Rimettere l’economia al suo posto

di Stefano Fontana.

Pubblichiamo ampi stralci della prefazione di Stefano Fontana al libro “La cruna dell’ago” (Chora books), di Aurelio Porfiri e Ettore Gotti Tedeschi.

(…) La società non è fatta di individui accostati o sommati tra loro – lo dichiaravano la Evangelium vitae e la Centesimus annus di Giovanni Paolo II -, ma possiede un ordine finalistico che riguarda sia i soggetti operanti che i criteri per operare. L’economia è interessata da ambedue queste problematiche dato che è sia una forma di agire umano sia un tipo di sapere. Non va dimenticato che ogni violazione dell’ordine naturale delle cose è violenza.

Quando l’economia non viene collocata al suo giusto posto, il posto che naturalmente le compete nel quadro del sapere e dell’agire umano realisticamente fondati, provoca disordine anziché ordine e il disordine è sempre violento. Iniziando quindi dai criteri economici per operare, per poi affrontare i soggetti operanti, notiamo che l’economia ha la pretesa di essere scienza. Le scienze non condividono tutte lo stesso rigore metodologico e la stessa capacità di autocorrezione. Le scienze sociali, tra cui l’economia, si collocano ad un livello piuttosto modesto di rigore epistemico e spesso confinano con la letteratura, talvolta addirittura con la letteratura da diporto, senza nessuna offesa per la letteratura.

Se utilizziamo, a titolo di esempio, il criterio di scientificità elaborato da Karl Popper, pur non condividendone i presupposti, dobbiamo notare che l’economia non è una scienza, mancando infatti per essa l’indicazione di un evento che, verificandosi, la confuterebbe. Inoltre l’economia partecipa dei caratteri generali delle scienze sociali, ossia è descrittiva e non prescrittiva. Per questo motivo essa dipende da altri saperi superiori che la possano valutare ed orientare.
Essendo quella economica una forma di agire umano, essa ricade prima di tutto sotto la tutela della filosofia morale e della teologia morale, le quali cadono a loro volta sotto la tutela dell’antropologia e della metafisica. In altre parole, l’economia non è in grado di conoscere e gestire fino in fondo se stessa. È un sapere limitato, bisognoso di un quadro più ampio da cui trarre luce.
Questo ha sempre pensato la Dottrina sociale della Chiesa, e questo si può leggere anche in questo libro, sicché quando all’economia si dà troppa importanza e la si solleva al di sopra del suo proprio  livello, attribuendole addirittura un ruolo di guida epistemica, la stessa attività economica ne risente e sopporta negative deviazioni.

Bisogna però riconoscere che proprio questo è avvenuto ed avviene. La teologia contemporanea ha sovvertito il quadro del sapere e ha assegnato alle scienze sociali – e quindi anche all’economia – un significato superiore a quello della filosofia e della teologia. La motivazione che è stata addotta è che le scienze sociali ci metterebbero in contatto con il concreto.
Presupposto, questo, assolutamente sbagliato perché le scienze sociali prima di tutto sono forme di generalizzazione nella quale il singolare sparisce, e secondariamente dipendono strutturalmente dalle visioni di filosofia morale che, vere o false che siano e anche se non esplicitate, stanno loro alle spalle e ne guidano le indagini, che quindi non sono mai neutre.

L’economia non ha una sua totale autonomia epistemica, dipende da altro che la precede e che sempre quindi la orienta e ciò accade anche e soprattutto quando essa rifiuta tutto questo e si pensa autonoma.
Più sopra sottolineavo che la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre considerato le scienze sociali in questo modo, ma la teologia contemporanea nel frattempo sovvertiva il quadro del sapere rifiutando l’impianto metafisico e privilegiando un approccio storico e narrativo secondo il quale la conoscenza dell’oggetto da parte di una qualsiasi disciplina contiene sempre in sé anche qualcosa del soggetto e della sua situazione esistenziale che lo condiziona. Per questo si è ritenuto di affidarsi alle scienze sociali prima che alla metafisica in quanto proprio esse descriverebbero la situazione esistenziale nel cui contesto storico avviene la conoscenza.

Ora, nel magistero sociale di papa Francesco questa evoluzione sembra essere stata completamente recepita, in contrasto con l’impostazione dei documenti del magistero sociale precedente. Nei documenti e negli interventi di questo pontificato l’economia  emerge ai primi piani del sapere, ma proprio perché viene staccata dalla sapienza filosofica e teologica tradizionale, la si presenta anche in modo ideologico, tramite frasi ad effetto – “questa economia uccide” – dallo scarso valore non solo di filosofia e teologia morale ma anche proprio di economia.
In questo modo il magistero ritiene di avvicinarsi alla concretezza della vita ed invece se ne allontana. Questo libro mette in evidenza molti di questi aspetti.

Passando ora a considerare i soggetti della prassi economica, va notato che una visione realistica dell’ordine finalistico della società cerca di evitare di sostituire alla realtà le costruzioni artificiali che producono sempre disordine e quindi violenza e ingiustizia. Il fatto visto sopra che l’economia non è un sapere primario ma secondario e dipendente da altri non ha conseguenze solo sul piano teoretico ma anche nella vita.
L’economia non sa guidarsi da sola, ha bisogno della morale e la morale ha bisogno di Dio, perché ha una pretesa di assolutezza che non può soddisfare da sola.

In altre parole: non è mai per motivi economici che l’economia va male. Tutti ricordiamo il giudizio di Giovanni Paolo II sulle vere cause del crollo del sistema economico comunista contenuto nella Centesimus annus e che diceva proprio questo. Ciò significa che ci sono dei soggetti economici che vengono naturalmente prima di altri in quanto garantiscono meglio questa dipendenza dalla vita morale e religiosa.

Per questo motivo la famiglia è il primo soggetto economico: è luogo di procreazione di nuove vite e di educazione, è scuola di lavoro e di virtù umane da spendersi anche nella professione, è soggetto di risparmio e di investimento oculato, è attore di solidarietà e il primo ammortizzatore sociale. La distrazione dei principi morali dalla vita della famiglia rappresenta un enorme danno economico.
La denatalità non ha cause economiche ma morali e culturali, poi però produce anche danni economici. Pretendere che la famiglia continui a funzionare senza essere più famiglia, depauperata non solo materialmente ma anche moralmente, vuol dire pregiudicare anche la funzionalità degli altri soggetti economici successivi.
Il riconoscimento per legge di nuovi tipi di famiglia e la fabbrica dei figli in laboratorio produrranno artificialmente qualche successo economico di settore nel breve periodo, ma anche stanchezza e debolezza strutturale nel lungo periodo.

Non l’ecologia ma la famiglia e la vita sono i primi valori da tutelare economicamente. Quando Leone XIII parlava di salario familiare, quando Giovanni Paolo II parlava della famiglia come “prima scuola di lavoro”, quando Benedetto XVI parlava del rispetto del diritto alla vita come fondamentale principio economico, intendevano dire proprio questo. (…)

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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