La Chiesa spagnola è stata la costruttrice della civiltà latinoamericana.

Dialogo tra Padre Javier Olivera Ravasi e lo storico Patricio Lons 26 ottobre 2019

Patricio. – Bene, siamo qui con Padre Javier Olivera Ravasi, avvocato, dottore in filosofia, storia e scienze giuridiche. Lo conosciamo tutti per le sue apparizioni sulle reti sociali, per le sue numerose conferenze, eccetera. Noi l’abbiamo invitato a partecipare alla “Settimana della Hispanidad” perché, per le sue caratteristiche, era indispensabile per noi averlo qui.

Buon giorno padre! E grazie per aver accolto l’invito per questa iniziativa. Il punto che vorremmo trattare con lei è: “La Chiesa spagnola quale costruttrice della civilizzazione in America”. Questo è il tema. Vorremmo sapere perché l’ethos di fondazione dell’America è la Spagna. Come questo bagaglio culturale e religioso ha potuto impiantarsi nell’America Latina, nonostante due resistenze: quella contro il mondo luterano e lo sviluppo e l’estensione nel mondo americano.

P. Javier. – Prima di tutto grazie per l’invito. Per cominciare vorrei raccontare un aneddoto che le avevo raccontato per telefono mentre ci accordavamo per questo incontro. Stavo per arrivare all’Università Cattolica di Cochabamba, in Bolivia, e approfitto per raccontarvi cosa mi accadde lì. Bene, ero nella città di Cochabamba che è molto simile a una città coloniale, più o meno come la città argentina di Salta. Verso sera, mentre stavo viaggiando su un’auto, sento entrare dal finestrino un odore un po’ strano. Sembrava quello dell’incenso. A coloro che erano in macchina con me dissi che pensavo fosse l’incenso sparso in onore alla festività del Sacro Cuore. Ma gli amici boliviani mi dissero: “No, no, queste son “las cohas”. Essendo argentino e non sapendo cosa fossero las cohas, chiesi a loro una spiegazione. Loro mi risposero dicendo che si tratta di sacrifici che si fanno per gli dei, ai falsi dei precolombiani, bruciando visceri di animali. A quel punto la mia considerazione era obbligata: “Dev’esser gente non cattolica”. “No – mi dissero – padre, questi sono cattolici. Purtroppo sono talmente confusi da ritornare a quegli antichi riti. Tutto questo deriva dalla imposizione dell’ideologia dell’indigenismo marxista diffusa dal presidente Evo Morales.

Così succede che un popolo cattolico, figlio della cultura spagnola, torna all’incultura o alla poca cultura dei popoli precolombiani. (Questa affermazione di p. Javier è molto controcorrente e pericolosa, perché oggi non si può più dire che una cultura è migliore di un’altra. Ndt). Così succede – prosegue P. Javier – che quanto più uno si allontana da ciò che la Spagna ci ha portato, o meglio, ciò che la Chiesa ci ha portato per mezzo della Spagna, tanto più ci si avvicina a quell’incultura preispanica. Così che dal naturale si scende all’antinaturale. Questo è un tema interessante da riflettere e da discutere. Non siamo usciti dal mondo cristiano verso un mondo aristotelico, platonico o ciceroniano, ma abbiamo fatto un passo in più dal momento che Cristo ha diviso in due la storia. Quindi, non è che il nostro paese si è convertito in un antico Impero Romano, che sarebbe stato il male minore, ma ha abbandonato Cristo, e Cristo, essendo un cavaliere, quando lo si abbandona, si ritira.

Sappiamo che i popoli precolombiani non avevano un sistema di scrittura, e la Chiesa ha dato loro questa possibilità. E, attraverso la scrittura, la Chiesa ha permesso di conservare la cultura precolombiana.

Patricio. – Certo, perché alcune delle grammatiche aborigene si sono dimostrate più antiche di alcune grammatiche europee grazie al lavoro dei missionari. Abbiamo, per esempio, la grammatica di Antonio Nebrija, che era la grammatica Nahuatl, mentre quella inglese, francese e, credo, tedesca, sono state scritte posteriormente.

Oggi è il 26 ottobre e siamo in pieno Sinodo dell’Amazzonia – UN VERO CAOS NELLA CHIESA – che sto seguendo, mi sono messo a leggere uno scritto di padre José Ancheta, un sacerdote missionario in Brasile, un sacerdote che per quasi 24 ore di seguito ha battezzato circa 5milioni di indios. E San José Ancheta, come tanti altri, sono stati i primi artefici della nostra terra. Da essi ci vengono le prime grammatiche guaranitiche, fino alla stessa Spagna che fu quella che conservò le lingue originali, le lingue indigene.

L’opera della spagna non è stata solo quella di portarci la cosa principale, che è la fede, ma è stata anche quella di conservare le antiche tradizioni precedenti la venuta dell’uomo bianco. Ora invece ci si vergogna di tutto ciò, ci si vergogna di essere figli della Spagna. (Beh, questo aspetto si accorda perfettamente con “l’odio di sé e della propria storia”, che si è sviluppato in Occidente, frutto di una predicazione menzognera propagata dalle logge massoniche, nemiche della Chiesa e persino da tanti nemici interni alla Chiesa stessa. Ndt).

Qualche tempo fa hanno fatto una intervista a un suo confratello huilice, un cileno. Nel sud del Cile si sviluppò un’architettura interessante, molto bella, costruita principalmente in legno. Bene, questo sacerdote diceva di provenire da tre nazionalità: la cilena che è quella del mio Stato, la huiliche, che è quella del mio sangue, e la spagnola, che è la mia cultura e la mia religione. Sono un sacerdote della chiesa spagnola. Questo sacerdote proveniva dalla zona di Chiloé. Ricordo quando dall’arcipelago di Chiloé protestavano contro il governo di Santiago del Cile, come qui si protesta per la co-partecipazione impositiva, eccetera. Loro portano sia la bandiera spagnola che quella di borgogna. E quelli che la portano sono persone che hanno sangue aborigeno. Tutto ciò dimostra quanto sia stato importante l’apporto della fede. Senza di essa tutto si sarebbe diluito.

P. Javier. – Ho avuto occasione di passare nella zona di Chiloé e di vedere un posto meraviglioso. Tornando al tema, mi vien da dire che quando uno dice che bisogna perdere l’eredità spagnola, vuol dire che dobbiamo smettere di essere cristiani, di lasciare l’eredità spagnola, non come appartenenti a un regno o a un gruppo etnico, ma che perdiamo l’eredità principale che abbiamo ricevuto, e cioè la fede, la fede cattolica, che è la nostra base culturale. Quindi l’attacco permanente alla evangelizzazione dell’America, alla conquista, ai grandi uomini con i loro difetti, come sempre, ma anche con la loro grandezza. Questo ci ricorda quanto scrisse Sant Agostino nella sua “Città di Dio”, e quindi l’attacco rivolto proprio a quella città.

Patricio. – Lei lo sa che la storia di Pocahontas è una storia rubata? P. Javier. – “Non lo sapevo”.  Patricio. – Risulta che al governatore di Cuba avevano mandata Panfilo di Narvais nella zona a sud degli Stati uniti. Questo signore si comporta piuttosto male, finendo con un confronto con gli indios. Però Panfilo de Narvais scappa e non torna a Cuba. Allora il governatore manda un’altra missione al comando di un giovane ufficiale di appena 18 anni, chiamato Juán Ortiz. Egli è incaricato di andare a prendere Panfilo de Narvais. Ma quando gli indios lo vedono, dicono: “Ancora un uomo bianco…”. Lo attaccano, lo uccidono. E questo giovane, con Ortiz, lo catturano e vogliono bruciarlo. In questa circostanza Juán Ortiz incrocia lo sguardo con la figlia del cacicco. Lei si innamora e chiede alla madre di esser lasciata libera. Lei si diede da fare per curare Juán.

Passano 10 anni e il governatore manda un’altra missione per vedere cosa era successo alle due precedenti spedizioni. Questa missione a un certo punto incontra degli indios. Allora si preparano a caricare i loro moschetti. In quel momento gli indios gridano in un andaluso perfetto: “Non sparateci, siamo cristiani!”. Insomma questo Juán Ortiz in 10 anni li aveva educati a leggere e scrivere, aveva insegnato loro lo spagnolo e li aveva evangelizzati. Immaginate quanto grande sia stata la sua forza e il suo desiderio di evangelizzare e di cambiare la vita di moltissima gente! Ed era un ragazzo di 18 anni! Poi egli ritorna in Spagna e scrive la sua storia d’amore con questa india. Poi John Smith compra il libro in Spagna, l’anno seguente lo traduce in inglese e inventa il nome di Pocahontas, che però è un nome che viene dagli aborigeni del nord America, precisamente del Canada. Come vede, questa storia ci è stata rubata.

Purtroppo vedo che noi, abbandonando questa civilizzazione, subiamo un degrado. E d’altra parte i giovani che vengono con la voglia di riscattare il nostro continente, sono ragazzi che si stanno abbeverando a questa civiltà.

P. Javier. – Si, perché questi sono gli archetipi che hanno inciso nelle nostre menti. Io ho sempre avuto un grande interesse per la lettura della vita dei grandi missionari che sono venuti ad evangelizzare. Quando ero ragazzo pensavo che i francescani, i mercedari, i gesuiti, i domenicani che sono venuti nelle nostre terre fossero i peggiori, gli scarti dei vari ordini che in Europa non servivano a molto. “Dato che si andava ad evangelizzare popoli selvaggi – si saranno chiesti -, chi mandiamo?”. “Mandiamo i meno preparati…”. Eh, no, non è andata così! Se uno va a studiare la storia dell’evangelizzazione dell’America si rende conto di come le cose fossero differenti.

Qui in Argentina – per esempio -, Padre Mascardi o Domenico Zippoli per quanto riguarda la musica, erano persone speciali. Sapevano fare di tutto. Basta che uno si studi com’era la vita nelle Reducciones dei Gesuiti. I missionari dovevano essere medici, architetti, astronomi, cartografi, letterati, storici, geografi. Per questo possiamo dire che la Spagna esportò ciò che di meglio aveva preparato. Per questo possiamo dire che la Spagna ha dato il suo sangue per questa impresa di promozione umana e di evangelizzazione. Ma nonostante ciò era fonte di invidia perché il suo impero si era tanto ingrandito. Ma era diventata tanto grande perché doveva dare il suo sangue a questa terra. È un po’ come il pellicano quando usa il suo becco per dare il cibo ai suoi figli, che rappresenta la figura di Gesù Cristo.

Patricio. – Rauca Varela, una mia amica e docente di storia, che stava studiando l’apporto della civiltà cristiana all’America Latina, ha detto che “si è composta più musica barocca in America che in Europa. Perché in realtà l’apporto musicale e artistico dell’America spagnola è superiore a quello prodotto in Spagna. Era un momento in cui la spagna costruiva più università qui che sul suo territorio.

P. Javier. – La cosa che dobbiamo capire è che le terre conquistate erano considerate come terra spagnola, e non come colonie. Una persona si sentiva spagnola a Toledo, come a Buenos Aires o a Madrid, o a Santiago. Queste sono cose che ci hanno rubato e che abbiamo abbandonato.

Patricio. – Qualche tempo fa l’ambasciatore argentino in Spagna ha detto: “Qualcuno dice che il generale Sanmartín era spagnolo, ma in realtà nel 1778 Chapechú era tanto Spagna quanto Andalusia o Estremadura. Nei giorni scorsi ho visto un documentario in cui veniva mostrato il caso di una comunità cattolica Jimal, che si trova in Alaska. Bene, le sue caratteristiche erano quelle della cultura russa, ma allo stesso tempo della Chiesa cattolica. Bene, si decise di celebrare un matrimonio, ma doveva esser celebrato in forma sincretistica in cui alla cerimonia cattolica venivano aggiunte usanze assolutamente pagane. Ma quella che si lamentava e si opponeva era la nonna dello sposo che diceva: “Noi siamo cattolici, e tutto ciò non fa che riportarci al paganesimo e al cannibalismo”.  Come sappiamo, infatti, gli esquimesi praticavano il cannibalismo. Per questo la povera vecchietta dimostrava tutta la sua contrarietà, perché lei, attraverso la tradizione orale, ricordava perfettamente ciò che le raccontavano i suoi antenati. Però vedendo che suo nipote, influenzato dai mezzi di comunicazione, voleva tornare alle tradizioni primordiali, lei sentiva in cuore che in realtà tornava al vuoto antinaturale.

P. Javier. – Come possiamo comprendere si tratta di una stupidità e di una mancanza di rispetto all’intelligenza. Dire che queste tradizioni primordiali erano buone, vuol dire perdere il significato di ciò che è bene e male. Non tutte le culture sono uguali, non tutte le religioni sono uguali. Ci sono di quelle che sono superiori e altre che sono inferiori. (Questo però, nella moderna cultura relativista, non si può dire, perché è discriminatorio. Ma io dico che questo è discriminatorio prima di tutto per la verità oggettiva, e non per quella ideologica! Ndt). Infatti – prosegue P. Javier –, abbiamo paura ad affermarlo pubblicamente. Io mi scandalizzo nel vedere che c’è gente che si scandalizza nel sentire queste affermazioni.

Un fatto che mi è successo proprio nell’Università di Cochabamba mi serve da esempio. In una lezione in cui parlavo delle civiltà precolombiane citai “il diritto del padre di sverginare sua figlia prima che essa contraesse matrimonio con un altro aborigeno”. Stavo quindi parlando di culture precolombiane a partire dai fatti, però mi resi conto che gli indigenisti accettavano questo fatto. Ovviamente lo giustificavano dicendo che quelli erano i loro costumi e che bisogna capire il contesto e la loro cultura.

Al termine della conferenza mi si avvicina un sacerdote, mi porta in un angolo, (io ero preoccupato perché pensandolo un indigenista, mi chiedevo: “Chissà cosa mi dirà”. Invece mi dice: “Senta, quello che lei racconta non è storia, lei sta facendo cronaca, cronaca attuale”. Ma io non capivo cosa intendesse. Lui però aggiunse: “Ciò che lei racconta sta succedendo adesso”. “Come succede?”. E lui: “Sempre più, con questa propaganda dell’indigenismo e del ritorno alle antiche culture dei nostri antenati, i padri, in alcuni casi, soprattutto nelle famiglie più umili, pensano di avere il diritto di unirsi a sua figlia prima del matrimonio”. Davvero facevo fatica a crederlo! L’anno successivo, quando ritornai, gli chiesi nuovamente a riguardo di quel fatto, ed egli mi riconfermò che ancora succede. Per questo affermo, e vorrei essere ben inteso, che non c’è cultura più umana di quella cristiana, perché è una cultura che eleva l’uomo, non lo schiaccia, non distrugge la sua natura, ma la porta alla sua perfezione. Questo è ciò che è venuto ad insegnarci Gesù Cristo. Non possiamo perciò dire che queste relazioni incestuose – anche se fanno parte di antiche culture -, siano cose positive. Infatti ci sono dei missionari che ti dicono che alcuni di questi riti portano a possessioni diaboliche, per cui era necessario l’esorcismo, per poi poter battezzare il soggetto. Il fatto è che ci sono ancora persone che pensano che qui vi fosse il paradiso del “buen angelito” (del buon selvaggio).

Patricio. – Probabilmente si fraintendono le cose quando qualcuno ha pensato che si trattasse della religione dell’uomo bianco, ma in realtà non pensano al fatto che anche noi provenienti dall’Europa, più di duemila anni fa eravamo parte di popoli barbari e idolatri. Poi abbiamo abbandonato quei costumi per aderire al cristianesimo. Benedetto XVI ebbe a dire che l’uomo pagano dell’Europa era un uomo diverso, e che se togliamo all’Europa le sue cattedrali e tutta la storia della Chiesa, lo convertiamo in un continente diverso, senza particolari meriti. La stessa cosa è valida per l’America, perché, assieme alla fede è arrivato tutto lo sviluppo di civiltà. Insomma, le tribù europee primigenie, senza l’apporto romano con i suoi acquedotti, le sue strade e il suo diritto, non si sarebbero sviluppate. Senza questi apporti di civiltà non c’è sviluppo. La gente che viveva accanto ai corsi d’acqua non faceva crescere lo sviluppo e non creava le città, non faceva aumentare la popolazione e non cresceva l’intelligenza.

La stessa cosa succedeva in America. I missionari hanno costruito acquedotti per trasportare l’acqua. Acqua che serviva anche per dissetare gli animali e per creare nuove forme di alimentazione. L’aborigeno americano non si nutriva di carne, e questo significava un minor apporto di calorie e di minerali. Senza questo apporto lo sviluppo della persona era deficiente. Da lì si è caduti nel cannibalismo per avere l’apporto di nutrimento che mancava. Purtroppo oggi, in queste società che si stanno paganizzando, si sta tornando a pensare di ingerire carne umana per ridurre il riscaldamento globale, sul quale non sappiamo quanto ci sia di verità e quanto di mito. Se ci sono scienziati anche in Europa favorevoli alla possibilità di nutrirsi di carne umana, è come se volessimo fare un salto indietro di oltre 2000 anni.

Padre, c’è una figura che attira la mia attenzione, ed è quella di Montezuma. Che ne è dei suoi discendenti? Quando c’è la prima rivolta in Messico uno dei primi sindaci di Città del Messico era un discendente dell’imperatore Montezuma, il quale si mette in difesa del re di Spagna. Però qualche tempo fa un professore dell’Università di Città del Messico, discendente dai Montezuma, parlando della tradizione azteca e della tradizione spagnola, ha detto che i suoi antichi predecessori avevano una barbara tradizione gastronomica. Nemmeno noi che discendiamo dalla vecchia Europa vorremmo ancora avere gli spettacoli gladiatori o altri barbari costumi che avevano i nostri antenati. Lo considereremmo un assoluto regresso.

Dobbiamo sapere che discendenti dei Montezuma sono stati viceré di Navarra e creatori della Guardia civile, dando lustro alla nobiltà e alla grandezza della Spagna. E non avevano alcun interesse di tornare alla precedente cultura. Per questo dico che, o noi torneremo alla nostra tradizione spagnola, o continueremo a sprofondarci in questo errore, che alla fine ci porterà alla disgregazione. (Possiamo notare quanto siano ben delineati i pericoli che possono minare sia la cultura europea che quella latinoamericana. Ndt).

P, Javier. – Io non sono un profeta, né figlio di un profeta, ma tu hai denunciato le cause. Per questo noi stiamo tentando di fare storia, di fare cultura. Guardando alla realtà, al momento pare che tutto porti alla disgregazione. Al momento non vedo il desiderio di riscoprire il meglio del nostro passato se non in piccole comunità o in alcune famiglie, o in qualche gruppo ben formato. Tu sai che gli interessanti temi che tu tratti interessano ancora a poche persone. Questo succede perché moltissima gente è disinformata, e crede solo a quello che passa la rete di Netflix, ma noi dobbiamo continuare a diffondere la verità storica nella consapevolezza che pian piano questa Parola porterà i suoi frutti, altrimenti ci aspetta la disgregazione.

Patricio. – C’è una frase che sintetizza un poco la nostra nazione Argentina, che è la lettera che il tenente Stevens ha scritto a suo padre prima di morire nella guerra delle Malvine. Per coloro che non sono argentini ricordo che nel 1982 c’è stata la guerra nel Sud Atlantico per la riconquista delle isole Malvine. E il Tenente Nestor Stevens, che muore nel combattimento, scrive una lettera a suo padre, che è possibile trovare cercando in google. In essa c’è una frase in cui egli unisce la bandiera argentina con la sapa de borgogna, quando dice: «Papà, grazie per avermi fatto argentino, cattolico e di sangue spagnolo». Credo che qui egli sintetizzi e veda una enorme differenza fra quell’Argentina per la quale muore, e l’Argentina di oggi. Tutto ciò mi fa pensare che anche il nostro paese possa disgregarsi mettendo in atto una nuova forma di organizzazione sociale, come una specie di feudi o una vita tribale cristiana separata, così la patria di ognuno e quella con cui si condivide la stessa civiltà. E in questi gruppi possono esserci persone con diverse bandiere di origine ma che si riferiscono alla stessa civilizzazione. Sento molto più vicini a me questi gruppi che buona parte dei nostri politici, la cui idea, pur assumendo i colori della nostra bandiera, non noti in essi l’attaccamento ai colori borbonici o a quelli di Carlo III, o dell’Immacolata Concezione. Questi sono usurpati da persone che non aderiscono ai valori fondanti di quella che fu l’America spagnola, che alla fine non è altro che un processo che ci viene dalla Magna cristianità.

Dal momento che l’invasione islamica aveva conquistato gran parte del territorio che apparteneva all’Impero Romano d’Oriente, la cristianità spagnola si lanciò verso l’ignoto Occidente per conquistare nuovi cuori e nuove anime. Grazie a queste conquiste spagnole si è passati perciò da un pianeta angusto a un pianeta XL, Extra Large, la cui cintura di unificazione è stata l’evangelizzazione. Una cintura che in questi tempi si vuole tagliare, specialmente in Argentina, dove vediamo che questi valori sono più debilitati e più attaccati soprattutto da coloro che sarebbero chiamati a difenderli. Tutto ciò ci dà molta tristezza, anche se vediamo con gioia che ci sono molti sacerdoti e laici che cercano di mantenere la nostra civiltà.

Padre, un ultimo messaggio per tutti gli amici di lingua spagnola, perché questo video può essere visto da 200milioni di compatrioti che parlano la nostra lingua.

P. Javier. – Vorrei dire che, non solo si tenta di attaccare la fede cattolica attraverso i mezzi culturali, ma in molti altri modi. Non si dubita della propria fede solamente perché viene attaccato il dogma della Immacolata Concezione, dell’esistenza di Dio, o per il fatto che esiste il male nel mondo uno non può credere nel Dio misericordioso, che ama. Questo è uno dei modi con cui viene attaccata la nostra fede cristiana. Ci sono, secondo quanto dice la filosofia, quelli che si chiamano “preambula fidei”, i preamboli della fede. E la storia, il nostro guardare al passato, come scienza e disciplina, fa parte dei preamboli della fede. Perché? Perché se ci dicono che nostra madre era una cattiva donna e nostro padre un ladro e la nonna era una ubriacona, uno comincia poco a poco a dubitare, perché vengono minati i pilastri su cui si fonda la nostra storia personale.

E quando ci attaccano sulla nostra storia, sulla storia della Chiesa o su quella della Spagna, questo fa sì che pian piano finiamo col dubitare della nostra fede. Per questo è necessario, direi indispensabile, tornare a un aspetto che abbiamo trascurato, che è l’apologetica. Non so quanti latinoamericani hanno l’idea di che cosa voglia dire apologetica. Apologetica significa difesa. Difesa di fronte agli attacchi. E nell’ambito dell’apologetica c’è anche l’apologetica storica, cioè saper difendere la propria fede a partire dalla storia. Saper rispondere in nodo documentato, quando all’Università o nella scuola mi dicono che i missionari venuti qui erano tutti gente barbara e incolta, che non sapeva né leggere né scrivere, che uccideva la gente, eccetera.  Ci offendono anche quando ci parlano in maniera ideologica della inquisizione, che faceva massacri, che torturava coloro che pensavano in maniera diversa. Certo che c’è il rischio che uno perda la fede quando gli vien detto che qui in America furono uccisi tutti gli indios e che furono stuprate molte donne, che fu commesso un genocidio. Certo che uno finisce col dubitare, se non ha la possibilità di conoscere la verità. Insomma, uno può mettere a rischio o perdere la sua fede, vedendosi attaccato nella sua propria storia. Da qui la necessità di avere una buona formazione per avere, come dice San Paolo, una fede a tutta prova. Oggi fortunatamente abbiamo molti mezzi per aumentare la nostra conoscenza e rafforzare la nostra capacità apologetica. Senza una vera conoscenza della storia, anche la nostra difesa della fede sarà più debole.

Patricio. – La ringrazio moltissimo, sperando che sia più chiaro per coloro che ci hanno ascoltato e che mi chiedono le vie e le letture adatte per poter guardare al nostro passato per quello che è, senza per questo aver nostalgie per il passato impero. Il passato non ritorna e non ritornano i passati imperi. Ciò che penso e credo è che per fare un buon argentino, un buon cileno, un buon colombiano o un buon messicano, dobbiamo riscoprire quali furono le basi su cui si fondò la nostra civilizzazione. Così facendo, su quelle basi potremo costruire un futuro diverso e migliore. I popoli non rimproverano il loro passato. Per esempio, non è che i francesi, gli inglesi, i tedeschi, lancino accuse all’Italia per essere stati parte dell’Impero Romano, ma sono grati al fatto che nelle loro lingue è contenuta parte della lingua latina, e che, grazie all’Impero Romano furono civilizzati, poterono organizzarsi come popoli e poi come stati, raggiungendo la consapevolezza che solo in questo modo l’essere umano può svilupparsi al meglio.

Il Governo italiano non riceve alcuna lamentela né dalla Repubblica Federale Tedesca, né dalla Corona inglese e nemmeno da quella spagnola per esser stati parte dell’Impero Romano. Certo, anche in quei tempi ci fu gente che soffrì, ma, nonostante quelle sofferenze, possiamo dire che si è passati dall’oscurità della barbarie alla civiltà, passando da un impero in principio pagano e idolatra e in un secondo tempo cristiano. Dopo la caduta dell’Impero romano i benedettini salvarono tutte le migliori conoscenze del passato, e l’Europa cominciò a rifiorire e con Carlo Magno si rafforzò. Così è la storia.

Anche per noi è stato così. Se sapessimo di avere un passato comune, una lingua e una religione che ci accomunano, ci convertiremmo in 700milioni di fratelli, e tutto ciò ci renderebbe imbattibili e capaci di affrontare le difficoltà del XXI secolo. La storia non torna indietro, ma quello che possiamo imparare dal passato ci dovrebbe aiutare a potenziare quegli elementi che servono per creare una nuova civiltà forte spiritualmente e sviluppata. Se saremo forti spiritualmente potremo affrontare le difficoltà spirituali e materiali. Nel caso contrario andremmo verso la disgregazione, dividendoci in piccole tribù con persone isolate.

La ringrazio, padre, le chiedo la sua benedizione.

P. Javier. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=U2tnlLDTy28&feature=youtu.be

Traduzione di Claudio Forti

(Quanto ha ragione la storica Angela Pellicciari nel dare come sottotitolo al suo libro La gnosi al potere: “Perché la storia sembra una congiura contro la verità”. Beh, la risposta del traduttore può essere questa: “Poiché il dogma della ‘dittatura del relativismo” è la non esistenza di una verità, se non quella della cultura dominante, ecco che essa, con una martellante propaganda, è riuscita a convincere milioni di persone – cattolici compresi -, che la sua era la verità da credere. Passiamo ora alla traduzione del colloquio. Ndt).

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