Vittoria dei Sì e pareggio nelle regioni congelano la politica

di Ruben Razzante.

Con la vittoria schiacciante dei Sì e sinistra che perde “solo” le Marche, Di Maio e Zingaretti cantano vittoria. Ma il voto non è rassicurante neanche per i partiti al governo. E soprattutto il voto referendario significa che il Parlamento è ora delegittimato e sarebbe coerente chiederne lo scioglimento approvando velocemente una nuova legge elettorale. Ma è invece più probabile che, data la situazione, sia nel centrosinistra che nel centrodestra prevalgano le spinte stabilizzatrici.

Era l’esito sperato dal Governo e si è verificato. Schiacciante vittoria dei si al referendum sul taglio del numero dei parlamentari; pareggio 3-3 nelle sei sfide regionali. La maggioranza, nonostante le lacerazioni interne, resiste. Si apre invece una riflessione dentro il centrodestra sulla capacità di sfondare nell’area moderata e di prevalere sul nuovo blocco di potere Pd-M5s.

Con un’affluenza pari al 53,8% degli aventi diritto, i sì alla riduzione del numero di deputati (da 630 a 400) e di senatori (da 315 a 200) raggiungono quasi il 70%. Nonostante il recupero dei no, registrato da tutti i sondaggisti, il responso delle urne non lascia spazio a dubbi di sorta: gli italiani hanno punito la “casta” e ritengono che con 600 parlamentari anziché 945 il Paese possa funzionare meglio.

Nelle sfide regionali, la sinistra riesce a mantenere la guida della Toscana (con il dem Eugenio Giani che prevale sulla leghista Susanna Ceccardi), della Campania (con il governatore uscente, Vincenzo De Luca che conquista il 60% dei voti contro il 20% dello sfidante Stefano Caldoro, di Forza Italia), della Puglia (con il governatore uscente, Michele Emiliano che prevale su Raffaele Fitto, appoggiato dall’intero centrodestra). Il centrodestra conserva la guida del Veneto (plebiscito per Luca Zaia, che raggiunge il 75%) e della Liguria (buona affermazione di Giovanni Toti, che ha dovuto sfidare l’unico candidato unitario Pd-M5s alle regionali, vale a dire il giornalista Ferruccio Sansa) e strappa alla sinistra la guida delle Marche, con Francesco Acquaroli, di Fratelli d’italia, che raggiunge quasi il 50% dei voti, contro il 35 dello sfidante, il dem Maurizio Mangialardi.

Sia in Puglia che nelle Marche i candidati pentastellati alla presidenza viaggiano attorno al 10% e si dimostrano irrilevanti per l’esito finale. Nella Valle d’Aosta, dove non si votava per il Presidente ma solo per il rinnovo dell’assemblea, gli scrutini delle schede verranno effettuati oggi, ma le proiezioni danno in vantaggio la Lega con il 20-24% dei voti mentre la sinistra si attesterebbe tra il 13 e il 17%.

Come prevedibile, Luigi Di Maio si sente il vero vincitore dell’election day, avendo trascurato la campagna elettorale per le regionali. Lui ha puntato tutto sul sì al taglio del numero dei parlamentari e ora parla di “vittoria storica”, come se fosse soltanto la sua. Nicola Zingaretti, che ha scampato il pericolo della sconfitta in Toscana e Puglia, mostra i muscoli e dichiara che ora è il momento delle riforme.

La Lega, invece, chiede che il Parlamento venga sciolto, in quanto delegittimato dal voto referendario. In effetti, se la legislatura durasse fino alla scadenza naturale del 2023, resterebbe in carica un Parlamento di fatto “abusivo”, cioè in una composizione allargata che non rispecchia più la volontà popolare espressa con chiarezza domenica e ieri nelle urne. Se i grillini tengono così tanto ai risparmi dei soldi pubblici, dopo aver fatto la battaglia sui vitalizi, dovrebbero ora pretendere lo scioglimento delle Camere per dare attuazione al responso delle urne e consentire allo Stato italiano di risparmiare gli stipendi di 345 deputati e senatori.

Ma non lo faranno perché sanno che altrimenti non tornerebbero in Parlamento. Con 345 scranni in meno e un gradimento che nei sondaggi è sprofondato sotto il 15%, il Movimento di Beppe Grillo rischierebbe di candidarsi a un ruolo di pura testimonianza nelle prossime Camere e quindi preferisce lasciare le cose come stanno, votando qualunque legge pur di evitare l’interruzione anticipata della legislatura.

Rimane da chiedersi come si possa pensare di far fare le riforme a un Parlamento delegittimato da un voto popolare. Ancor più suscita sconcerto l’ipotesi che siano Camere delegittimate e “bocciate” sonoramente dal referendum anti-casta ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, nel febbraio 2022.

Per rispetto nei riguardi degli elettori le forze di maggioranza dovrebbero al più presto varare una nuova legge elettorale, ridefinire i confini dei collegi e subito dopo chiedere ai propri ministri di dimettersi e al Quirinale di sciogliere anticipatamente le Camere.

La verità è che dopo questo election day, che tutto sommato non ha dato risultati rassicuranti per nessuno, sia nel centrosinistra che nel centrodestra prevarranno le spinte stabilizzatrici. Anzi, non è escluso che l’opposizione, pur di evitare una nuova incerta conta elettorale, accetti di sedersi a un tavolo con le forze di governo per varare riforme condivise. In linea teorica ci sarebbe tutto il tempo per farle.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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