Guadagnerai il pane con il sudore della fronte. Dalla cultura della domanda alla cultura dell’impegno

di Daniel Passaniti.

Raggiungere la piena occupazione e un’equa distribuzione della ricchezza presuppone che l’economia cresca in termini reali, che vi sia produzione e aumento della ricchezza, dal momento che nulla può essere distribuito se non lo si è prima prodotto mediate lavoro e sforzo. Ed ecco uno dei problemi dell’Argentina: la successione di governi populisti e demagogici che hanno enfatizzato il paradigma distributivo, ingiustamente ingigantendo il bilancio statale per perpetuare programmi di aiuto sociale, soffocando il settore produttivo che genera ricchezza, hanno abituato gran parte della società a ricevere un reddito senza alcuna contropartita, a chiedere e rivendicare senza fare gli sforzi necessari per ottenere, con i propri mezzi, un discreto livello di sussistenza. In questo modo, la povertà è stata trasformata in miseria consentita, se non voluta dal governo di turno. La cultura della domanda ha sostituito la cultura dello sforzo e diverse generazioni di argentini ne sono state vittime

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La retribuzione universale

In questi giorni, alti funzionari del Governo nazionale argentino, insieme ad altri leaders politici, stanno valutando l’applicazione di una retribuzione universale per di alleviare la crisi causata dall’attuale pandemia, anche se le ultime notizie suggeriscono che tali misure saranno poi considerate come definitive.[1]

Il contesto

Nel 1986, all’Università Cattolica di Lovanio, la proposta di un reddito universale nacque su proposta dei professori Philippe von Parijs e Robert von der Veen. In base ad esso, ogni cittadino dovrebbe avere diritto a ricevere una retribuzione da parte del governo, indipendentemente dal fatto di voler lavorare o meno, di essere ricchi o poveri, di avere o meno un’entrata economica.

In Alaska, e in alcune regioni del Canada e della Spagna, questo reddito universale sembra essere stato già implementato. Al World Economic Forum (Davos) e al Fondo Monetario Internazionale è emerso già da alcuni anni interesse per questo tema, a motivo della crescente digitalizzazione dell’economia e dell’automazione del lavoro, per le quali già nel 2017 si prevedeva entro il 2020 la perdita di circa 5 milioni di posti di lavoro sostituiti da robot. Lo stesso Papa Francesco, il giorno di Pasqua di quest anno, in una lettera indirizzata ai movimenti popolari, ha parlato della necessità di pensare a un reddito universale.[2]

David Casassas, professore all’Università di Barcellona e uno dei promotori di questo reddito universale, ha fornito alcuni dettagli al riguardo: 1) è universale, poiché riguarda tutti; 2) è incondizionato, poiché non importa se il destinatario ha o meno entrate; 3) è individuale, cioè viene ricevuto da singoli individui e non da famiglie. Detto reddito – egli afferma – deve coprire le necessità elementari della vita, non sostituisce altre politiche per l’edilizia abitativa, l’istruzione o la salute, e consente la democratizzazione dei rapporti di lavoro e la possibilità di uscire dal sottoimpiego, emancipando il lavoratore in situazione di dipendenza.[3]

Argentina

Sulla stessa linea, nel nostro Paese, l’ex presidente Eduardo Duhalde, ha affermato che il reddito universale consente di garantire a tutti i membri di una comunità un reddito mensile efficace che garantisca condizioni minime di sussistenza, senza alcun tipo di condizione o controprestazione, e che i motivi che lo giustificano sono fondamentalmente due: 1) una ragione filosofica: chi non ha una base materiale sufficiente per garantire un’esistenza sociale autonoma verrà assoggettato alla volontà altrui con la conseguente perdita di libertà; 2) un motivo economico: la crescente robotizzazione richiede la garanzia di un reddito minimo per tutti. Da parte sua, l’Instituto de Pensamiento y Políticas Públicas incoraggia l’applicazione del reddito universale a tutte le persone di età compresa tra 18 e 65 anni, esclusi i lavoratori formali che sono ovviamente esenti da questo vantaggio.[4]

Il problema

Senza dubbio, in circostanze eccezionali e di emergenza sociale come quella causata da questa pandemia, lo Stato svolge un ruolo attivo e deve intervenire direttamente attuando misure e politiche volte ad alleviare le conseguenze economiche che hanno un maggiore impatto sui settori più bisognosi. Ma deve farlo solo in via eccezionale e per le esigenze del bene comune che lo giustificano, dal momento che il suo ruolo in materia economica e sociale deve essere principalmente sussidiario, al fine di rispettare le libertà e le responsabilità individuali, evitando così la presenza di uno Stato assistenzialista che minacci la dignità della persona umana.

Per quanto riguarda l’Argentina, se questo stipendio o reddito universale fosse destinato a rimanere anche dopo la pandemia, e fosse possibile recepirlo addirittura senza alcun tipo di controprestazione, a nostro avviso significherebbe che il Paese continuerebbe ad alimentare quella gran parte della società caratterizzata da inattività produttiva e che non genera ricchezza, promuovendo quindi ancora di più una “cultura della domanda” che sostituisce la “cultura dell’impegno”, perpetuando di conseguenza povertà, disoccupazione e disuguaglianza sociale. Se così fosse, verrebbe applicata la stessa ragione filosofica sostenuta dall’ex presidente Eduardo Duhalde, con la differenza che coloro che ricevono questo reddito corrono il rischio di diventare soggetti alla volontà e all’assistenzialismo del governo in carica, con la conseguente perdita della propria dignità.

Perché sosteniamo questo? Perché l’Argentina da decenni sta aumentando in maniera ininterrotta i suoi piani e programmi sociali nonché le ingenti somme di denaro concesse, in virtù delle quali 3 famiglie su 10 ricevono un qualche tipo di aiuto dallo Stato, un aiuto che raggiunge ormai il 40% della popolazione urbana.[5] Tali programmi di assistenza sociale non sono stati efficaci nel garantire l’equità sociale, ma al contrario, sembrano mirare a tollerare e mantenere la povertà e la disuguaglianza. È la stessa realtà a dimostrarlo: nel 1970 l’Argentina aveva una disoccupazione del 3% e una povertà dell’8% e, nonostante i piani e i programmi sociali applicati negli ultimi decenni, termina il 2019 con il 10% di disoccupazione, il 35% povertà e l’8% di indigenza. Peccato sociale di omissione e molto grave, dal momento che il Paese ha risorse sufficienti per permettere a molti milioni di abitanti di avere un tenore di vita e di sussistenza decenti, senza il bisogno di attuare e concedere programmi di assistenza sociale permanenti. Ribadiamo che le situazioni di emergenza fanno eccezione e, come abbiamo detto, giustificano gli aiuti diretti dallo Stato per un certo periodo, al fine di superare questa emergenza (principio di solidarietà).

Matrice distributiva e matrice produttiva

La crescita economica, la piena occupazione e l’equità sociale sono, tra gli altri, obiettivi centrali di tutte le politiche economiche. Ma raggiungere la piena occupazione e un’equa distribuzione della ricchezza presuppone che l’economia cresca in termini reali, che vi sia produzione e aumento della ricchezza, dal momento che nulla può essere distribuito se non lo si è prima prodotto mediate lavoro e sforzo.

Ed ecco uno dei problemi dell’Argentina: la successione di governi populisti e demagogici che hanno enfatizzato il paradigma distributivo, ingiustamente ingigantendo il bilancio statale per perpetuare programmi di aiuto sociale, soffocando il settore produttivo che genera ricchezza, hanno abituato gran parte della società a ricevere un reddito senza alcuna contropartita, a chiedere e rivendicare senza fare gli sforzi necessari per ottenere, con i propri mezzi, un discreto livello di sussistenza. In questo modo, la povertà è stata trasformata in miseria consentita, se non voluta dal governo di turno. La cultura della domanda ha sostituito la cultura dello sforzo e diverse generazioni di argentini ne sono state vittime.

È compito dello Stato stabilire le condizioni che garantiscano il diritto al lavoro, nonché attuare politiche di crescita economica che promuovano le piccole e medie imprese e l’occupazione formale. Allo stesso tempo, attraverso la propria politica fiscale, lo Stato deve cercare di raggiungere il massimo possibile dell’equità sociale. Per questi motivi, come ha affermato un grande maestro delle finanze pubbliche (Cayetano Licciardo), il bilancio è l’atto politico per eccellenza, poiché attraverso di esso il sovrano decide prudentemente da chi si prende, quanto e come (capacità contribuente dei cittadini) e a chi si dà, quanto e perché (domanda sociale). E questo potere del sovrano si inquadra nella giustizia distributiva, funzionale a una proporzione geometrica, cioè alla distribuzione di benefici e oneri sociali in base alla partecipazione che ciascuno ha avuto nel prodotto sociale o, come nel nostro caso, in base allo stato di bisogno di quei settori sociali che per varie ragioni non sono stati in grado di partecipare. Pertanto, il problema della distribuzione della ricchezza e la capacità redistributiva della politica fiscale deve essere messo a fuoco in una prospettiva prevalentemente morale, poiché va oltre la semplice analisi economica.

Il lavoro dell’uomo

Da quanto detto finora, è chiaro che il primo responsabile del perseguimento di un tenore di vita dignitoso è l’individuo stesso che per questo è obbligato a lavorare, così come d’altro canto lo Stato deve assicurargli il diritto al lavoro generando condizioni di lavoro, e solo in circostanze eccezionali deve assisterlo direttamente (principio di solidarietà). Il dovere di lavorare si basa sul dovere morale di preservare la vita e contribuire al bene comune, infatti non dobbiamo dimenticare ciò che fu detto dall’allora Papa Giovanni Paolo II: «Il lavoro è un bene dell’uomo … perché mediante il lavoro l’uomo … realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”». [6]

Per questi motivi abbiamo voluto intitolare questa nota in riferimento alla frase biblica che dice: «con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai alla terra» (Gen. 3, 19). Questa è la condizione del lavoro umano dopo il peccato dei nostri progenitori: procurarci il pane quotidiano implica sforzo, fatica e stanchezza. E questo sforzo umano e la fatica nobilitano l’uomo, poiché il lavoro non ha solo un significato economico e sociale, non è solo un mezzo di sussistenza, infatti l’uomo, attraverso il proprio lavoro, si realizza in quanto tale e partecipa attivamente al lavoro creativo di Dio, imitando il suo potere creativo e, come abitudine al servizio, il suo lavoro coopera con la comunità in cui vive. Allo stesso modo, l’uomo, attraverso il proprio lavoro, si associa all’opera redentrice di Cristo, sopportando  fatica e stanchezza e collaborando per la redenzione dell’umanità.

Rifflessione conclusiva

In conclusione, l’emergenza sociale ed economica che questa pandemia ha causato merita indubbiamente e giustifica l’assistenza diretta da parte dello Stato. Forse l’applicazione di questo stipendio o reddito universale ha funzionato o funziona efficacemente in altri Paesi, ed è pur vero che la crescente digitalizzazione dell’economia, la robotizzazione e la disoccupazione tecnologica meritano di applicare alternative come questa che mirino a mitigare le disuguaglianze sociali che tali fenomeni portano con sè. Il futuro immediato del lavoro e dell’occupazione, tra l’altro, non è incoraggiante.[7]

Ciò vale ovviamente anche per l’Argentina, ma dubitiamo che l’attuazione di un nuovo aiuto come la retribuzione  universale o altri tipi di reddito realizzerà effettivamente gli obiettivi voluti, perché qui in Argentina per decenni i governi populisti, di un segno politico o dell’altro, hanno aumentato la spesa pubblica e posto in essere programmi e piani sociali finalizzati a creare rendite di posizione, perpetuando così la miseria sociale con la conseguente perdita della dignità umana. E l’attuale governo non fa eccezione. Gli aiuti e i piani sociali continuano ad aumentare a spese del settore produttivo, generativo di ricchezza, il quale si sta sempre più riducendo. In queste circostanze, l’applicazione di uno stipendio universale o di un reddito senza alcuna controprestazione, per ogni abitante dai 18 ai 65 anni che non possiede un lavoro in regola, a nostro avviso, incoraggia ulteriormente il lavoro informale e la povertà strutturale (miseria) già consolidate in Argentina.

Per questi motivi riteniamo che in Argentina sia necessario rivendicare la cultura dell’impegno e il significato stesso del lavoro. È necessario capire che dobbiamo prima crescere in termini di ricchezza per poi essere in grado di distribuirla, e che per questo dobbiamo promuovere lo schema produttivo e generare le condizioni di crescita e occupazione formale, garantendo così il diritto al lavoro e la copertura sociale necessaria per uno standard di vita degno per la società intera.

L’Argentina della post-pandemia deve lasciarsi alle spalle il paternalismo assistenzialista di uno Stato che genera miseria e che ha causato così tanti danni; deve capire che le mense sociali, i piani e i programmi di aiuto devono essere eccezionali e transitori, giustificati solo in situazioni che lo meritano e quando il Bene Comune lo richiede.

L’attuale crisi sanitaria e la caotica situazione sociale ed economica che l’Argentina sta attraversando dovrebbero rappresentare una svolta per cambiare rotta. Lasciando alle spalle decenni di populismo demagogico che ha impoverito la società, le Autorità di turno dovrebbero essere coerenti con l’uso prudente ed efficiente delle risorse pubbliche e applicarle per coprire autentiche esigenze sociali, promuovendo nel contempo l’iniziativa privata, la proprietà, il lavoro e la produzione di ricchezza. Allo stesso modo, gran parte della società e della leadership argentina radicata nella cultura della domanda e della perenne rivendicazione, dovrebbero, piaccia o no, far propria la frase dell’apostolo Paolo: «chi non vuol lavorare, neppure mangi».[8]

Luglio 2020

[1] La Nación, 28-06-2020.

[2] Papa Francesco: Lettera ai Movimenti popolari, 12-04-2020.

[3] David Casassas: “El Espectador”, Intervista realizzata da Laura Dulce Romero, 22-06-20.

[4] Instituto de Pensamiento y Políticas Públicas: Hacia un salario universal para afrontar la emergencia – Verso uno reddito universale per far fronte all’emergenza, 13-05-2020.

[5] Cfr. Observatorio de la Deuda Social Argentina: Barómetro de la Deuda Social Argentina (OSDA/UCA) – Osservatorio del Debito Sociale Argentino: Barometro del Debito Sociale Argentino (OSDA/UCA).

[6] Giovanni Paolo II: Laborem excercens, n. 9.

[7] Cfr. OCDE: Perspectivas del empleo 2020.

[8] San Paolo, 2 Tessalonicesi 3,10.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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