Le NDE (esperienze di pre morte) e il suicidio

Molti testi di medici americani, inglesi, olandesi, italiani… che si occupano di esperienze di pre morte (NDE) riportano un fatto: i ritornati, in qualche caso persone che avevano tentato il suicidio, raccontano non solo di aver visto in faccia la morte e “la vita oltre la vita”, ma anche di aver compreso che questa vita terrena è un “compito da assolvere”, cui non ci si può sottrarre, mentre il suicidio è un gesto che all’uomo non è permesso.

Lo scriveva già il medico e filosofo Raymond A. Moody jr. nella postfazione al suo celebre La vita oltre la vita, il testo che per primo sollevò la questione NDE: “Di particolare importanza sono stati i resoconti di esperienze di pre morte legate a tentativi di suicidio… Tutti, in una parola, dichiarano che le angosce alle quali avevano voluto sfuggire con il suicidio erano presenti, e in modo più tempestoso anche dopo la ‘morte’...” (R. Moody jr, La vita oltre la vita, Mondadori, Milano, 1977).

Analogamente la studiosa Paola Giovetti afferma che la maggior parte di NDE negative, infernali, quelle in cui si sperimentano vuoto, terrore, solitudine assoluta… sono, nella sua esperienza e nelle sue indagini, successive ad un tentato suicidio (Paola Giovetti, NDE Near-Death Experiences: Testimonianze di esperienze in punto di morte, Mediterranee, Roma, 2014). La Giovetti nota inoltre che queste NDE, che iniziano, come si è detto, in modo negativo, poi si trasformano, cosìcchè allo spavento iniziale subentra un senso di sollievo, come se fosse concessa una seconda possibilità, come che al “ritornante” venisse detto: “Rischiavi la perdizione, ma ti è data un’altra chance“.

Quanto al celebre studio sulle NDE di Pim van Lommel, il medico olandese ricorda che “almeno il 20% dei suicidi falliti riporta una NDE, che può avere un impatto profondo e talora positivo sulle vite future di questi pazienti che sono spesso gravemente depressi. La Nde insegna loro che togliersi la vita non risolve affatto i problemi da cui cercavano di fuggire… ritentare un suicidio dopo una NDE è un evento estremamente raro...” (Pim van Lommel, Coscienza oltre la vita, Amrita, Torino, 2016).

A tal riguardo, noi italiani possiamo citare un caso molto famoso, quello di Umberto Scapagnini, autore di Il cielo può attendere (2011), nel quale egli stesso raccontava, seppur brevemente, di aver vissuto una esperienza di pre morte. Ma chi era Scapagnini? Un uomo di mondo, a tutto tondo: medico personale di Silvio Berlusconi alla ricerca dell’elisir di lunga vita, per l’uomo di Arcore e per sè medesimo, amante della bella vita e delle donne, del successo e dei soldi, parlamentare, europarlamentare, due volte sindaco di Catania e neuroscienziato di fama mondiale (con cattedre in Italia, Belgio, California, al Mit di Boston, consulenze alla Nasa… )…

Tutto, insomma, tranne che un mistico. Fino al tumore, scoperto nel 2007, e alla citata NDE. Così, dopo il suo decesso nel 2013, il suo amico e giornalista Pierangelo Buttafuoco: “Beato lui che ebbe l’intuizione dell’immortalità per via di medicina… Beato lui che viaggiò tanto, nei luoghi incontaminati del mondo… Apprezzato nella comunità dei ricercatori e invitato a tutte le più belle feste, dovunque ci fosse la bellezza e la gioia di vivere, ci arrivò lui e perciò sempre beato lui. Beato lui che praticò tutti gli sport… Beato lui che ebbe accanto le donne tutte alte di calcagno…”. E soprattutto: “Beato lui che, un giorno, nel pieno del coma profondo – colpito da un tumore, quindi sfasciato da un terribile incidente automobilistico – si ritrovò accanto padre Pio. Il santo gli strinse forte la mano, lo rimbrottò a proposito di qualcosa e lo riportò alle giornate sue” (Il foglio, 2 aprile 2013).

Rientrato in parlamento, dopo la Nde, nel 2009 Scapagnini si trovò a dibattere un disegno di legge sul testamento biologico: lui che in precedenza si era dichiarato a favore dell’eutanasia e della morte di Eluana Englaro, sostenne con forza, prima davanti ai suoi colleghi, poi sui giornali, che la vita non è possesso dell’uomo, e che il compito del medico è sfuggire ogni forma di dominio, cioè sia l’accanimento terapeutico, sia la tentazione dell’eutanasia.

Così dichiarò, tra l’altro, alla giornalista di Tempi, Bendetta Frigerio, nell’aprile 2011: “Sicuramente la visione che ho avuto durante il coma – mia madre e padre Pio che mi hanno detto che la vita vale la pena di essere vissuta fino in fondo e che si vive per fare la volontà di Dio – mi ha dato forza e mi serve ora per vivere una vita più vera di quella che facevo prima. Però se medici e parenti mi avessero “lasciato andare” che ne sarebbe stato di me?… senza l’amore dei miei cari e il miracolo che ho ricevuto non sarei qui, ma sarei morto anche se i medici avessero sospeso le cure o l’alimentazione e l’idratazione. Insomma, se il malato non lo consideri come un mistero ma come un morto solo perché non parla, non puoi curarlo bene, non usi bene la scienza: ammettere che chi hai di fronte non è fatto solo di materia è più ragionevole e professionale“.

Per approfondire: https://www.fontanadisiloe.it/Libri/Sorella-morte-corporale

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