Trump smaschera (finalmente) la furia iconoclasta dei “fascisti di sinistra”

di Corrado Ocone.

Il nostro è un tempo di guerra, all’interno del nostro stesso mondo. Un nuovo Kulturkampf, una “guerra culturale” fra due opposte concezioni: una che pretende di conquistare l’egemonia delle idee, dei miti, dei simboli, dell’immaginario, e quindi di quella che nell’epoca della rivoluzione cognitiva è la più importante risorsa, il capitale intellettuale, da cui l’economico e il sociale per molti versi discendono; l’altra, che, in modo a volte contraddittorio e confuso, e comunque in maniera diversa a seconda dei contesti e delle latitudini, reagisce alla prima in nome di quel bagaglio di idee e valori che, pur sempre in movimento, costituiscono la potente eredità ricevuta dai nostri padri.

La deriva violenta, e da molti tollerata, che ha assunto il movimento Black Lives Matter, con la sua furia iconoclastra e distruggitrice del nostro passato, si è trovata di fronte pochi “resistenti” e tanta ipocrita accondiscendenza soprattutto nei mezzi di comunicazione e nei centri ove si elabora oggi il potere intellettuale. Fra i “resistenti”, forse il più intransigente e deciso nel combattere la battaglia per le classiche libertà occidentali, è da annoverare il presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, come è noto, è la “bestia nera” dei progressisti di tutto il mondo, i quali, per rinforzare le loro tesi, non esitano a distorcere continuamente le sue prese di posizione e i suoi atti facendolo passare per quello che assolutamente non è, e cioè un “razzista” e un “fascista”. In verità, quella dei progressisti è, perfezionata, la vecchia tattica dei partiti comunisti e della sinistra totalitaria: l’avversario non va combattuto per le sue idee e per i suoi atti, ma va delegittimato moralmente a priori falsando le sue tesi o, nei casi in cui proprio non è possibile, facendole passare per strumentali o non sincere.

Il pregiudizio, come è noto, fa resistenza a ogni giudizio; e, se sei stato bollato moralmente come un essere spregevole, lo sarai a priori senza possibilità di appello e soprattutto senza che nessuno segua il filo del tuo ragionamento. Di solito, la storia fa giustizia di questi atteggiamenti: ciò che restano sono le opere e anche le parole proferite in determinate occasioni e, col senno di poi, vengono fuori anche i motivi seri che hanno decretato certi inattesi risultati elettorali (come quello che portò Trump alla presidenza nel 2016).

Dal primo punto di vista, non disconoscendo certe eccentricità e imprevedibilità del personaggio, e anche forse certi suoi limiti comunicativi e caratteriali, tutto si potrà dire un domani fuorché Trump non sia stato coerente, e in modo solo apparentemente paradossale prevedibilissimo, nelle linee di fondo della sua politica, a comiciare dalle relazioni internazionali: la sua politica estera all’insegna dell’abbandono del disimpegno militare americano e del contenimento della potenza cinese erano in verità già iniziate sotto Obama (si pensi al trattati commerciali transpacifici con i paesi asiatici ostili alla Cina).

Al contrario di Obama, tipico prodotto della cultura accademica liberal, Trump invece è stato anche un difensore della tradizione liberale e democratica americana, sia all’esterno, ove non ha fatto nessuna concessione ai regimi totalitari, a cominciare da quello iraniano, sia soprattutto all’interno, ove l’ideologia liberal e multiculturalista ha fatto strame dei classici valori occidentali. Finendo, per una di quelle etrogenesi dei fini che sono proprie delle vicende umane, per risultare essa sì “fascista” e “razzista”.

E la storia, ripeto, gli renderà probabilmente giustizia. Fra quello che rimarrà credo ci sarà l’ispirato discorso pronunciato quest’anno per il 4 luglio, il giorno dell’Indipendenza, nel suggestivo ed evocativo scenario del monte Rushmore, ove nella roccia sono scolpiti i volti dei quattro forse più significativi presidenti degli Stati Uniti, tutti a loro modo eroi delle libertà americane: George Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt.

Anche su costoro si è esercitata la furia iconoclasta di BLM, con i primi due accusati, in spregio ad ogni sensibilità storica e culturale, di essere stati “possessori di schiavi”. Ecco, allora, che, con il più alto valore simbolico che potesse esserci, proprio a Rushmore Trump ha promesso solennemente di difendere i monumenti ma soprattutto la storia e i valori che essi rappresentano in quello che ha definito (e chi potrà mai dargli torto?) il Paese più libero e più giusto che abbia mai conosciuto l’umanità.

Orgoglio e rispetto per sé stessi e la propria storia, oltre ogni ipocrita “senso di colpa”. Ma pure, con uno stile alto ma non enfatico, il coraggio di chiamare le cose finalmente e semplicemente con il proprio nome: l’attacco al cuore dell’America è fatto in nome di un nuovo “totalitarismo” e da “fascisti di sinistra”. “La nostra nazione -ha detto Trump- sta assistendo a una campagna spietata per spazzare via la nostra storia, diffamare i nostri eroi, cancellare i nostri valori e indottrinare i nostri figli, cancellare la cultura, scacciare le persone dal loro lavoro, gettare nella vergogna chi dissente e chiedere la totale sottomissione di chiunque non sia d’accordo. Questa è la definizione stessa di totalitarismo, ed è completamente estranea alla nostra cultura e ai nostri valori…..Nelle nostre scuole, nelle nostre redazioni, persino nelle nostre sale riunioni aziendali, c’è un nuovo fascismo di estrema sinistra che richiede fedeltà assoluta. Se non parlate la sua lingua, non eseguite i suoi rituali, non recitate i suoi mantra e non seguite i suoi comandamenti, allora sarete censurati, banditi, inseriti nella lista nera, perseguitati e puniti”.

Di fronte a queste, e alle altre parole di un discorso storico, i grandi giornali mainstream, compresi quelli italiani, si sono fermati a titolare sull’uso o meno delle mascherine da parte Trump e dei convenuti (il classico occhio dello stupido che guarda non la luna ma il dito che la indica), e hanno parlato di un discorso “divisivo” mentre Trump è stato attento a includere nel pantheon americano anche illustri afroamericani come Jesse Owens, Louis Armstrong e (l’islamizzato) Cassius Clay, alias Mohammed Alì. I “fascisti di sinistra” vogliono “cancellare la cultura” ma noi non lo permetteremo, ha affermato Trump.

Ed è anche questo solo un apparente paradosso, uno dei tanti cortocircuiti con cui la cultura liberal si rende ridicola agli occhi della storia, cioè che a difenderla sia colui che viene fatto passare come un politico rozzo e ignorante.

Fonte: l’Occidentale

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