutto di mostrare la loro volontà costruttiva, e di non prestarsi a essere definite “negazioniste”.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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