Il pensiero greco è parte integrante della fede cristiana. La storia della filosofia greca di Stefano Fontana

di Silvio Brachetta.

È vero che «filosofia», per l’umile Pitagora, è l’«amore della sapienza». È anche vero che qualcuno si azzardò – il gruppo dei sofisti – ad omettere il «filo» e a indicare se stesso come sophistés, sapiente. Ma questi eccessi di umiltà o di orgoglio oscurano la verità forse più grande che il pensiero greco avrebbe voluto tramandare: l’uomo ha la dignità, la vocazione, di accostare e convivere abitualmente con nulla di meno della sapienza. La scienza è grande, così come l’arte o la tecnica, ma la sapienza è più grande di ogni disciplina ed è l’unico vero cibo spirituale con cui l’anima può sopravvivere.

La sapienza, cioè, è l’unico nutrimento adeguato e conforme all’essenza dell’anima – e quanto vi è d’inferiore alla sapienza può essere utile, ma inadeguato. Davanti alla sapienza tutto è inferiore e, allo stesso modo, è inferiore all’anima, creata per la sapienza.

Sono dunque da omettere due atteggiamenti: la falsa umiltà e la superbia. La falsa umiltà vuole fuggire la sapienza, con il pretesto di sentirsi inadeguata. In tal modo essa tradisce la propria vocazione. La superbia, al contrario, presume di sapere e s’illude che il criterio della verità sia essa stessa. In quest’altra forma, la superbia tradisce direttamente il Cielo, da cui discende la sapienza.

Eppure il filosofo greco non fu, in genere, né un superbo, né un falso umile e coronò la sua ricerca del sapere con grande introspezione. Stefano Fontana ricostruisce questa fortunata stagione del pensiero umano e indaga sulla peculiarità della speculazione dei primi filosofi occidentali, i quali, proprio in quanto ricercatori della sapienza, non si sono accontentati di trovare le verità di una qualsiasi disciplina particolare, ma hanno indagato su nulla di meno del «Tutto». Solo il «Tutto», solo l’«intero» è in grado di nutrire l’uomo, che ha fame e sete non tanto di una serie di verità, ma della pienezza della verità. Contemporanei degli israeliti, ai quali la verità si è rivelata per fede, anche i filosofi greci intuirono, per via di ragione, che la salvezza per l’uomo (qualsiasi cosa si volesse intendere con ciò) non poteva non passare per l’assimilazione o per il favore della «verità tutta intera», secondo l’espressione posteriore del Cristo (Gv 16, 13).

In modo simile Platone, citato da Fontana, descrive il vero filosofo: «chi è capace di vedere l’intero è filosofo, chi no no». Scorrendo le pagine del libro sorge l’idea inespressa che il pensiero greco faccia parte della Rivelazione, in un modo proprio, propedeutico.

L’oggetto – la sophia, il logos – è identico, come identici sono alcuni dei contenuti maggiori, sopraggiunti dal basso (filosofia umana) o dall’alto (rivelati dal Cielo). La fonte, l’arché, è la ricerca dell’Uno, del Creatore, della ragione (tra le ragioni) seminale e fontale del Tutto. Il significato delle cose è oltre le cose (metafisica), così come il Regno dei Cieli è oltre il regno del mondo. L’Assoluto dei filosofi provoca nell’uomo lo zauma (θαῦμα), comparabile col tremendo apparire dell’angelo di Dio. Proprio in quanto la filosofia non si limita a ricercare la verità, ma «vuole la verità intera» – secondo l’espressione di Fontana – essa è «anipotetica»: deve cioè precipitare nel senso e sublimare a conclusione (l’«ananke stenai» di Aristotele), come pure la Trinità si rivela nell’inizio e nel compimento del Tutto.

Quanto alla questione della verità, Fontana è molto chiaro: «I primi filosofi andavano alla ricerca della verità razionale che fosse incontrovertibile, certa, stabile». Si tratta della ricerca dell’«épisteme» insomma; ovvero di «un sapere certo e stabile», al «vertice» di ogni possibile conoscenza, fermo anche dinnanzi al divenire delle cose. È interessante questo accenno non solo al problema della verità, che è maggiormente sbilanciato sull’oggetto, ma pure alla questione soggettiva della «certezza», che lo scetticismo storico ha sempre cercato di annullare. La certezza, infatti, è connaturata alla sapienza: circa lo sguardo metafisico sulle cose, la finitezza e l’imperfezione dell’uomo sono reali, ma insufficienti a distruggere la possibilità di pervenire a certezza. Non si vuole negare l’esistenza dell’opinione, ma si afferma che l’opinione non sarà mai l’approdo della filosofia, che invece fa capo all’«aletheia» greca (alla verità), la quale è «qualcosa che emerge dal buio e dal nascondimento». Più in dettaglio – osserva l’autore – «il domandare filosofico non è il domandare scettico, che nasce dal nulla del dubbio».

Fontana descrive i tratti essenziali delle dottrine dei filosofi, da Talete a Plotino – dal VII secolo a.C. al III secolo d.C. – dando uno spazio più ampio ai filosofi maggiori (Socrate, Platone e Aristotele). In essi vi è la sintesi più alta della speculazione greca, perché sono da loro coniati o spiegati i concetti a fondamento della filosofia di tutti i tempi: «essere», «idea», «essenza», «sostanza», «natura», «categoria», «dialettica», «seconda navigazione», «iperuranio», «logos», «causa», «potenza», «atto».

Tutto questo fa parte dei contenuti della metafisica – termine posteriore, ma riassuntivo del pensiero sapienziale. Una medesima illuminazione, operante in forme diverse, sembra avere irradiato il popolo d’Israele e un certo mondo pagano che, superando il mito, ha dato ragione dell’esistere. Resta il limite della ragione umana, non supportata dalla fede: un’imperfezione che non viene mai meno e che ritroviamo fino a Plotino. Egli – scrive Fontana – «ci ha voluto dare un Dio da contemplare anche se non da pregare», incapace «di un amore personale». Il Dio di Plotino non crea dal nulla e non «permette di dare agli uomini la speranza della risurrezione dopo la morte». Il suo sapere, come del resto quello dei filosofi precedenti, è fortemente «dualista», poiché disprezza il corpo a favore dello spirito e spezza «in due la natura stessa dell’uomo».

Eppure, come già disse Benedetto XVI a Regensburg (2006), la rinuncia alla metafisica – il programma cioè che si potrebbe chiamare di «deellenizzazione del cristianesimo» – è qualcosa di negativo. Benedetto XVI ha ribadito il magistero, secondo cui «il patrimonio greco, criticamente  purificato», è «parte integrante della fede cristiana». Non sono parole da nulla. È un convincimento condiviso e che ricorre in tutta la produzione letteraria di Stefano Fontana. Rinunciare allo sguardo metafisico equivale a rinunciare non solo a comprendere la realtà, ma ad intendere la stessa Rivelazione nel modo voluto da Dio. Non può essere casuale (e non è casuale) che la Provvidenza abbia concesso al mondo anche la luce della filosofia.

Stefano Fontana, La sapienza dei Greci. La filosofia classica da Talete a Plotino, Fede & Cultura, 2020 – ACQUISTALO QUI:

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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