L’Oms non ne ha azzeccata una, ma dice che in autunno moriremo tutti. E intanto Trump…

di Claudia Passa.

Non ne hanno azzeccata una. A seguirne le indicazioni c’è da farsi venire la labirintite per quanto sono ondivaghe e contraddittorie. Hanno coperto la Cina e poi hanno finto di mondarsi con la fuoriuscita di dossier riservati contro Pechino. Hanno sconsigliato i tamponi e poi hanno raccomandato gli screening su vasta scala. Hanno spinto per il lockdown più estremo e poi hanno detto che il movimento fisico all’aria aperta rafforza il sistema immunitario. Ci hanno ossessionato con le mascherine e poi hanno avvertito che respirare l’anidride carbonica emessa dal proprio stesso fiato fa male. Hanno caldeggiato quarantene interminabili e poi hanno detto che dopo tre giorni senza sintomi si può uscire tranquillamente di casa.

Ma adesso l’OMS ha finalmente raggiunto le sue certezze: il virus “si sta comportando come avevamo ipotizzato” (sic!), “il paragone è con la spagnola che si comportò esattamente come il Covid: andò giù in estate e riprese ferocemente a settembre e ottobre, facendo 50 milioni di morti durante la seconda ondata”.

Se la previsione che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a sentire uno dei suoi massimi vertici, ritiene di aver indovinato sia quella dei giorni pari o quella dei giorni dispari, non è dato saperlo. E, francamente, se non ci fossero di mezzo un bel po’ di morti nella fase acuta dell’epidemia (che noi abbiamo già attraversato e in altri Paesi è ancora in corso), una crisi economica mondiale che in Italia rischia di essere devastante, un popolo soggiogato da una campagna tecnicamente “terroristica” che mira a ridurre al silenzio le voci contrarie che anche in campo scientifico si vanno facendo sempre più numerose, e probabilmente uno scontro geopolitico che ha come primo attore il regime di Pechino (ma non solo) e come obiettivo le elezioni presidenziali americane e lo scalpo di Donald Trump, ci sarebbe quasi da farsi una risata. Non perché l’argomento, per le ragioni appena elencate, non abbia una sua consistente dose di drammaticità. Ma perché sentir fare pronostici da qui a tre mesi da organismi che ancora non hanno deciso se i convalescenti di tre mesi fa fossero contagiosi o meno è a dir poco surreale.

La strabiliante sortita, del resto, ben si inserisce in un dibattito pubblico che in Italia somiglia ormai sempre più a un Truman Show. E’ dei giorni scorsi un breve ma significativo documento di dieci scienziati che, convergendo sulla linea sostenuta fra gli altri da Alberto Zangrillo e Giuseppe Remuzzi alla luce di evidenze scientifiche e osservazioni empiriche, ribadiscono che il virus è ormai clinicamente indebolito, al punto che dei tamponi positivi solo una minima parte corrisponde a soggetti davvero contagiati (non importa se sintomatici o meno) e soprattutto contagiosi. I numeri parlano chiaro, sicché, come rivelato oggi dal Corriere della Sera, su pressione di una parte degli esperti almeno nel report settimanale elaborato dal ministero della Sanità i risultati degli screening verranno distinti tra “pienamente positivi” e “debolmente positivi” – la stragrande maggioranza, secondo diversi studi – non in grado di contagiare nessuno.

Al netto di questa piccola vittoria, tuttavia, la situazione resta pesante. I medici in trincea la pensano perlopiù come Remuzzi, Zangrillo e compagnia, ma non vengono interpellati. E per tentare di sopraffare la voce autorevole dei dieci una nuova ondata di allarmismo è stata sparsa a piene mani sui mezzi di comunicazione di ogni ordine e grado. Il disvelamento di qualche nuovo focolaio (Mondragone, il deposito Bartolini di Bologna) sembrerebbe portare acqua al mulino del distanziamento a vita. Ma in realtà il partito di coloro che non sembrano rassegnarsi alla diminuzione della carica virale del Covid omette di porsi alcuni interrogativi determinanti.

Quanti di questi nuovi positivi sono pienamente positivi? Quanti sono sintomatici? Quanti sono ricoverati in ospedale? Quanti sono in terapia intensiva? Senza conoscere questi dati qualsiasi ragionamento è scritto sulla sabbia. Anzi, se la risposta a queste domande dovesse essere rassicurante, l’andamento dei nuovi cluster darebbe paradossalmente ragione a chi, in campo scientifico, continua a cercare contro venti e maree di rassicurare i cittadini italiani e invitarli a ricominciare a vivere per evitare il tracollo socio-economico del Paese.

Ribattere infatti, come fanno i virologi in voga nel partito allarmista, che “il virus è ancora fra noi”, è una ovvietà e soprattutto è un modo per sviare il discorso. Nessuno ha mai sostenuto che il virus sia scomparso o che non possano verificarsi in futuro nuove ondate: i virus restano in circolazione, ne esistono a miriadi e ogni anno milioni di persone contraggono comunissime malattie virali. Ma se la sua capacità di replicarsi è indebolita, se la sua offensività è fiaccata come tutte le evidenze suggeriscono, diventa ancora più assurdo trattare il Covid come fosse una peste bubbonica, immolare in suo nome milioni di malati di altre patologie anche gravi che hanno perso il diritto ad essere curati, condannare un Paese alla povertà, all’alienazione e alla rivolta sociale.

Il senso di straniamento aumenta se si pone l’attenzione all’ossessività con la quale il mainstream si concentra, con toni da Apocalisse, sul quadro epidemico degli Stati Uniti d’America e del Brasile. Tutto bene se in Cina ci si assembra per mangiare carne di cane in uno dei festival più luridi e ributtanti di cui si sia mai avuta notizia. Tutto bene se qui in Italia continuiamo a far sbarcare immigrati e a non controllare gli arrivi dagli Stati dove l’epidemia è ancora forte, esponendoci all’unico vero rischio oggi esistente e cioè quello di reimportare un virus ancora aggressivo da Paesi dove la fase acuta non è stata tuttora superata. Ma guai a Donald Trump e Jair Bolsonaro, sembra che il coronavirus lo abbiano diffuso loro.

In Italia, certo, abbiamo la peculiarità del governo peggiore della storia della Repubblica nel momento peggiore della storia della Repubblica, con una classe dirigente tecnica e politica per la quale questo stato di terrore e soggiogazione è l’unica vera assicurazione sulla vita. Ma la sensazione è che, anche senza arrivare a ipotizzare un innesco intenzionale della pandemia, su questa vicenda si sia quantomeno innestata una partita geopolitica che vede la sconfitta di Donald Trump come obiettivo vitale per un vasto schieramento che va dalla Cina a qualche miliardario americano molto attivo sul fronte Covid, con organismi come l’OMS (a stretto controllo cinese) ancillari a questo disegno.

Miserie italiche a parte, e senza cedimento alcuno a complottismi di ogni natura, c’è qualcosa di grosso e di impalpabile che ancora ci sfugge ma di cui si intuisce il lineamento. La percezione è che sia in corso il match della vita dal quale dipende, nella figura di un estroso tycoon dalla zazzera rossa – un “accidente della storia” per l’establishment anti-cristiano -, il futuro dell’Occidente. E’ l’ultimo miglio, e ci è capitato il Covid (cinese) di mezzo. Nessuna spectre, ma nel nostro piccolo non facciamoci fregare.

Fonte: l’Occidentale

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