Relazione sull’attuazione della 194 e complicanze dell’aborto: non ci siamo

Lo scorso giugno è stata resa nota la relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, relativa all’anno 2018[i]. Sono già usciti alcuni articoli che ne hanno commentato determinati aspetti, tra i quali: la questione dell’obiezione di coscienza, l’aumento del ricorso alla “contraccezione d’emergenza”, la comparazione tra punti nascita e punti “Ivg”, il carico di lavoro dei medici abortisti, ecc.[ii], [iii]. La mia analisi si baserà su un aspetto non ancora considerato: le complicazioni correlate all’aborto indotto, una questione che già nelle relazioni precedenti, e in maniera analoga nell’attuale, viene costantemente affrontata in maniera opaca e insufficiente[iv].

La relazione sulla 194 dedica specificatamente alle complicazioni la tabella n. 27 e un misero paragrafo di 13 righe “Complicanze immediate dell’IVG”, tuttavia, leggendo le 59 pagine che la compongono, si può individuare qua e là qualche altra scarna notizia e dato che riguarda direttamente le complicazioni dell’aborto. Si tratta nel complesso di un insieme di informazioni che rivela poco o nulla dell’impatto dell’aborto sulla salute della donna, ma che al contempo rivela invece molto della tendenza globale volta a minimizzare e occultare tutto ciò che mette in cattiva luce l’aborto indotto.

Qui di seguito analizzo e commento questi dati, premettendo che la relazione esamina solo le complicazioni fisiche immediate, cioè quelle che si verificano in occasione della procedura abortiva.

1) LE COMPLICAZIONI NON SONO ADEGUATAMENTE SPECIFICATE

Come si vede dalla tabella 27, su 74.707 aborti (numero totale aborti: 76.328, meno i casi non rilevati: 1.621) si sono registrate in totale 414 complicazioni, di cui 188 casi di emorragia, 12 casi di infezione e 214 casi di “altro”. Quindi, le uniche complicazioni immediate riportate nella relazione sono l’emorragia e l’infezione, mentre tutte le altre finiscono raggruppate all’interno della voce generica “altro”. Ciò finisce per porre inevitabilmente l’accento solo sulle due indicate, suggerendo un’esigua varietà di complicazioni immediate correlate all’aborto e la totale ininfluenza delle altre che si verificano, come fossero minori o di poco conto, visto che non meritano nemmeno di essere identificate e conteggiate singolarmente. Quali sono le complicazioni non precisate? Le più importanti sono il fallimento dell’aborto, il danno al collo dell’utero, la perforazione della parete uterina, altre lesioni dell’apparato riproduttivo, i problemi legati all’anestesia…, alcune delle quali presentano – secondo quanto riportato in letteratura – un’incidenza pari o superiore rispetto alle uniche due specificate in tabella e, perciò, ugualmente meritevoli di essere dettagliate.

2) LE COMPLICAZIONI “NON RILEVATE” RAPPRESENTANO UN PERICOLO PER LA SALUTE DELLA DONNA

Come accennato, dalla tabella 27 emergono 1.621 casi di complicazioni “non rilevate”. Non rilevate non significa che non si sono registrate complicazioni, ma che per 1.621 aborti non è stato possibile verificare la presenza di complicazioni. Si tratta verosimilmente di aborti farmacologici per i quali è mancata la visita di controllo finale. Il protocollo di aborto medico prevede, infatti, un controllo clinico ed ecografico 14 giorni dopo l’assunzione del secondo farmaco (misoprostolo), al fine di verificare l’avvenuto aborto ed escludere la presenza di residui in utero, forieri di emorragie e infezioni potenzialmente pericolose. È plausibile pensare che 1.621 donne ricorse all’aborto medico abbiano saltato questa visita di controllo, rendendo così impossibile la verifica prevista dal protocollo sanitario. Questo fatto rappresenta un pericolo per la salute delle donne, principio cardine della legge 194, perché nel caso di residui rimasti in utero (aborto incompleto) – una complicazione abbastanza frequente nell’aborto medico – si possono sviluppare infezioni prolungate nel tempo, foriere in particolare di infertilità o sterilità futura, ma vi è anche un pericolo per la vita stessa della donna, nel caso in cui l’infezione dovesse degenerare in sepsi e shock settico.

Questi molti casi di complicazioni non rilevate suggeriscono una sottovalutazione dell’informazione nei confronti della donna relativa alla necessità di sottoporsi al controllo finale previsto, pena il rischio di complicazioni per la salute. Quale donna, avendo ricevuto un così chiaro monito avrebbe evitato la visita di controllo, mettendo volutamente in pericolo la propria salute? Non è forse questo un preoccupante segnale della tendenza a presentare aprioristicamente l’aborto farmacologico come facile, veloce e sicuro, come una semplice pillolina da mandar giù con un bicchiere d’acqua, esente da complicazioni importanti? Sorge pertanto il sospetto che una tale ferma raccomandazione venga spesso a mancare perché in contrasto con il rassicurante leitmotiv che convince le donne a scegliere l’aborto medico.

3) DATI INCONGRUENTI PRESENTI NELLA RELAZIONE MOSTRANO CHE LE COMPLICAZIONI SONO SOTTOSTIMATE

A pagina 49 della relazione troviamo altri dati sulle complicanze relativi in particolare all’aborto farmacologico. Il Ministro della Salute ci informa che, nel 2018, per gli aborti tramite Mifepristone+prostaglandine “nel 96,5% dei casi non sono state riportate complicanze immediate”. Ne consegue che il 3,5% dei casi ha fatto registrare complicanze immediate.

Ora, poiché gli aborti Mif+prost. sono stati 15.750, otteniamo 551 casi di complicazioni immediate, però se confrontiamo questo dato con la tabella 27 scopriamo che i conti non tornano. Come abbiamo, infatti, visto la tabella riporta in totale 414 complicazioni per tutte le tipologie di aborto chirurgico (raschiamento, isterosuzione, karman), medico (solo Mifepristone, Mif+prost., solo prostaglandine) e altro metodo (non specificato). Quindi, come si spiega che 74.707 aborti abbiano fatto registrare complessivamente 414 casi di complicazioni immediate se 15.750 aborti Mif+prost. da soli ne hanno provocate 551? È evidente che la tabella 27 non riporta il vero, presentando una sottostima sia dei casi di complicazioni che della loro incidenza, indicata in 5,6 complicanze per 1.000 Ivg. La sottostima rimarrebbe elevata anche se dai 15.750 aborti Mif+prost. dovessimo stornare tutti i 1.621 casi non rilevati: le complicazioni ammonterebbero in questo caso a 495: un numero che rimane ancora ampiamente superiore ai 414 casi riportati in totale.

4) GLI ABORTI “MANCATI/INCOMPLETI” RISULTANO FORTEMENTE SOTTOSTIMATI E SONO ESCLUSI DALLA TABELLA DELLE COMPLICAZIONI

L’aborto mancato si verifica quando, dopo l’esecuzione della procedura abortiva, la gravidanza risulta ancora in corso, mentre si parla di aborto incompleto quando dopo la procedura risultano ancora dei residui (fetali o placentari) in utero. In entrambi i casi si procede con un successivo intervento – solitamente mediante isterosuzione o revisione della cavità uterina (raschiamento) – per ripetere l’aborto o per eliminare i residui. Dopo questa premessa osserviamo che, a pagina 49, la relazione precisa che per gli aborti Mif+prost. “solo nel 2,4% dei casi è stato necessario ricorrere all’isterosuzione o alla revisione della cavità uterina per terminare l’intervento”. Poiché – come appena detto -, l’isterosuzione o la revisione della cavità uterina per terminare l’intervento si rendono necessari in caso di aborto mancato/incompleto, si ricava che gli aborti mancati/incompleti Mif+prost. sono stati 339 (2,4% su 14.129: Ivg Mif+prost. meno i non rilevati). A pagina 51 della relazione troviamo un altro dato sugli aborti mancati/incompleti relativo in questo caso al numero complessivo degli aborti: “nel 2018 questa complicanza è stata riportata per 554 IVG (0,7% di tutte le IVG)”. Si tratta di numeri che, oltre a risultare sottostimati, suscitano anche degli interrogativi:

a) La prima cosa da chiedere al Ministro della Salute è: perché nella tabella 27 delle complicazioni non sono stati inseriti i 554 casi di aborti mancati/incompleti rilevati? Come si può vedere, la tabella 27 non contiene alcuna colonna relativa a questa complicazione i cui casi superano enormemente, per quantità e incidenza, le uniche due complicazioni che si è ritenuto di specificare. La risposta può essere una sola: si vuole nascondere al pubblico questa complicazione molto frequente, facendo apparire l’aborto indotto più sicuro di quanto non sia in realtà. È, infatti, ai dati contenuti in tabella che i sostenitori dell’aborto fanno solitamente riferimento per evidenziare le poche complicazioni e la loro bassa incidenza e, quindi, la sostanziale sicurezza dell’aborto indotto per la salute della donna.

La tabella 27 ricalca il mod. Istat D12, il modulo che ogni medico deve compilare ogni volta che esegue un aborto. Tutti i mod. Istat costituiscono la base dei dati sui quali verrà elaborata la relazione annuale del Ministro della Salute, questa è la parte del modulo dedicata alle complicazioni:

Ebbene, sui mod. D12 dell’Istat, dai quali si sviluppa la tabella 27, la casella 5 “Mancato/incompleto aborto seguito da intervento chirurgico” è stata barrata 554 volte: 2,6 volte in più di “altra”, 3 volte in più di “emorragia” e ben 46 volte in più di “infezione”! Ma i compilatori della relazione appartenenti all’ISS e al Ministero della Salute hanno deciso di non evidenziare questa complicazione, omettendola dalla tabella riepilogativa e, quindi, stornandola dall’incidenza totale riportata per tutte le complicazioni.

b) I dati degli aborti mancati/incompleti sono fortemente sottostimati rispetto a quanto riportato in letteratura. Gli studi scientifici mostrano, per questa complicazione, un’incidenza 5 volte più elevata nell’aborto medico rispetto al metodo chirurgico. Per esempio, lo studio finlandese “Immediate complications after medical compared with surgical termination of pregnancy”[v] ha scoperto che per l’aborto medico il rischio di aborto incompleto era del 6,7% contro l’1,6% dell’aborto chirurgico e, in maniera analoga, lo studio australiano “Mifepristone in South Australia”[vi] ha visto che il 5,7% delle donne sottoposte ad aborto medico era stata riammessa in ospedale per un trattamento post-aborto, contro lo 0,4% delle donne che avevano fatto ricorso all’aborto chirurgico. Interessante è anche la revisione “First-trimester medical abortion with mifepristone 200mg and misoprostol: a systematic review”[vii] relativa al solo aborto medico, il cui tasso di fallimento è risultato pari al 4,8% e il tasso di gravidanza ancora in corso pari all’1,1%.

Possiamo quindi affermare che, secondo le percentuali più basse rilevate in letteratura, l’aborto mancato/incompleto incide in media per il 5% nella procedura medica e per lo 0,4% in quella chirurgica. Ora, se utilizziamo questi tassi per calcolare i soli fallimenti abortivi Mif+prost. – che la relazione ha quantificato nel 2,4% (cioè pari a 339 casi) -, otteniamo in realtà 706 fallimenti (5% su 14.129), cioè oltre il doppio di quelli riportati! Un’analoga forte sottostima emerge anche dal calcolo effettuato sul totale degli aborti. Otteniamo in questo caso 835 fallimenti per l’aborto medico (5% su 16.711: tot. Ivg mediche meno i non rilevati) e 226 fallimenti per il chirurgico (0,4% su 56.425), per un totale di 1.061 aborti/mancati incompleti: una cifra quasi doppia di quella riportata nella relazione (554). Ne consegue che la stima dello “0,7% di tutte le Ivg” specificata nella relazione per l’aborto mancato/incompleto è totalmente fuori dalla realtà. In effetti, per fare un esempio italiano, il “Protocollo Assistenziale IVG” della ASL di Latina, Regione Lazio (4 marzo 2019)[viii], riporta per le Ivg un rischio di fallimento dell’aborto del 2,3%, in linea con la media che emerge dagli studi scientifici.

5) LE INFEZIONI RISULTANO SOTTOSTIMATE IN MANIERA ESORBITANTE

La tabella delle complicazioni riporta solo 12 casi di infezione pari allo 0,2 x 1.000 degli aborti complessivi, ma anche questo dato appare completamente scollegato dalla realtà. Nel protocollo Ivg della ASL di Latina – che non si può certo considerare un ente prolife – si parla di un rischio di “infezioni genitali e pelviche del 10%”. Analogamente, alla voce “Procedure Sanitarie per IVG” (data di pubblicazione 13 dicembre 2016) del “Centro di documentazione sulla Salute Perinatale e Riproduttiva” (Saperidoc) dell’SSR dell’Emilia Romagna[ix] – anch’esso non di certo passibile di influenze prolife – si legge che “in letteratura l’incidenza di infezioni pelviche dopo l’aborto varia tra 4,8 e 22,6%”, ovvero un’incidenza media del 13,7%.

Inoltre, sempre nel sito di SaPeRiDoc, alla voce “Linee guida sull’IVG”, si specifica che “la complicanza più frequente è l’infezione post-aborto”. Quindi, una seconda domanda da porre ai compilatori della relazione dell’ISS e del Ministero della Salute è: come mai nella tabella 27 le infezioni presentano solo 12 casi, risultando la complicanza più rara di tutte, quando la letteratura dimostra che è invece quella più frequente? In altre parole: perché si fanno apparire le infezioni come una complicazione sporadica e marginale quando, in realtà, è la più comune e consistente?

Prendiamo l’incidenza media più bassa (10%) tra i due protocolli Ivg regionali citati e calcoliamo, sul totale complessivo degli aborti (76.328), quanto avrebbero dovuto essere i casi di infezione presenti in tabella: non 12, ma ben 7.632! Una così abissale differenza non ha alcuna giustificazione né legittimazione scientifica, l’unica ipotesi che si può avanzare è che abbiano voluto riportare solo alcuni casi di infezioni particolarmente gravi. In effetti, le infezioni possono avere diversi gradi di gravità che vanno da lieve a moderata a severa (sepsi), ma ogni infezione rappresenta una complicazione per la donna che ricorre all’aborto, che avrà bisogno di un trattamento farmacologico specifico in base alla pericolosità riscontrata. Questo perché le infezioni non correttamente trattate possono avere delle conseguenze rilevanti per la salute, come specifica correttamente l’SSR dell’Emilia Romagna: “La morbilità a breve termine e le sequele a lungo termine associate all’infezione possono essere il dolore pelvico cronico, la dispareunia, l’infertilità, le gravidanze ectopiche”. Vi è inoltre la possibilità che le infezioni non adeguatamente curate possano aggravarsi in sepsi che, a propria volta, può progredire fino allo shock settico, potenzialmente mortale.

Perché, quindi, non vengono riportati tutti i casi di infezione nella tabella che riepiloga le complicazioni, magari distinguendole per tipo di gravità? La risposta è sempre la stessa: la narrazione pro-aborto esige che esso sia presentato come una procedura sicura con pochissimi casi di complicazioni. Scrivere la verità, cioè 7.632 casi anziché 12 rovinerebbe questa narrazione, così come la rovinerebbe scrivere che incidono mediamente per il 10-13,7 per CENTO, anziché per lo 0,2 per MILLE.

6) LA LETTERATURA SCIENTIFICA MOSTRA CHE ANCHE LE “ALTRE” COMPLICAZIONI SONO SOTTOSTIMATE

Sottostimare questo gruppo di complicazioni è ancora più semplice visto che nemmeno sono specificate: si sa solo che di questo gruppo fa parte tutto ciò che non è infezione, emorragia e aborto mancato/incompleto, come risulta dal mod. D12 dell’Istat. Tuttavia, la letteratura e le stime disponibili ci consentono di poter calcolare le complicazioni più rilevanti del gruppo “altro”.

La ASL di Latina specifica che il trauma del canale cervicale ha un’incidenza dell’1% e che le perforazioni uterine e altre lesioni genitali hanno un’incidenza dell’1-4%. Al pari delle infezioni, anche le lesioni dell’apparato riproduttivo hanno quindi diversi gradi di gravità; la ASL di Latina raggruppa insieme le perforazioni uterine e le lesioni genitali di altro tipo, specificando correttamente che “nella maggior parte dei casi le lesioni sono modeste e guariscono spontaneamente o con un intervento chirurgico di lieve entità. In rari casi le lesioni possono essere talmente gravi da richiedere un intervento anche immediato con l’asportazione dell’utero”. A ogni modo, nel loro complesso, perforazioni e altre lesioni incidono in media per il 2,5%.

Queste complicazioni riguardano principalmente gli aborti chirurgici. Gli aborti medici potrebbero essere interessati in caso di fallimento del metodo con conseguente necessità di intervenire chirurgicamente per ripetere l’aborto o pulire i residui, ma per non rendere i calcoli troppo complessi effettuo il conteggio solo sul totale degli aborti chirurgici pari a 56.425, si sappia tuttavia che, visti i numerosissimi casi di aborti medici falliti, la cifra dovrebbe essere in realtà più elevata. I traumi del collo dell’utero (1%) ammontano a 564 casi, le perforazioni uterine e altre lesioni genitali (media 2,5%) ammontano nel complesso a 1.410 casi.

Tra le altre principali complicazioni immediate, figurano poi i problemi legati all’anestesia: in letteratura l’anestesia generale ha un’incidenza di complicazioni di circa il 3%, mentre l’anestesia locale dell’1,5%. La tabella 24, allegata alla relazione, riferisce che l’anestesia generale è stata praticata su 39.904 aborti, mentre quella locale su 2.239 aborti: calcolando le rispettive percentuali otteniamo 1.197 e 34 casi di complicazioni legate all’anestesia.

Ora sommando i casi che abbiamo calcolato relativi ai traumi del collo dell’utero (564), alle perforazioni uterine/altre lesioni (1.410) e ai problemi legati all’anestesia (1.231), otteniamo 3.205 casi di “altre” complicanze, ma la relazione ne riporta solo 214! mostrando ancora una volta una sottostima esorbitante del numero delle complicazioni.

7) CONFRONTO RIEPILOGATIVO TRA COMPLICAZIONI NELLA RELAZIONE e COMPLICAZIONI RIPORTATE IN LETTERATURA

Per rendersi meglio conto dell’entità della sottostima delle complicazioni presente globalmente nella relazione, può essere utile riepilogare e confrontare tra loro i dati esaminati:

Riepilogo complicazioni e loro incidenza come da tab. 27:

Emorragia n. 188 (2,5 x 1.000)

Infezione n. 12 (0,2 x 1.000)

Altro n. 214 (2,9 x 1.000)

TOTALE 414 (5,6 X 1.000)

(Non in tabella, ma a pag. 51 della relazione sono riportati 554 aborti mancati/incompleti pari allo 0,7% di tutte le IVG).

Come avrebbe dovuto essere la tab. 27 secondo le stime evidenziate in letteratura:

Emorragia n. 188 (2,5 x 1.000)

Infezione n. 7.632 (10%)

Aborto mancato/incompleto n. 1.061 (5% medico, 0,4% chirurgico)

Trauma al collo dell’utero n. 564 (1%)

Perforazioni uterine e altre lesioni genitali n. 1.410 (1-4%, media 2,5%)

Problemi legati all’anestesia n. 1.231 (3% generale, 1,5% locale)

TOTALE 12.086 (15,8%)

Se le complicazioni fossero state correttamente registrate al momento dell’aborto e correttamente indicate nella relazione, la tabella 27 avrebbe dovuto riportare in totale, non 414, ma almeno 12.086 casi di complicazioni! Pari, non al 5,6 x 1.000, ma al 15,8 x 100!

8) LA SOTTOSTIMA DELLE COMPLICAZIONI È INSITA NEL SISTEMA DI RACCOLTA DATI

La mancanza di volontà nel monitorare correttamente l’andamento degli effetti negativi correlati all’aborto indotto, è evidenziata anche dal sistema di raccolta dati che non prevede alcun obbligo di riportare tutte le complicazioni. Non risulta da nessuna parte, né nella legge 194 né altrove, l’obbligo di registrare, e inviare tempestivamente al centro di raccolta dati tutte le complicazioni che si verificano, da parte dei medici che eseguono gli aborti.

Sappiamo che “dal 2013 il modello D12/Istat permette di registrare più di una complicanza per ciascuna IVG”, come specificato nella relazione del 2015 (pag. 42)[x], ne consegue che prima di quella data tutti i dati delle complicazioni riportati nelle relazioni sono sicuramente sottostimati. Dal 2013, quindi, le cose cambiano grazie alla possibilità prevista nel mod. Istat di segnalare tutte le complicazioni che si verificano, per cui se, per esempio, una donna va incontro a un’emorragia a causa di una perforazione uterina, le complicazioni da riportare sono due: l’emorragia e la perforazione dell’utero; idem se dovesse subire un’infezione a causa di un aborto incompleto, sono sempre due le complicazioni da riportare: l’aborto incompleto e l’infezione. Queste nuove disposizioni sono quindi in grado di fronteggiare la sotto denuncia delle complicazioni? Sembra proprio di no, perché anche se il mod. Istat “permette” di registrare più complicanze per Ivg, non riportarle affatto non genera alcuna violazione, e riportarle tutte non è per nulla obbligatorio, ma facoltativo, quindi nessuno ci assicura che i medici segnalino le complicazioni nel mod. Istat, ancor meno che segnalino tutte quelle riscontrate in ogni singola Ivg.

La sistematica sotto-denuncia degli eventi avversi dell’aborto è un problema a livello globale[xi], ma vi sono Stati, come per esempio il Texas, che avendo effettivamente a cuore la salute delle donne hanno cercato di porvi rimedio. Nel 2017, il senato del Texas ha approvato la “House Bill 13” che rende più severi e minuziosi gli obblighi di segnalazione delle complicazioni da aborto, mediante l’obbligo, per tutte le strutture che eseguono aborti (cliniche, ospedali, pronto soccorsi, altre strutture sanitarie) di segnalare entro tre giorni tutte le complicazioni che insorgono con l’aborto, pena una sanzione di 500 dollari per ogni giorno di ritardo di invio dei report. Introdurre l’obbligo di segnalazione di ogni complicazione appare pertanto un primo passo per fermare alla fonte i tentativi volti a nascondere il reale impatto dell’aborto indotto sulla salute della donna.

9) LA RELAZIONE CONSIDERA SOLO LE COMPLICAZIONI FISICHE IMMEDIATE, OMETTENDO TUTTE LE ALTRE

Come già detto, la relazione sulla 194 prende in considerazione solo le complicazioni fisiche immediate, ma l’aborto non esaurisce nell’immediato i suoi effetti negativi[xii]: la letteratura scientifica dimostra che sono presenti rischi sulla salute fisica anche a lungo termine (infertilità, sterilità, cancro al seno) e in successive gravidanze (aborti spontanei ripetuti, parto prematuro, placenta previa, maggior sanguinamento in gravidanza, isterectomia post-partum), e rischi che riguardano direttamente la salute psichica come sofferenza emotiva, ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, abuso di sostanze e comportamenti autolesionistici, problemi di salute mentale in successive gravidanze[xiii].

Tutte queste complicazioni vengono lasciate fuori dalla relazione, la quale si trova così a trasmettere una visione limitata e parziale di quelli che sono globalmente gli effetti negativi dell’aborto per la salute psicofisica della donna. La relazione sembra così suggerire che gli unici rischi correlati all’aborto riguardino unicamente la procedura abortiva, trascorsa la quale ogni possibile pericolo sarà definitivamente dissipato. Niente di più falso.

10) IL FATTO CHE NON VI SIANO DECESSI IMMEDIATI NON ESCLUDE CHE NON VE NE POSSANO ESSERE DI TARDIVI

L’analisi della mortalità correlata all’aborto indotto rappresenta un esempio evidente di quanto appena osservato. Nella relazione in esame, il Ministro della Salute ci informa che “nel 2018 dal Sistema di sorveglianza sull’IVG (che raccoglie solo le complicanze rilevate durante il ricovero) e da quello sulla Mortalità Materna non sono state riportate morti collegate a questo intervento”, vale a dire che le complicazioni fisiche immediate non hanno provocato alcun decesso tra le donne ricorse all’aborto indotto come era, per esempio, avvenuto nel 2014 e nel 2016. Due sono le donne morte nel 2014 di cui una a seguito di infezione da streptococco di gruppo A e conseguente miocardite: la donna era andata incontro a una crisi cardio-respiratoria mentre era ricoverata in attesa di espellere l’embrione dopo il trattamento con prostaglandine, secondo il protocollo di aborto farmacologico. L’altra donna – si legge nella relazione del 2014 – era tornata in ospedale due giorni dopo un aborto all’ottava settimana di gravidanza, lamentando forti dolori addominali e febbre alta, ma nonostante la somministrazione di diversi trattamenti farmacologici e l’esecuzione di un’isterectomia d’emergenza, dopo due arresti cardiaci è deceduta. La morte del 2016 riguarda una ventenne sottopostasi ad aborto chirurgico, andata incontro a un’improvvisa emorragia massiva durante la procedura: nonostante la trasfusione di quattro sacche di plasma, la giovane ha avuto uno shock ipovolemico ed è morta.

Questi sono alcuni esempi di morti immediate direttamente riconducibili alla procedura abortiva, ma – come abbiamo visto – l’aborto può comportare anche rischi fisici e psichici successivi che possono avere un impatto negativo diretto sulla salute della donna e, quindi, influire sulla sua mortalità e aspettativa di vita. Ecco perché, quando si parla di mortalità dell’aborto indotto, non basta prendere in esame le sole morti provocate dalle complicazioni immediate, come fa la relazione sulla 194, ma bisogna considerare anche le morti tardive provocate da qualsiasi altra causa (fisica e psichica) correlata all’aborto.

In letteratura vi sono numerosi studi di record-linkage che hanno esaminato la mortalità materna correlata all’aborto indotto, individuando numerosi casi di decessi tardivi post-aborto e le cause che li hanno determinati[xiv]. Da qualche anno, grazie al Sistema Italiano di Sorveglianza Ostetrica, ItOSS, abbiamo finalmente anche in Italia qualche dato più dettagliato. Il primo rapporto ItOSS, uscito nel 2019, rivela che 18 donne si sono suicidate in Italia entro un anno dall’aborto indotto, nel periodo di 7 anni 2006-2012 in dieci Regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna)[xv], [xvi]. L’approfondimento delle morti materne per suicidio, è avvenuto nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, cioè dagli stessi organismi che redigono la relazione sulla 194. Costoro, quindi, pur essendo al corrente di questi decessi tardivi correlati all’aborto indotto, si sono ben guardati dall’inserire il dato nella relazione limitandosi, appunto, a specificare che le complicanze rilevate durante il ricovero per l’aborto non hanno causato morti collegate a questo intervento, come a suggerire che tutti i rischi si esauriscano con la procedura e che i decessi da aborto siano eventi estremamente rari e statisticamente irrilevanti.

Evidenziare i decessi tardivi nella relazione, avrebbe anche sconfessato la narrazione pro-aborto secondo la quale esso non comporta rischi di natura psichica e spiega anche perché il dato dirompente di 18 suicidi post-aborto, reso noto dal rapporto ItOSS, non ha avuto alcuna eco su nessuno dei principali media italiani.

CONCLUSIONE

La relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 presenta molti limiti e difetti che vanno da un’insufficiente indicazione delle complicazioni, a un numero elevato di complicazioni non rilevate tale da destare preoccupazione, a dati incongruenti tra loro che evidenziano una sottostima dei dati, a una forte (quando non esorbitante) sottostima di tutte le principali complicazioni fisiche immediate causate dall’aborto indotto.

A queste lacune si va a sommare il fatto che la relazione si limita a contemplare le sole complicazioni fisiche immediate dell’aborto, escludendo completamente tutti i rischi tardivi che esso comporta sulla salute psicofisica e in successive gravidanze. Il fatto di considerare le sole complicazioni immediate (enormemente sottostimate), determina una notevole sottostima anche della mortalità correlata all’aborto indotto causata da tutte le complicazioni successive omesse dalla relazione, cioè proprio di quelle complicazioni responsabili del maggior numero di decessi post-aborto.

Artifici nella complicazione sono inoltre attuati in modo da non far risaltare determinate complicazioni e, al contempo, evidenziare una bassa incidenza totale delle stesse, come nel caso del mancato inserimento dei fallimenti abortivi (aborti mancati/incompleti) nella tabella 27 che riepiloga tutti i casi di complicazioni unitamente alla loro incidenza specifica e globale. Responsabile della sottostima generalizzata delle complicazioni è anche il sistema di raccolta dati che non prevede alcun obbligo di riportare le complicazioni che si verificano.

In sostanza, la relazione sull’attuazione della legge 194 finisce (volutamente) per minimizzare gli effetti negativi dell’aborto sulla salute psicofisica della donna, facendo apparire l’aborto indotto molto più sicuro di quanto non sia in realtà. Per tutte le ragioni indicate, quindi, i dati sulle complicazioni contenuti nella relazione, e con essi la relazione medesima, non godono di alcuna credibilità né autorevolezza, e perciò per nessuna ragione potranno essere invocati per dimostrare qualsivoglia impatto dell’aborto sulla salute della donna.

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[i] Ministero della Salute, Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78), dati definitivi 2018, http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato236846.pdf.

[ii] Assuntina Morresi, Le verità (scomode) sulla 194 tra obiettori, pillole e “punti Ivg”, Avvenire, 26 giugno 2020, https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/le-verita-scomode-sulla-194-tra-obiettori-pillole-e-punti-ivg.

[iii] Alfredo Mantovano, Pubblicata (in ritardo) la relazione sull’attuazione della legge 194, Centro Studi Livatino, 21 giugno 2020, https://www.centrostudilivatino.it/pubblicata-in-ritardo-la-relazione-sullattuazione-della-legge-194/.

[iv] Lorenza Perfori, Complicanze associate all’aborto indotto: il Ministero della Salute “dà i numeri”, Libertà e Persona, 3 settembre 2018, http://www.libertaepersona.org/wordpress/2018/09/complicanze-associate-allaborto-indotto-il-ministero-della-salute-da-i-numeri/.

[v] Niinimäki M, Pouta A, Bloigu A, Gissler M, Hemminki E, Suhonen S, Heikinheimo O., Immediate complications after medical compared with surgical termination of pregnancy, Obstetric and Gynecology, 2009, 114(4):795-804, https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/19888037/.

[vi] Ea Mulligan, Hayley Messenger, Mifepristone in South Australia, Australian Family Physician, 2011, https://www.racgp.org.au/download/documents/AFP/2011/May/201105mulligan.pdf.

[vii] Raymond EG, Shannon C, Weaver MA & Winikoff B, First-trimester medical abortion with mifepristone 200mg and misoprostol: a systematic review, Contraception, 2013, 87:26-37, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22898359.

[viii] https://www.ausl.latina.it/attachments/category/80/Protocollo%20IVG.pdf.

[ix] https://www.saperidoc.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/278.

[x] http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2428_allegato.pdf

[xi] Lorenza Perfori, Ecco le cause che generano la sottostima delle complicazioni fisiche e psichiche provocate dall’aborto indotto, Libertà e Persona, 24 novembre 2018, https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/ecco-le-cause-che-generano-la-sottostima-delle-complicazioni-fisiche-e-psichiche-provocate-dallaborto-indotto.

[xii] Lorenza Perfori, Per la salute delle donne, ProVita & Famiglia onlus, https://www.vestilafamiglia.it/libreria/62-lorenza-perfori-per-la-salute-delle-donne.html.

[xiii] Lorenza Perfori, Irlanda: dopo la legalizzazione dell’aborto lievitano le richieste di aiuto post-aborto, Libertà e Persona, 11 settembre 2019, https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/irlanda-dopo-la-legalizzazione-dellaborto-lievitano-le-richieste-di-aiuto-post-aborto.

[xiv] David C Reardon and John M Thorp, Pregnancy associated death in record linkage studies relative to delivery, termination of pregnancy, and natural losses: A systematic review with a narrative synthesis and meta-analysis, SAGE Open Med. 2017; 5: 2050312117740490, Published online 2017 Nov 13, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5692130/.

[xv] Lorenza Perfori, Due studi italiani di record-linkage evidenziano la forte sottostima della mortalità materna in Italia, ma tacciono sulla mortalità correlata all’aborto indotto, Libertà e Persona, 11 febbraio 2020, https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/due-studi-italiani-di-record-linkage-evidenziano-la-forte-sottostima-della-mortalita-materna-in-italia-ma-tacciono-sulla-mortalita-correlata-allaborto-indotto.

[xvi] Lorenza Perfori, Il primo Rapporto ItOSS rivela: 18 donne si sono suicidate in Italia entro un anno dall’aborto indotto, in 10 Regioni italiane, nel periodo di 7 anni 2006-2012, Libertà e Persona, 14 marzo 2020, https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/il-primo-rapporto-itoss-rivela-18-donne-si-sono-suicidate-in-italia-entro-un-anno-dallaborto-indotto-in-10-regioni-italiane-nel-periodo-di-7-anni-2006-2012.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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