«Black Lives Matter non combatte il razzismo, ma la famiglia»

di Nico Spuntoni.

«Nel manifesto di Black Lives Matter c’è la promozione dell’ideologia gender e dell’agenda anti-famiglia» e sembra che la sua ideologia «voglia presentare tutti i bianchi come nemici dei neri e tutti i neri come nemici dei bianchi». Ma l’unico modo per combattere il razzismo è sapere che «ogni persona viene creata a immagine e somiglianza di Dio». Il cardinale Wilfrid Napier, tra i testimoni diretti della fine dell’apartheid in Sudafrica, affronta in un’intervista alla Bussola i temi più caldi del 2020, dalle contraddizioni di BLM (aborto compreso) all’assoluzione di Pell.

Il cardinal Wilfrid Fox Napier è un uomo che il razzismo lo ha subito, combattuto e sconfitto in prima persona. Vescovo nel Sudafrica dell’apartheid, nel 1988 ebbe il coraggio di sconsigliare una visita papale nella sua terra per rispetto dei neri di fede cattolica che avrebbero dovuto assistere alla scena del loro capo spirituale scortato da quelle stesse forze di sicurezza da cui venivano costretti a subire una “terribile repressione” quotidiana. Eppure, davanti alle proteste del movimento Black Lives Matter che stanno raggiungendo ogni angolo del mondo, il francescano a cui san Giovanni Paolo II diede la porpora 19 anni fa ha sollevato più di una perplessità. Cos’è che non convince il prelato che firmò l’Accordo nazionale di pace del 1991 destinato ad avviare il processo di normalizzazione del Sudafrica?

Napier lo ha spiegato in un’intervista alla Nuova Bussola sui temi principali di questo tribolato 2020.

Eminenza, lei è uno dei testimoni diretti della fine dell’apartheid in Sudafrica: trova delle affinità tra quell’esperienza e la campagna contro il razzismo portata avanti da Black Lives Matter?
Combattere il razzismo dell’apartheid significava combattere un sistema politico che poteva essere identificato, del quale era facile mostrare le circostanze in cui danneggiava le persone. Le rivendicazioni di Black Lives Matter, invece, sono così generiche che non sono sicuro di aver capito in che modo intenda combattere il razzismo. Dovrebbero cominciare ad indirizzare la protesta su aree tematiche specifiche in cui poter fare la differenza e cambiare le cose. A mio avviso, ad esempio, se si vuole sradicare il razzismo bisognerebbe partire dai comportamenti appresi e vissuti in famiglia e poi da lì estendere il cambiamento al resto della società. Però, quando sono andato a leggere il manifesto di BLM, mi sono reso conto che la loro missione non è solamente lo sradicamento del razzismo: ci ho trovato, infatti, obiettivi come la distruzione della famiglia nucleare in quanto imposizione occidentale. Ma non è vero che la famiglia nucleare è l’unico tipo di famiglia che esiste in Occidente. Nel manifesto, poi, c’è la promozione dell’ideologia gender e dell’agenda anti-famiglia. Queste, secondo me, sono le principali debolezze del BLM.

Durante alcune manifestazioni negli Stati Uniti ci sono stati episodi di vandalismi ai danni di statue sacre e di chiese. Stretti nella morsa tra il rifiuto di qualsiasi discriminazione razziale e la condanna (e la paura) per gli eccessi dei manifestanti, quale atteggiamento dovrebbero tenere i cattolici di fronte a queste proteste?
È difficile rispondere a questa domanda perché l’ideologia che le anima rischia di nascondere le finalità delle proteste. Sembra quasi che l’ideologia di BLM voglia presentare tutti i bianchi come nemici dei neri e tutti i neri come nemici dei bianchi in attesa di un grande confronto tra le due parti da cui chi ne uscirà vincitore avrà sconfitto il razzismo. Non la vedo una soluzione. L’unico modo per affrontare seriamente il problema razzismo è tornare alla Parola di Dio che definisce ciò che siamo. Ad esempio, nella Genesi si dice chiaramente che tutte le vite hanno uguale valore e ogni persona viene creata a immagine e somiglianza di Dio. La prima cosa che si deve tenere in considerazione di un’altra persona è questa. Quindi devo vedere Dio negli altri e comportarmi in modo tale che loro vedano Dio in me. Questa è la via per estirpare il razzismo dalla società.

Come giudica l’endorsement a BLM arrivato da Planned Parenthood, la più grande organizzazione abortista del mondo?
Questo è il motivo per cui ho scritto su Twitter che BLM è stato un buon movimento, ma non lo è più perché nel frattempo è stato dirottato da altre ideologie e da altri interessi. E la cultura dell’aborto è sicuramente uno di questi. Voler ridurre il numero di africani è certamente una manifestazione di razzismo. Così come destinare aiuti economici per i Paesi africani, condizionandoli però all’introduzione di legislazioni favorevoli all’unione tra persone dello stesso sesso, all’aborto e a materie simili. In questo modus operandi delle potenze internazionali c’è vero razzismo: stabilire condizioni per gli aiuti a un determinato gruppo di persone perché ritieni che esse siano troppe.

A proposito di legislazioni contestate: in Italia potrebbe essere approvata una legge che rischia di introdurre reati di opinione e in virtù della quale si potrebbe essere sanzionati se si dice, come ha fatto papa Francesco poco più di un anno fa, che “la famiglia è solo tra un uomo e una donna”. La Chiesa come deve affrontare queste sfide?
Dobbiamo lavorare molto duramente per convincere chi ci sta attorno che ci sono alcune cose nella natura umana che non decidiamo, ma che dobbiamo soltanto scoprire e capire. La sfida per noi resta quella di continuare ad insegnare la fede nel modo più chiaro e semplice possibile. Non dobbiamo aver paura di dire la verità. Io amo le parole di san Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura”. È una frase che usava spesso e penso che dovremmo adottarla come nostro motto nella vita. Se non crediamo che Gesù sia con noi, allora avremo paura. Ma se sappiamo che Gesù è con noi e ci crediamo, allora non avremo paura.

Lei ha evidenziato con un retweet la disparità di trattamento nelle regole dettate per contrastare il contagio da Coronavirus: blande per chi manifesta per il BLM, rigide per chi vuole andare in chiesa. Ci possiamo permettere di relegare l’aspetto spirituale della vita nella categoria del superfluo proprio durante una pandemia?
È l’immagine della cultura occidentale non più orientata verso Dio. Tutto si riduce a secolarismo e umanesimo, e il risultato è che gli altri valori non sono nemmeno presi in considerazione. Ho il sospetto che la maggior parte dei governi occidentali abbia agito pensando che la vita sia solo quella terrena, che non c’è nient’altro al di là di questo e abbiano sottovalutato gli interessi spirituali delle persone. In Sudafrica le chiese sono state chiuse dal 27 marzo e subito la gente ci ha chiesto di riaprirle. Come vescovo non voglio che la mia chiesa diventi un luogo in cui le persone vengono contagiate, quindi stiamo lasciando le nostre chiese chiuse fino a quando non sarà sicuro riaprirle. Nel frattempo, molte persone stanno acquisendo la consapevolezza che il non poter ricevere l’Eucaristia non è la fine della loro fede. Stiamo cercando di aiutarle e consolarle in questo, indirizzandole anche a far riferimento al Sinodo dell’Amazzonia dove sono emerse le storie di comunità che possono stare anche un anno senza Messa senza perdere la fede.

Quindi la soluzione per queste situazioni non è l’abolizione del celibato obbligatorio, come proposto da qualcuno durante i lavori del Sinodo?
No, non penso che questo risolverà il problema. Durante il cosiddetto lockdown noi sacerdoti siamo stati molto impegnati con Messe in streaming, incontri tramite Skype, Zoom e Whatsapp. E ciò che è abbastanza chiaro è che le altre realtà ecclesiali con pastori sposati sono gravemente a corto di personale come lo siamo noi con il nostro clero celibe. Anzi, il clero sposato ha anche più problemi in questo momento: questi pastori sono perfino più occupati perché non badano solo a sé stessi, ma anche alle loro famiglie.

In piena emergenza Coronavirus è arrivata anche la scarcerazione del cardinale George Pell, prosciolto dall’accusa infamante di abusi che gli è costata quasi due anni di ingiusta detenzione. Lei ha salutato la sentenza d’assoluzione con un inequivocabile “Deo gratias”…
Questo caso giudiziario non è stato un attacco soltanto a Pell, ma alla Chiesa cattolica in generale. Il cardinale era il bersaglio ideale perché in Australia aveva molti nemici per via della sua leadership battagliera ed energica. Lui, dove e quando serviva, sapeva difendere i diritti della Chiesa e sapeva far valere le proprie ragioni, senza scendere a compromessi. Quindi si è trovato contro persone a cui la sua rettitudine dava fastidio. Nel 2013 papa Francesco lo chiamò a Roma e gli assegnò il compito di prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia. Quindi Pell ricevette un incarico cruciale e lo svolse con grande entusiasmo e perseveranza. Prima abbiamo ricordato san Giovanni Paolo II e il suo appello a non aver paura; il cardinale ha sempre applicato alla lettera quelle parole. Sono convinto che le sue investigazioni abbiano messo in difficoltà alcune persone su cui stavano venendo fuori informazioni circa un coinvolgimento in diverse operazioni finanziarie. Questo penso sia stato uno dei motivi per cui Pell è stato screditato. Non ho capito pienamente in che modo siano entrate in gioco in questa storia le autorità australiane, ma c’è chi ritiene che possa esistere una connessione tra la vicenda giudiziaria subita in patria e la scontentezza di chi, in Vaticano e in Europa, non apprezzava il suo lavoro. Quelle indagini rivelavano le operazioni che stavano attraversando la banca vaticana, ma anche gli altri dicasteri del Vaticano.

Pell è sempre stato disponibile con gli inquirenti.
Sì, quando la Royal Commission d’Australia chiese di ascoltarlo, lui accettò di buon grado l’interrogatorio a Roma, pur potendo rifiutarsi. In quell’occasione, il cardinale parlò molto apertamente agli inquirenti australiani, rispondendo a nome di tutta la Chiesa australiana, mentre nulla gli venne contestato in merito alla condotta personale. All’improvviso, però, ricevette questa convocazione in Australia. Gli dissero: “Ci sono due persone che ti accusano di abusi”. I familiari di una delle due presunte vittime, nel frattempo scomparsa, testimoniarono che prima della morte loro figlio gli aveva confidato di non essere stato abusato. È per questo che sin dall’inizio c’è stato il grande sospetto che si trattasse di qualcosa di preparato per distruggere il cardinale. Non era un’indagine basata sul tentativo di ottenere giustizia per una vera vittima. Quando sono stato in Australia, ho celebrato la Messa nella cattedrale di Melbourne: da come conosco quel posto, non c’è alcuna possibilità che l’abuso possa aver avuto luogo alla fine di una celebrazione perché di domenica mattina sembra di stare in una stazione ferroviaria. Quindi è per questo che sono sempre stato sicuro della sua innocenza.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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