Il Distributismo, un esempio di fecondità della Dottrina sociale della Chiesa

di Giampaolo Crepaldi.

Il Distributismo è una dottrina sciale ed economica ispirata alla Dottrina sociale della Chiesa e promossa da importanti scrittori inglesi come Chesterton, Belloc e McNabb.

Il fascicolo 3/2020 del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” è completamente dedicato al Distributismo.

È un’occasione per conoscere questa importante e attuale corrente di pensiero cattolico.

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Pubblichiamo qui sotto l’Editoriale del vescovo Giampaolo Crepaldi al fascicolo.

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Editoriale

Il Distributismo, un esempio di fecondità della Dottrina sociale della Chiesa

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Vescovo di Trieste,

Presidente emerito dell’Osservatorio

 

La Dottrina sociale della Chiesa possiede alcune caratteristiche che ineriscono alla sua natura. Al permanere dei principi di riflessione e dei criteri di giudizio si affianca la novità dei problemi sociali nuovi da affrontare e la sua indole pratica. Come è noto, per indole pratica si intende che essa è orientata all’azione, ed infatti è teologia morale. Capita così che nel corso della storia la Dottrina sociale della Chiesa abbia suscitato diversi orientamenti “pratici” intesi in questo senso, animando il pensiero di tanti esperti nei campi delle scienze sociali e muovendo schiere di fedeli laici attivi nella società, nell’economia e nella politica. In altri termini essa è stata capace sia di far nascere nuovi orientamenti di pensiero sia di spingere all’azione per la loro realizzazione. Ogni volta che questo è avvenuto è stato realizzato qualcosa di concreto e limitato sia nello spazio che nel tempo, ma nello stesso tempo si è creato qualcosa capace di parlare anche alle generazioni successive, superando lo spazio e il tempo. Questo è dovuto sia alle opere concretamente realizzate, ma ancor di più allo spirito di fede che le animava e alla perenne novità contenuta nel Vangelo.

Un esempio fulgido di quanto ora sottolineato è costituito dal movimento del distributismo, iniziato in Inghilterra dopo la Rerum novrum e soprattutto nei primi decenni del Novecento ad opera soprattutto di insigni intellettuali cattolici, come Chesterton o Belloc. L’esplicito riferimento di questi autori alla Rerum novarum colloca questo movimento di idee e proposte operative dentro la tradizione della presenza cattolica nella società alla luce della Dottrina sociale della Chiesa per la giustizia sociale e l’evangelizzazione del mondo a gloria di Dio. In quel tempo è nato così un filone di pensiero che non ha più smesso di produrre i propri frutti e che anche oggi può essere di interesse e di spunto, avendo superato lo spazio e il tempo per arrivare fino a noi.

A leggere ora le opere del distributismo classico si rimane colpiti dalla attualità di tante riflessioni e analisi. Vorrei qui sottolinearne almeno qualcuna. Al primo posto metterei l’attenzione per la famiglia, come ambito di vita naturale e come esempio di primordiale socialità che sta alla base di ogni altra forma di socialità successiva e ulteriore. Nelle opere degli autori del distributismo classico si sente l’eco delle parole di Leone XIII sulla famiglia come società naturale dotata di autorità propria  ed anteriore ad ogni altra società, come oggetto di attenzioni e politiche sussidiarie, come motivo del lavoro e sua ultima ratio, come luogo del risparmio e della titolarità della proprietà privata, che lo Stato non deve opprimere con un fisco eccessivo. Si tratta di indicazioni sviluppate poi in tante altre encicliche sociali dai pontefici successivi a Leone XIII, ma che non perdono né la propria verità, né l’attitudine a segnalare un pericolo e un’urgenza di impegno dato che le cose sembrano andare in un senso diverso.

Vorrei secondariamente indicare la valorizzazione dei corpi intermedi, come realtà aggregative nelle quali è possibile sviluppare armonicamente il lavoro, garantire la giustizia, fornire una solidarietà non burocratica ma realmente condivisa. Come anche Giuseppe Toniolo, gli autori del distributismo classico guardavano con attenzione alle gilde e corporazione medievali, distrutte dal capitalismo di Elisabetta I e dalla legge Le Chapiellier ai primordi della Rivoluzione Francese. Il tessuto di questi corpi intermedi, tradizionalmente animato dalla fede cristiana, era pensato come una estensione della vita familiare alla vita comunitaria, con una organizzazione complessa ma vitale, prima delle riorganizzazioni geometriche della vita sociale imposta dal potere politico centrale del Leviatano o del Sovrano Illuminato. Avevano un carattere organico, ricco di partecipazione comunitaria e non individualista, come un intreccio di autonomie e di libertà che lo Stato moderno avrebbe in seguito eliminato e ricondotte ad artificiale uniformità. Oggi queste osservazioni ci sembrano troppo lontane nel tempo per esser riproposte, ed invece possono darci delle utili indicazioni operative in un tempo, come è il nostro, in cui si sente il bisogno di rendersi liberi dalla pressante organizzazione imposta dallo Stato e dai poteri sovra-statali. Oggi più di ieri urge dare vita a realtà educative gestite in cooperazione tra le famiglie, ad iniziative imprenditoriali indipendenti, ad attività di credito libere dai circuiti istituzionali, a soluzioni compartecipate e attive di solidarietà. I cattolici dovrebbero essere i principali protagonisti di questi percorsi di vera libertà.

Infine segnalo l’aspetto più direttamente distributista, ossia la diffusione della piccola proprietà. Vorrei ricordare che nel 1991, quando la Centesimus annus di Giovanni Paolo II celebrò i cento anni della Rerum novarum, si tenne in Vaticano un Convegno internazionale[1] che aveva come tema, proposto dal Papa stesso, la destinazione universale dei beni. Una delle principali tesi emerse da quel convegno fu che il principio della destinazione universale dei beni deve essere realizzato tramite la diffusione della proprietà privata. Era la logica del lavoro e della responsabilità che veniva contrapposta all’anonimato senza volto dell’economia e della finanza globali e globalizzanti. Sulla scia dello stesso ragionamento, la Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana pubblicò nel 1994 il documento  “Democrazia economica, sviluppo e bene comune” nel quale era presente il principio della diffusione della proprietà privata come occasione di democratizzazione del mercato, anche se non nella visione organica dei corpi intermedi cara ai distributisti. Rammento questi eventi per dire che alcune istanze distributiste continuano ad essere presenti all’attenzione del magistero sociale, e proprio per questo rimane molto importante il loro approfondimento da parte degli esperti, con l’indicazione di proposte operative, in modo che non si perda di vista il quadro d’insieme della proposta. Famiglia, corpi intermedi organicamente intesi, fede cattolica, più lavoro e meno salario, proprietà privata. Disincentivi alle concentrazioni, prevalenza dell’economia reale, ritiro dello Stato, educazione familiare … sono tutti elementi di un articolato quadro di vita sociale ed economica  che vanno mantenuti tutti insieme. Parlare di distributismo quindi è oggi molto utile.

[Editoriale del numero 3/2020 del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dal titolo “Attualità del Distributismo: famiglia, proprietà, corpi intermedi”]

[1] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, La destinazione universale dei beni, Atti del Convegno internazionale per i cento anni della Rerum Novarum, a cura di E. Bellavite e S. Fontana, Edizioni Cercate, Verona 1991.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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