Dopo il Papa, primi vescovi allo scoperto. Serve chiarezza

di Luisella Scrosati.

Le parole di Papa Francesco sulle coppie gay stanno facendo uscire allo scoperto i primi vescovi: «Sì alle adozioni», dice il vescovo Ricchiuti. La Congregazione per la Dottrina della Fede deve intervenire e mettere in fuga ogni dubbio, è il suo compito e c’è anche già un precedente. L’errore di una possibile accettazione da parte della Chiesa delle unioni civili è stato diffuso dal Papa e ora è necessario fare chiarezza. La richiesta della Bussola. 

La frase incriminata, Bergoglio l’ha pronunciata: il video “trafugato” lo mostra chiaramente. Pochi dubbi sussistono anche sul fatto che si tratta di un’astuta vigliaccata del regista: il pezzo tagliato è stato riesumato e gettato dentro ad un docufilm, privo di alcune importante precisazioni fatte da papa Francesco (vedi qui). Inevitabile che di fronte al messaggio che proviene da questo montaggio ormai i buoi siano scappati; ammesso – e non concesso – che siano mai stati dentro la stalla. Il tutto con grave scandalo dei fedeli.

Ma siccome non tutto il male vien per nuocere, l’“outing” di papa Francesco ne sta provocando altri a valanga e i topi finalmente escono allo scoperto. Come l’Arcivescovo di Altamura, Mons. Giovanni Ricchiuti, Presidente di Pax Christi, che sul Quotidiano Nazionale di ieri esterna la sua approvazione per l’adozione di bambini da parte di coppie gay, dopo aver preso le distanze dalla maternità surrogata. Tenetevi forte: «Pur avendo riserve sul piano psicologico ed educativo, dettate dal retroterra culturale e formativo per cui credo sia meglio per un piccolo avere un papà e una mamma, non esprimerei alcun giudizio negativo, se fosse riformato l’istituto adottivo. Ovvero, se venisse varata una legge che renda possibile l’adozione anche alle coppie omosessuali, a patto che esperti attestino caso per caso, la capacità dei candidati di garantire dolcezza e tenerezza al minore». Già, il parere degli esperti, mica quello di un Dio qualunque.

A questo punto è doveroso che la Congregazione per la Dottrina della Fede intervenga. Non tanto per spiegare cosa ci facesse in mano al regista russo Afineevsky la parte tagliata dell’intervista rilasciata dal Papa l’anno scorso alla giornalista Valentina Alazraki. Questo, magari, ce lo spieghi la Segreteria di Stato. Alla Congregazione chiediamo semplicemente di compiere il proprio dovere: l’art. 48 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus indica come suo compito specifico quello «di promuovere e di tutelare la dottrina sulla fede ed i costumi in tutto l’orbe cattolico». Per adempiere il proprio fine essa deve impegnarsi «fattivamente perché la fede ed i costumi non subiscano danno a causa di errori comunque divulgati», particolarmente adoperandosi «affinché non manchi un’adeguata confutazione degli errori e dottrine pericolose, che vengano diffusi nel popolo cristiano».

L’errore di una possibile accettazione da parte della Chiesa della legittimazione delle unioni civili è stato diffuso mediante le parole dello stesso Pontefice. Non abbiamo inteso correttamente?  Non c’è problema: ce lo scrivano nero su bianco. Perché l’affermazione: «Quello che dobbiamo fare è una legge sulle unioni civili. In questo modo (gli omosessuali) sono coperti legalmente», cozza frontalmente con le Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali che la stessa CDF aveva pubblicato nel 2003, con l’approvazione di san Giovanni Paolo II. In questo documento, dopo aver ribadito l’univoco insegnamento della Chiesa su matrimonio e famiglia, si ricordava che «in presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo». Papa Francesco ha invece dichiarato di essersi perfino battuto per ottenere delle leggi sulle unioni civili: il giorno e la notte. La Congregazione faccia dunque chiarezza.

Ma non c’è “solo” questo aspetto. Il montaggio del lungometraggio non si limita ad accostare capziosamente le parole del Papa sugli omosessuali che hanno diritto ad una famiglia con il riconoscimento delle unioni civili, ma anche con la telefonata del Papa ad Andrea Rubera e Dario Di Gregorio, nella quale Bergoglio ha incoraggiato la coppia gay a vincere i pregiudizi e portare i propri figli – ovviamente avuti tramite l’utero in affitto, o gestazione per altri, secondo la neolingua – a frequentare la parrocchia. L’effetto è chiarissimo: il Papa chiede di riconoscere legalmente un diritto alla famiglia per le coppie gay, diritto che deve includere anche la possibilità di “avere dei figli”. Silenzio sul diritto dei bambini a vivere con la madre che li ha portati in grembo.

La confusione dunque è totale: abbiamo un Papa che nel corso di un intervista (e dunque non in qualità di Papa) fa una inequivocabile affermazione diametralmente contraria a quanto approvato da un suo predecessore e che l’abilità del montatore spinge fino a far intendere che si approvi per le coppie gay un diritto ai figli, fosse anche ricorrendo all’utero in affitto.

Era già capitato che, a motivo di una dichiarazione avanzata nel corso di un’intervista, un Papa avesse involontariamente generato confusione. Fu in occasione del libro intervista di Benedetto XVI con Peter Seewald, allorché il Papa aveva affermato che l’uso del preservativo da parte di una persona che si prostituisce, allorché lo faccia con l’intenzione di non trasmettere l’HIV, può costituire un primo passo di risveglio della coscienza. Il Papa chiariva subito dopo che in nessun caso l’uso contraccettivo del preservativo può essere moralmente ammesso. La traduzione italiana dal tedesco, era stata in effetti foriera di equivoci e tutti i giornali erano usciti con le prime pagine del 10 novembre 2010 che acclamavano l’apertura di Ratzinger alla legittimità del preservativo. Per questa ragione, un mese dopo, la Congregazione pubblicava una Nota sulla banalizzazione della sessualità, nella quale si chiariva cosa Benedetto XVI aveva voluto dire e cosa invece non aveva affermato, né mai avrebbe potuto legittimamente affermare.

Ora, la Congregazione faccia la stessa cosa, visto che è suo preciso dovere fugare dubbi e confermare nella fede. Siccome sappiamo bene che di fronte ad appelli pubblici è facile fare le orecchie da mercante, provvederemo ad inviare per raccomandata una petizione alla suddetta Congregazione, con alcune domande precise e renderemo conto ai lettori di eventuali risposte. Chiederemo conferma delle posizioni delle Considerazioni del 2003, particolarmente del paragrafo sopra citato, della condanna della maternità sostitutiva, presente in Donum Vitae, come anche dell’insegnamento sull’omosessualità sintetizzato nei numeri 2357-2359 del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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