Il peccato originale della Barrett? Essere cattolica senza essere “adulta”

di Eugenia Roccella.

Per i democratici americani e per i media di casa nostra Amy Coney Barrett, la candidata proposta da Trump, non è adatta a diventare giudice della Corte Suprema americana, perché cattolica. “Il dogma vive dentro di lei”, disse con tono apocalittico una senatrice democratica, Dianne Feinstein, e tutti oggi citano quella frase, sottolineando come la Barrett sia contraria all’aborto a causa della sua fede.

Però il commento della Feinstein, che faceva parte della commissione che esaminò la Barrett nel 2017, in occasione della sua nomina alla Corte d’appello del settimo distretto, era legato non all’aborto, ma alle posizioni della candidata sulla pena di morte: la Feinstein, nota anche per essere tra i membri del senato più ricchi, è a favore della pena capitale, la pro-life Barrett è ovviamente contraria. Ma i media italiani su questo piccolo particolare sorvolano. L’obiezione alla sua elezione sarebbe che non è abortista, e che questa sua posizione non la può nemmeno nascondere, visto che l’ultimo dei suoi 7 figli è affetto da trisomia 21, la sindrome di Down. Altri due figli, adottati dopo il terremoto di Haiti, sono di colore, e i medici temevano che la bimba, Vivian, che allora era piccolissima e molto malata, avrebbe avuto problemi insuperabili di movimento e di parola. Oggi Vivian quei problemi li ha superati, come si intuisce dalle sorridenti foto della famiglia Barrett, ma dell’atteggiamento di Amy nei confronti del razzismo o della solidarietà non si parla.

L’obiezione alla sua elezione non proviene genericamente dal suo essere cattolica, ma dal modo in cui lo è: Barrett non è una cattolica adulta, è una donna che vive la sua fede fino in fondo, trasferendo nelle sue scelte quello in cui crede, alla luce del sole. E’ questo che orienta il suo modo di vivere, ma costituisce anche uno scandalo intollerabile. Non ha importanza il suo curriculum specchiato, il suo essere sempre la prima della classe e spesso nelle posizioni che occupa la prima o l’unica donna, non contano i suoi studi, le sue pubblicazioni o l’essere stata allieva di un grande come Antonin Scalia. Oggi la fede coerentemente vissuta è una sfida aperta al nichilismo imperante, l’ultima vera trasgressione che il conformismo in cui siamo immersi non può accettare.

Fonte: l’Occidentale

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