Ecco perché sul Ponte di Genova la “retorica dell’arcobaleno” non regge

di Corrado Ocone.

L’impresa, che sarebbe normale in un Paese normale, è stata realizzata, ma il merito è soprattutto di chi ha voluto un commissario straordinario con potere speciali e del commissario stesso, il sindaco di centrodestra di Genova Marco Bucci, che li ha saputi utilizzare. E’ merito poi del governatore della regione Giovanni Toti che ha agevolato e collaborato al risultato e che, sotto l’insegna del buon governo, vola tranquillo verso la rielezione. Ed è anche in parte merito del governo di Giuseppe Conte, ma del precedente non di questo, quello con l’odiato nemico leghista. Insomma, la vittoria politica è tutta del centrodestra, se proprio dovessimo scendere sul terreno volgare della “stampa di regime”

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L’arcobaleno che mette fine ad una giornata di pioggia proprio mentre inizia l’inaugurazione del nuovo ponte Morandi, quello che è ora il ponte Piano, è la metafora forte di cui la stampa mainstream aveva bisogno per raccontare una storia che purtroppo non c’è: quella della vittoria del nostro Paese e delle sue massime istituzioni che sono riuscite a rimettere su un ponte tragicamente crollato in meno di due anni. Certo, l’impresa, che sarebbe normale in un Paese normale, è stata realizzata, ma il merito è soprattutto di chi ha voluto un commissario straordinario con potere speciali e del commissario stesso, il sindaco di centrodestra di Genova Marco Bucci, che li ha saputi utilizzare (e anche questo in un Paese come l’Italia non è scontato). E’ merito poi del governatore della regione Giovanni Toti che ha agevolato e collaborato al risultato e che, sotto l’insegna del buon governo, vola tranquillo verso la rielezione. Ed è anche in parte merito del governo di Giuseppe Conte, ma del precedente non di questo, quello con l’odiato nemico leghista. Insomma, la vittoria politica è tutta del centrodestra, se proprio dovessimo scendere sul terreno volgare della “stampa di regime”.

Ma che Genova sia tornata unita, come con enfasi dicevano i titoli dei giornali stamattina, questo proprio non lo si può dire. Né Genova, né l’Italia. La cittadinanza, a quanto ci dicono gli amici genovesi, ha vissuto con distacco se non proprio con fastidio la cerimonia con parata delle autorità e frecce tricolori, e avrebbe preferito un semplice taglio del nastro da parte del presidente della Repubblica (Conte sarebbe potuto tranquillamente restare a Roma ove certo faccende da sbrigare in questo frangente non ne mancano). La non partecipazione e l’ostilità dei parenti delle vittime e delle tante famiglie che hanno perso la casa è significativa più di mille parole. Quanta differenza dall’accoglienza che ricevettero Matteo Salvini e Luigi Di Maio quando corsero, meno di due anni fa, sul luogo della tragedia. Un’acclamazione a furor di popolo che mai si era vista: di solito le tragedie vengono imputate ai governi in carica, ma quello, appena costituito, era considerato dai genovesi, e da buona parte degli italiani, come un governo “innocente” in cui riporre tante speranze. Per esempio, che tragedie del genere, generate da incuria e avidità, da mancanza di controlli, non avessero più a verificarsi. Quei due leader goffi che si stringevano al popolo erano due homines novi di cui ci si doveva fidare!. Come le cose poi siano andate a finire, ahimé è sotto gli occhi di tutti. Il ponte si è fatto ma i Cinque Stelle, l’asse portante del governo, hanno rapidamente disatteso le speranze in loro riposte, hanno badato al potere con tanta avidità da essersi costituiti in una nuova e potente “casta” che si è alleata con la vecchia.

I vecchi gestori sono stati cacciati dalla porta per poi riapparire dalla finestra. Lo Stato ha perso milioni e milioni per una trattativa che ancora non viene firmata (domani ci sarà l’ennesimo rinvio). Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti del primo governo Conte, un mix di incapacità e ideologismo, è stato sacrificato sull’altare della nuova alleanza. Le istituzioni sono sentite dai genovesi e dagli italiani sempre più lontane e, con o senza arcobaleno, speranza e fiducia non abitano più da un pezzo da queste parti. Più che il De André di Creuza de ma’, le cui note son state fatte risuonare ieri, la vicenda conclusasi con l’inaugurazione del nuovo ponte ai genovesi ricordava quello di Don Raffaè che, sfiduciato, cantava che lo Stato “si costerna, si indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. In verità, anche la dignità ormai manca.

Fonte: l’Occidentale

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