Il bene comune anche in povertà

Dottrina sociale di Stefano Fontana.

Uno dei concetti fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa è quello di bene comune.  Esso è però anche il più frainteso. Di solito lo si fa coincidere con il benessere economico e dei servizi. La socialdemocrazia ha cercato di unire i due termini – benessere economico e servizi – e ha dato vita allo Stato sociale o anche detto “del benessere”. Il benessere è quindi solitamente inteso in senso economico e poi anche nel senso di un sistema burocratico che soddisfa i bisogni e i desideri dei cittadini. La sintesi dei due elementi sarebbe la “società opulenta” di oggi, un grande sistema assicurativo pagato con le tasse di tutti.

Uno dei modi più efficaci di precisare il concetto di bene comune, liberandolo da questo (e da altri) equivoci è di chiederci: il bene comune è possibile in situazione di povertà diffusa? E siccome la risposta è sì, allora la visione del bene comune come benessere è sbagliata o priva di fondamento. Dire che il bene comune sia possibile anche in situazione di povertà risulta oggi scandaloso e inaccettabile, vediamo allora di approfondire il tema.

Un primo modo per farlo è di esaminare la situazione dei Paesi ad alto livello di benessere economico e sociale. Per fare questo, di solito l’attenzione si sposta sui Paesi del nord Europa ove la socialdemocrazia vista sopra ha prodotto una società opulenta, ossia ricca dal punto di vista economico e funzionale dal punto di vista dei servizi al cittadino. Facendo questa analisi, però, risulta evidente che quelle società sono ben lontane dal bene comune. Sono società disastrate, al di là dell’apparenza. Il privato e lo Stato hanno distrutto la famiglia, leggi permissive hanno giustificato qualsiasi comportamento immorale, l’irreligiosità ha raggiunto livelli di diffusione altissimi, una cultura nichilista impedisce di trovare un senso nelle relazioni sociali, i costumi privati sono molto inquinati, pur nel rispetto delle regole artificiali della vita pubblica. Non c’è quindi un rapporto essenziale tra ricchezza e servizi da un lato e bene comune dall’altro.

Un secondo modo è di esaminare, al contrario, la situazione delle società povere. Possiamo fare riferimento alle società dei nostri padri o dei nostri nonni, oppure a quelle di alcune aree del nostro Paese o del pianeta che possiamo ancora definire pre-moderne in quanto non hanno ancora conosciuto un accentuato sviluppo economico e in cui lo Stato non è ancora attrezzato per soddisfare tutti i bisogni e desideri dei cittadini. Facendo questo esame, apparirà con grande chiarezza che probabilmente in quelle situazioni la famiglia, le tradizioni, la solidarietà prossima dei corpi sociali intermedi, un senso religioso dell’esistenza, una moralità diffusa e condivisa, la continuità educativa tra le generazioni, il capitale sociale, la garanzia del legame con la legge naturale e così via sono molto più accentuati. Si può allora dire che in queste situazioni il bene comune è maggiormente perseguito che non nelle società che vivono nel benessere.

Con ciò non si vuole dire che bisogna desiderare di essere poveri, il pauperismo è una ideologia sbagliata e pericolosa, anche teologicamente oltre che socialmente. Né si vuole dire che certe situazioni di miseria e sottosviluppo non impediscano il bene comune in quanto ostacolano nelle persone la possibilità stessa di raggiungere i propri fini naturali. Si vuole invece sostenere che il fatto economico e materiale è solo strumentale e non è quindi in esso che consiste il bene comune, che è possibile anche in situazioni di povertà.

Con ciò si è raggiunto il significato vero del bene comune. Esso consiste nel favorire che le persone e i gruppi sociali possano raggiungere i loro fini naturali in modo che non ostacolino quelli soprannaturali. La distinzione tra bene comune “delle persone” e “dei gruppi sociali” è pleonastica, perché in fondo si tratta dello stesso bene comune. Il bene comune di una società coincide con il bene comune di ogni uomo di quella società, ossia quella società gode del bene comune quando tutti gli uomini possono raggiungere il loro bene, ossia il loro fine. Ora, i fini naturali dell’uomo e, ancor di più, quelli soprannaturali, possono essere raggiunti anche in situazione di povertà.

Certo che per poter fare questo discorso bisogna tornare a pensare che il bene comune abbia dei fondamenti naturali, ossia che ci sia nella società un ordine finalistico da conseguire. Quando si fanno le cose non rispettando questo ordine finalistico si compie una violenza e una ingiustizia anche se tali violenze e ingiustizie sono coperte d’oro.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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