Trump vs aborto, una lezione per i nostri politici

di Tommaso Scandroglio.

Gli Stati Uniti firmano con riserva una dichiarazione delle Nazioni Unite in risposta al Covid, specificando che «non esiste alcun diritto internazionale all’aborto». È l’ennesimo punto dell’amministrazione Trump in difesa della vita nascente. I repubblicani hanno la lotta all’aborto nella loro agenda e anche per questo sono apprezzati dagli elettori non “giacobini”. Un esempio che la destra italiana dovrebbe far proprio.

Ennesimo punto a favore per l’amministrazione Trump in tema di difesa della vita nascente. Durante il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, l’amministrazione Trump ha criticato il segretario generale delle Nazioni Unite per aver promosso l’aborto usando pretestuosamente l’emergenza Covid. Più precisamente il governo a stelle e strisce ha condannato l’«uso ingiustificabile di una crisi per far avanzare un’agenda politica che non gode del consenso degli Stati membri, che è controversa e che è in contrasto con le politiche statunitensi».

Si tratta dell’ultimo capitolo di una relazione burrascosa tra Usa e Onu in materia di aborto. In tempi recenti il primo capitolo lo scrisse il responsabile dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti, John Barsa, che, in una lettera indirizzata al segretario generale dell’Onu, lo rimproverò per aver finanziato l’aborto durante l’epidemia vendendolo come «servizio essenziale» per la salute delle donne. Infatti, nei servizi finanziati per rispondere all’emergenza in corso, rientranti nel «Piano di risposta umanitaria globale delle Nazioni Unite», figura anche l’aborto.

Successivamente gli Usa hanno bloccato una risoluzione che avrebbe qualificato «la salute sessuale e riproduttiva», ossia l’aborto, come «bisogno umanitario di base». Inoltre, l’amministrazione Trump rese noto in quell’occasione che rifiutava l’espressione «salute sessuale e riproduttiva» perché locuzione perlomeno ambigua.

Al posto di questa controversa risoluzione, si è allora preferito ripiegare su una dichiarazione diplomatica, che non ha efficacia giuridica, intitolata “Una chiamata all’azione a sostegno della risposta umanitaria nella lotta contro la pandemia di Covid-19”, dichiarazione proposta dall’ambasciatore marocchino Omar Hilale e firmata dagli Usa. Tale firma però è stata apposta non in modo incondizionato, ma con riserva: «Mentre sosteniamo gli sforzi per sostenere e finanziare una risposta internazionale unificata – appunta il governo degli Usa – rimaniamo preoccupati da alcuni aspetti del Piano di risposta umanitaria globale del Segretario generale».

Tale specifica si è resa necessaria perché nella dichiarazione si invitavano gli Stati membri a «considerare con urgenza il finanziamento del Piano di risposta umanitaria globale per soddisfare i suoi requisiti» e tali finanziamenti, lo ricordiamo, sono destinati anche a favorire le pratiche abortive. Infatti, su questo aspetto l’amministrazione Trump ha voluto specificare che «non esiste alcun diritto internazionale all’aborto, né vi è alcun obbligo da parte degli Stati di finanziare o facilitare l’aborto». Aggiungendo poi che «gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare chi è nel bisogno, ma non comprometteranno i propri valori, le proprie leggi e politiche di fronte a una crisi».

Una riflessione tra le molte. Tutti colgono la distanza siderale che esiste, sulla tematica aborto, tra classe politica repubblicana vicina a Trump e classe politica destrorsa italiana. Oltreoceano ci si batte a viso aperto contro l’aborto: chiamando le cose con il loro nome e non arrischiandosi in pericolosi equilibrismi sul tema della salute delle donne, togliendo fondi alle organizzazioni abortive, bloccando risoluzioni, marciando pubblicamente a favore della vita. Qui da noi, se va bene, si dà un colpo al cerchio e una alla botte. Si partecipa al Congresso di Verona e contemporaneamente si dice che la 194 non verrà toccata. A questo proposito è sintomatico dei tempi presenti che il politico che viene dipinto dai media come cattolico integralista affermi che la 194 debba essere applicata integralmente: due “integrità” impossibili da conciliare.

Inoltre, la difesa della vita nascente, da parte dei partiti di destra, non è mai entrata formalmente nell’agenda politica: non diciamo nell’agenda di governo, ma perlomeno nel programma elettorale (sappiamo tutti che il programma elettorale non corrisponde al piano di governo). Se appoggi ne vengono, sono solo a spot, quando serve, quando l’attualità tira per la giacchetta, quando ovviamente conviene.

E sulla convenienza vogliamo soffermarci un poco. I nostri politici, anche quelli che privatamente sono più sensibili al tema dell’aborto, in genere non sono adeguatamente formati su questa materia, come, in modo più esteso, sui temi di bioetica. Il loro giudizio personale, quando ben orientato, è perlopiù dettato da vaghe intuizioni. Dunque, se si vuole portare a casa un risultato pratico in tempi ragionevoli, non serve intavolare con costoro discorsi sui massimi sistemi perché sarebbe come tentare di suonare un tasto muto del pianoforte. Occorre invece suonare i tasti giusti, giusti per loro, magari non quelli decisivi dal punto di vista morale (il nascituro è un essere umano, quindi non è lecito ucciderlo), però quelli decisivi dal punto di vista politico, quelli maggiormente motivanti per costoro. E un tasto decisivo è il seguente: la difesa dei principi non negoziabili conquista voti, non fa perdere le elezioni ma contribuisce a vincerle.

Negli Usa – al di là del fatto che, a differenza dell’Italia, c’è una maggior sensibilità pro life dei politici – hanno compreso che la difesa della vita, della famiglia, della religione, della libera educazione, paga in termini elettorali perché i cittadini, pur immersi in una cultura fortemente progressista, non sono tutti giacobini pronti a spazzar via un portato culturale fatto di tradizioni e valori condivisi, ma una buona fetta di costoro ha a cuore la vita nascente e quella morente, l’educazione dei figli fondata su principi sani, una vita ispirata a valori religiosi. Trump ha intercettato le esigenze di questo esteso sottobosco sociale. Quando avverrà anche qui da noi in Italia?

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!
    News dalla rete
    • Legge Zan omofobia: ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere

      di Carlo Giovanardi. Tanto è già stato scritto e detto sull’art.1 della proposta di legge Zan sull’omofobia, oscurantista e liberticida, che colpisce penalmente chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, senza naturalmente spiegare quali sarebbero le fattispecie incriminabili, come la Conferenza Episcopale Italiana ha giustamente sottolineato. Leggi il seguito…

    • Se è di moda inginocchiarsi (ma non in chiesa)

      di Stefano Fontana. Dai parlamentari ai piloti di Formula 1, fino agli atleti negli stadi. Mentre il mondo si inginocchia allo slogan “Black Lives Matter”, in molte chiese si vieta di inginocchiarsi davanti a Dio. E non c’entra solo il Covid. Inginocchiarsi ha un significato religioso e l’attuale moda ha tratti ideologici. Come diceva Benedetto XVI, chi rifiuta Dio finisce per credere negli idoli. Leggi il seguito…

    • Quattro ragioni per cacciare Conte

      di Marcello Veneziani. Ma perché ce l’avete così tanto con Conte, dopotutto non è di sinistra, ha garbo, un po’ di studi, piace alla gente e poi è pugliese come lei, mi scrive una signora conterronea, madre di tre bambini (complimenti per la triplice maternità se non è reato con la nuova legge anti-transomofobia). Gentile Signora, non ho nulla di personale contro Conte, non ho rancori di alcun tipo, rivalse di campanile o tifoserie di contrada politica. L’unica volta che lo incontrai in un comitato di studiosi fu garbato e garbatamente inconcludente; il tema era valorizzare l’italianità con gli anniversari storici e ovviamente non si fece niente. Nulla di personale; del resto è il Nulla fatto persona. Leggi il seguito…

    • Anche il Mes si tinge di arcobaleno e strizza l’occhio alla teoria del Gender

      di Giuseppe Pica. Non solo le istituzioni europee nel loro complesso hanno sposato al 100% le cause liberal, ora non si ha problema a far riferimento anche ad elementi economici per giustificare l’adesione alle battaglie che riguardano le teorie “gender”. Se fino a ieri quindi il MES aveva come nemici tutti coloro i quali lo consideravano il simbolo più punitivo dell’UE dal punto di vista economico, c’è da scommettere che d’ora in poi anche nel mondo cattolico e moderato in pochi faranno la fila per difenderlo a spada tratta Leggi il seguito…