M5S nel caos. Per i grillini conta solo la poltrona

di Ruben Razzante.

Di Maio punta sull’accordo organico con il Pd, Di Battista parla di sconfitta storica e invoca gli stati generali, Fico cerca di mediare e Grillo getta benzina sul fuoco. Ma se lui e il ministro degli Esteri cantano vittoria per il “sì” al referendum, perché il Movimento non accelera sulla legge elettorale così da rendere subito operativo il risparmio per il taglio dei parlamentari?

Più che di stati generali bisognerebbe parlare di stati confusionali. È la sensazione che si ricava tentando di seguire il dibattito interno al Movimento Cinque Stelle. Ormai è un dibattito di apparato, perché gli iscritti e gli elettori sono scappati da un pezzo mentre le pattuglie di parlamentari sono ancora molto numerose, grazie al successo conseguito alle elezioni politiche del marzo 2018.

Sono ormai lontanissimi i tempi del “Vaffa” e delle battaglie anti-sistema. Ora i grillini sono il sistema, rappresentano quella classe politica inchiodata alla poltrona ma priva di consenso popolare, che ha rinnegato la maggioranza dei suoi cavalli di battaglia e si aggrappa a tutto pur di non andare a casa.

Ieri è andato in scena l’ennesimo psicodramma della riunione dei gruppi parlamentari pentastellati, tra veleni, accuse e veti incrociati. L’ala governista che fa capo allo scaltro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, punta sull’accordo organico con il Pd perché ha capito che l’unica speranza di poter sopravvivere nel medio periodo sta nella prospettiva di diventare una costola della sinistra. L’ala ribelle, che si ritrova attorno ad Alessandro Di Battista, invoca un congresso vero, quegli stati generali che dovrebbero dichiarare superata la fase di transizione gestita dal reggente Vito Crimi e attribuire una nuova segreteria collegiale al Movimento.

Nel frattempo, però, nel mirino dei probiviri ci sono decine di parlamentari morosi, che da mesi non versano parte del loro stipendio alla Piattaforma Rousseau, e otto deputati e senatori che si sono espressi per il “no” al referendum di domenica e lunedì scorsi sul taglio dei parlamentari. Questi ultimi avrebbero violato il codice etico del Movimento, quindi sarebbero a rischio espulsione. Ma verranno espulsi? Improbabile, perché soprattutto al Senato i numeri del Governo Conte sono alquanto risicati e si rischierebbe la crisi.

Di qui l’eterno temporeggiamento nel prendere decisioni che potrebbero restituire almeno un minimo di credibilità ai grillini. Qualche giorno fa il commento di Di Battista sull’esito elettorale (“È stata la più grande sconfitta della storia del Movimento”) aveva scatenato il putiferio tra i dirigenti e invano il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva cercato di sedare gli animi, ponendosi a metà strada tra le due anime. Ci ha pensato il leader Beppe Grillo a gettare benzina sul fuoco delle polemiche ripescando l’idea del sorteggio dei governanti e dichiarando superato il sistema parlamentare e inevitabile l’avvento della democrazia diretta.

Le dichiarazioni di Grillo sono suonate come la pietra tombale su ogni barlume di coerenza nella linea del Movimento. Da una parte Di Maio e soci si sono intestati immeritatamente il successo dei “sì” al referendum anti-casta, dimenticando che i “sì” hanno preso il 70% mentre i Cinque Stelle alle regionali e comunali hanno raccolto consensi a una cifra. Dall’altra, si sono guardati bene dal dimettersi per propiziare nuove elezioni, in coerenza con la volontà popolare che si è espressa chiaramente in favore della composizione ridotta delle Camere (230 deputati in meno, 115 senatori in meno). Se Grillo nutre così tanto disprezzo verso il Parlamento perché i suoi parlamentari, tanto più dopo un responso referendario così eloquente, rimangono lì a scaldare la sedia? Visto che il risparmio di questa sforbiciata di parlamentari sarebbe pari a 50 milioni all’anno, perché non accelerare su legge elettorale e ridefinizione dei collegi per poi riportare alle urne gli italiani e farli votare al più presto per soli 400 deputati e 200 senatori? In questo modo il risparmio di soldi pubblici sarebbe subito operativo. Di Maio su questo nicchia, mentre la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, il quotidiano Libero e alcuni autorevoli opinionisti stanno alzando la voce per denunciare tale stridente contraddizione.

Di Maio ha peraltro annunciato che ora il Movimento si batterà per la riduzione degli stipendi dei parlamentari. Ma quando? Basterebbe una legge ordinaria e questa riduzione potrebbe essere fatta subito e la si potrebbe applicare già agli attuali parlamentari. Invece no, per i grillini l’importante era colpire i vitalizi degli ex parlamentari, non i propri stipendi. Anche questo è un irritante gesto opportunistico che i cronisti politici non hanno minimamente messo in evidenza. I grillini hanno la maggioranza per approvare qualsiasi legge e Nicola Zingaretti, segretario dem, a urne chiuse ha subito annunciato una nuova stagione di riforme. Perché non partire dalla riduzione di stipendio degli attuali deputati e senatori? Pd e M5s potrebbero approvarla insieme in pochi giorni.

La netta sensazione è che i pentastellati siano inclini a riformare, ridurre, tagliare soltanto ciò che non li riguarda, mentre continuano a utilizzare con disinvoltura e sfacciataggine le risorse della collettività esattamente come, anzi peggio dei politici della Prima Repubblica, mai così tanto rimpianti da gran parte dell’opinione pubblica per competenza ed equilibrio. E, in alcuni casi, anche per onestà.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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