Il “Patto di Assisi” e le attuali caricature ecclesiastiche di san Francesco

di Stefano Fontana.

Il Patto di Assisi, frutto della tre giorni dal titolo “Economy of Francesco” che si è tenuta on line dal 19 al 21 novembre scorso, è stato realizzato e proposto nel nome di san Francesco, nel gioco, poco rispettoso a mio parere, con il nome del papa. Ad essere chiamato in causa è il santo di Assisi, ma poi ci si accorge che il Patto di Assisi non nomina mai Gesù Cristo.

Di san Francesco si parla anche all’inizio dell’enciclica “Fratelli Tutti” di papa Francesco. Il titolo stesso dell’enciclica è preso dalle parole del santo, che però, nel discorso fonte della citazione, egli rivolgeva ai suoi frati e non al genere umano come la “Fratelli tutti” fa credere. Inoltre, nell’enciclica la figura di san Francesco è forzatamente stiracchiata, soprattutto tramite il travisamento del suo viaggio in Egitto per incontrare il Sultano. Del resto, la “Fratelli tutti” è piena di considerazioni sociologiche e politiche che non possono essere facilmente ricondotte al santo di Assisi, come invece essa pretenderebbe. Anche la Laudato sì’ – che prende addirittura il titolo da una lauda di san Francesco – vorrebbe far passare come francescane molte sue considerazioni e valutazioni opinabili e anche contestabili sul clima.

Siamo allora alla presenza di una sistematica deformazione di san Francesco, per farlo diventare il “logo” di una pastorale e di una politica ecclesiastica nella quale il santo è tirato per i capelli e la sua vita e il suo messaggio vengono secolarizzati in un ecologismo alla moda e in una fratellanza politicamente corretta.

Come antidoto, allora, può essere molto utile leggere cosa scriveva di san Francesco il grande storico della filosofia Étienne Gilson nell’opera “La filosofia di san Bonaventura” del 1978 [che di seguito citerò nella edizione Jaka Book del 2017]: in essa non c’è traccia di alcuna caricatura di san Francesco e quindi può fare appunto da valido antidoto alle caricature attuali. Gilson si occupa qui di san Francesco perché san Bonaventura era frate francescano. Egli, accanto a san Tommaso, fu tra i più grandi filosofi e teologi della Scolastica nonché Dottore della Chiesa, e, poco più che trentenne, dovette lasciare l’insegnamento per diventare il settimo successore di san Francesco alla guida dei Minori. Secondo Gilson, “ciò che san Francesco aveva vissuto e sentito, san Bonaventura lo avrebbe pensato”: da qui la necessità, per poter presentare la filosofia di san Bonaventura, di dire cosa san Francesco avesse “vissuto e sentito”.

“San Francesco tendeva a vivere in una sorta di contatto permanente con la vita divina; lo cercava innanzitutto nella solitudine, e san Bonaventura aveva ragione di dire che la vita eremitica era uno degli elementi costitutivi dell’ideale francescano … il corpo nel quale la sua anima era rinchiusa restava la sola barriera che lo separasse dal cielo; fin da questa terra era cittadino della patria celeste… ma la sua barriera di carne gli permetteva di isolarsi dal mondo mentre essa lo separava da Dio. Mente gli si parlava, troncava la conversazione smettendo di intendervi; era ancora là col corpo, ma era rientrato in se stesso; la sua anima era partita, non era più di questo mondo. Quando queste visitazioni divine lo coglievano in pubblico, si faceva una cella col proprio mantello; se non aveva mantello si nascondeva il viso con la manica; se credeva di non poterlo fare, si faceva una solitudine col suo stesso petto e il suo cuore si comunicava con Dio”.

È molto difficile fare di questo santo il patrono della fratellanza esteriore, vuotamente umanistica, e l’esempio di un ambientalismo naturalistico. Egli viveva tutto nelle sue estasi, “Avendo toccato Dio, san Francesco ne poteva svelare la presenza anche là dove semplici mortali non l’avrebbero sospettato”, egli “leggeva il senso delle cose” perché “non era più di questo mondo”. Il santo  “viveva permanentemente in mezzo ad una foresta di simboli”, “di qui quella gioia interiore ed esteriore che costantemente attingeva in tutte le cose; toccandole e contemplandole, sembrava che il suo spirito non fosse più sulla terra, ma in cielo”. Se da queste altezze si scende a parlare di seguire san Francesco differenziando e riciclando i rifiuti, cosa ne resta?

Si parla molto di come san Francesco chiamasse fratello e sorella gli elementi della natura. Sì, ma in che senso? “L’universo attraverso cui passava san Francesco era dotato  di una essenza tutta particolare; come il suo corpo era per lui solo una barriera che gli nascondeva Dio, così il mondo attraverso cui si affrettava era solo un luogo di pellegrinaggio, un esilio di cui scorgeva già il termine. Anche qui san Francesco trasformava profondamente un tema conosciutissimo del suo ambiente e del suo tempo, quello del contemptus mundi. Per essere radicale, il suo disprezzo del mondo non aveva nulla di quel tetro odio in cui certi asceti credevano di dover avvolgere l’universo; in un certo senso ne usava come un campo di battaglia contro i principi delle tenebre, ma in un altro senso vi vedeva il chiaro specchio della bontà di Dio” (70-71). La sua era una ecologia divina.

Oggi si parla molto di risparmiare l’acqua, sentite come ne parlava san Francesco: “Quando si lavava le mani, faceva in modo di non lasciar cadere gocce d’acqua in posti dove rischiassero di essere calpestate dai piedi, perché l’acqua raffigura la santa penitenza ed è per mezzo dell’acqua del battesimo che l’anima è lavata dal peccato originale” (71).

Ascesi, contemplazione, lotta interiore, battaglia contro le tenebre, rifugio continuo in Dio, visione della natura con lo sguardo di Dio, preghiera, solitudine. Questo era san Francesco senza le stiracchiature di oggi.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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