Non siamo martiri, ma dobbiamo prepararci a diventarlo

di Marco Begato

Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

L’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, nel video-messaggio diffuso il 27 aprile 2020 ha ricordato a noi cristiani e a tutti gli italiani la testimonianza dei martiri di Abitene, dicendo “noi non siamo martiri, però dobbiamo ripetere anche noi [le parole dei martiri]”. Io oggi vorrei introdurre la mia riflessione modulando la dichiarazione del pastore “noi non siamo martiri, però dobbiamo prepararci a diventarlo”.

È cosa possibile? Una riflessione sul martirio, un elogio del medesimo, una condivisione su quel che il martirio rappresenta e su come prepararvisi, è tema ancora interessante per i cristiani e i cattolici di oggi? Anche per i cattolici italiani?

Se la risposta è positiva, posso procedere con le mie considerazioni.

Esse si pongono in continuità coi miei ultimi contributi per l’Osservatorio e più direttamente con la meditazione filosofica dedicata al mistero della morte, in dialogo col padre Marie-Dominique Goutierre. Allora ci eravamo congedati avendo tra mano i frutti di una speculazione meramente razionale e i sentimenti di speranzosità con cui la sola ragione riesce a guardare all’avvicinarsi della morte, quasi sentimenti di amicizia.

Ora vorrei tentare con voi il passo successivo, quello che ci spinge dall’orizzonte filosofico alla comprensione nella fede. Mi sono chiesto se leggere il mistero della morte in ottica di fede significasse semplicemente portare il contributo biblico-teologico che annuncia la Risurrezione di Cristo e le relative promesse che ne vengono sulla nostra vita. Questa sarebbe certamente una tematica di grande valore, tanto più nel Tempo di Pasqua che stiamo attraversando. Ho però ritenuto che il mio intervento odierno dovesse rivolgersi ad altro tema e affrontare la grande affidabilità della risurrezione attraverso la meditazione attorno a uno dei suoi frutti più belli e affascinanti: il martirio.

Oggi di martirio non si parla molto. Si parla invero dei molti martiri che continuano a fiorire in alcune regioni del mondo, dalla Cina al Medioriente a vaste aree dell’Africa. Si parla delle manifestazioni cristianofobe nei Paesi occidentali. Non si parla però di martirio – a quanto mi risulta – come ideale di vita. Il desiderio di martirio è tema abbandonato in alcune agiografie di vecchio conio.

Al contrario vorrei sostenere che ripristinare una pedagogia del martirio e al martirio potrebbe essere via di rinvigorimento della fede cattolica. Abbiamo già trattato dell’adombramento della Salus spirituale a tutto vantaggio del mito salutistico e tecnocratico: un’ottica di martirio darebbe nuovo respiro alla questione e forse ci guiderebbe a leggerla in modo finalmente completo e pieno. Il martire testimonia con la propria vita che la Salus può ben valere la messa in forse della salus.

Ecco i punti che affronterò. Preliminarmente mi dedicherò a un approfondimento sul senso cristiano del morire, alla luce di uno scritto del PP. Paolo VI. Ad esso farò seguire un confronto con la prospettiva gnostica nel tentativo di mettere in guardia fedeli e Pastori dal rischio di confondere i valori ‘ribaltati’ dello gnosticismo cristiano coi veri valori della nostra fede. La lettura gnostica del martirio presentata da Martin Scorsese ci gioverà in tale sforzo. Infine darò qualche spazio a una riflessione di Paul Ricoeur sul valore della attestazione, quale difesa della verità nel nostro tempo diviso tra post-verità e scientismo.

Entrando nel cuore del discorso offrirò l’elenco di alcuni caratteri che descrivono il martirio, senza pretesa di completezza o sistematicità. Valuterò il ruolo costitutivo del martirio nell’annuncio del Vangelo attraverso i secoli. Infine lancerò un appello alle coscienze dei fedeli.

Riconosco una certa immaturità nel lungo scritto che segue. D’altro canto ho faticato a trovare spunti e sostegno  in qualche tesi che andasse nella direzione da me scelta: riportare il martirio tra le priorità della formazione cristiana per poter affrontare in modo autenticamente religioso, e non meramente politico o burocratico, le sfide che ci attendono nel futuro prossimo. Del resto, come dichiaro nella conclusione, lungi da me e da chiunque pretendere di definire apriori le condizioni del martirio e spingervi alcuno: il martirio ha e mantiene la forma di un appello che raggiunge in modo individuale, per la mediazione della Grazia, la coscienza retta e ben formata dei singoli fedeli e a loro personalmente suggerisce le condizioni di attestazione della vera fede in situazioni politiche di estrema destrutturazione sociale.

Il principio eucaristico della morte cristiana: ringraziamento  e offerta

Se il martirio è il fuoco attraverso cui guardare al senso teologico cristiano della morte, esso deve portare con sé tutta la pienezza di tale senso. Reputo a tal riguardo che il Pensiero alla morte del PP. Paolo VI contenga espressioni attuali e profonde in tal direzione.[1] In esso il Pontefice bresciano chiede, con una delle sue espressioni più poetiche: “Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce”. Quale luce? “Quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: vanitas vanitatum. Vanità della vanità”. Il Papa chiede di ottenere la luce della Sapienza in cui si comprendono le cose dell’esistenza fino ad “avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia”. La Sapienza vaglia i vissuti, scarta le vanità e trattiene le virtù. La Sapienza insegna che la vita va compresa come dono, e di qui porta alla comprensione anche della morte come estremo dono in cui – afferma il Papa – “raccolgo le ultime forze, e non recedo dal dono totale compiuto, pensando al Tuo: consummatum est, tutto è compiuto”. È dunque ai piedi della Croce, alla sua luce, che la morte si mostra quale atto oblativo finale della vita umana, ricapitolazione della stessa nella forma del dono, ma di un dono che si offre solo sulla scia di quello del Maestro: “Ha dato se stesso per me; la sua morte fu sacrificio; morì per gli altri, morì per noi. La sua morte fu testamento d’amore. Occorre ricordarlo. Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa”.

La morte cristiana non è condanna e pena, bensì alla luce della Rivelazione di Cristo essa è chiamata ad essere vissuta come dono d’amore, e con ciò stesso si fa testimonianza d’amore. Ecco la chiave di lettura all’interno della quale leggere il fenomeno del martirio. Il martire offre un’estrema testimonianza all’Amore e alla Verità, e lo fa non a parole, bensì donando la sua vita, al che è portato, essendo altrimenti costretto a ricusare l’Amore e la Verità.

La morte cristiana – possiamo dunque asserire – ha la forma dell’Eucaristia e ne traduce il principio: accogliere tutto come dono nel ringraziamento, restituire tutto e persino se stessi come dono nell’offerta. L’Eucaristia è princeps analogatum del martirio. I martiri la bramano più della propria vita, perché fuori di essa non si dà autentica vita cristiana e perché in essa vedono rispecchiarsi il proprio ideale eterno di vita nella fede. I fedeli che se ne nutrono – e sia chiaro: non basta avere il permesso pastorale di accedere al Sacramento per poter dire di nutrirsene spiritualmente! – crescono nel desiderio di martirio testimoniale e sono disposti a rinunciare a ogni male – in primis il peccato, particolarmente quello grave e manifesto – e ai beni relativi, tra i quali la vita stessa nei casi estremi in cui conservarla significa recidere il legame con la Vita, con Cristo.

Ecco dunque alcune griglie entro cui va collocato il fenomeno del martirio: un concetto di morte cristiano, una situazione estrema in cui è proposto il rifiuto di Cristo, l’occasione di testimoniare in favore dell’Amore e della Verità, l’impossibilità di vivere ordinariamente e di evitare la prova senza con ciò compromettere la propria fede davanti a noi stessi, a Dio o al prossimo.

Il cristiano non può difendere la scelta di tutelare il proprio interesse, se intesa come un rifiuto a donare la propria vita sull’esempio di Cristo o se intesa come una sovversione dell’ordine dei fini (posponendo il diritto divino a quello politico e sanitario, per esempio), in cui l’apprensione per la salute fisica si ergesse fino a dissolvere le esigenze della salute spirituale. Comprensibile sotto profilo umano, una simile scelta sarebbe ignominiosa per il cristiano, al punto da meritargli la sottrazione di questo stesso nome sublime e condannarlo piuttosto al titolo di lapsus, caduto.

Gnosticismo: il tradimento come forma estrema di martirio

Il mondo però non va nella direzione del martirio, esso impone a tutti una logica di calcolo, disperando di una vita eterna, e porta non pochi cristiani a guardare similmente alla propria esistenza. Ne sgorga un nuovo concetto di religiosità basato su pochi imperativi: conservare la salute, non fare del male a nessuno, pregare Dio nel proprio cuore. Questa la ricetta della religione postmoderna. Questo però non è più cristianesimo. Nel più lieve dei casi questo è relativismo. Nel più grave è gnosticismo. Tralascio la questione relativista, in quanto evidente degenerazione del concetto di verità cristiana, mentre dedico spazio al problema gnostico in quanto insidioso. Lo gnosticismo infatti agisce come una tenaglia anche a livello culturale e quindi chiede di essere svelato e disarmato, altrimenti sarebbe capace di convincere più di una coscienza benintenzionata.

Nel corso di un precedente saggio, mi era tornato utile riferirmi al film Silence di Martin Scorsese. Lo riprendo, in quanto ottima esemplificazione del pensare gnostico dentro agli ambienti cattolici.

Silence racconta di  due missionari gesuiti caduti in peccato di apostasia durante le terribili persecuzioni anticattoliche nel Giappone del XVII secolo. Il film trae ispirazione e suggerimenti dal romanzo Silenzio di Shūsaku Endō. Si tratta di un film estremo che presenta un nuovo concetto di fede, curiosamente distante da quello cattolico classico e anzi fortemente compromesso con la visione atea del mondo. Stando ad alcuni commentatori, “[Endo] ha capito il conflitto della fede, la necessità di credere combattendo la voce dell’esperienza. La voce che esorta sempre i fedeli – i fedeli che si mettono in discussione – ad adattare le proprie convinzioni al mondo in cui vivono, alla loro cultura” [2].

Ma, come sostenevo nel saggio, a ben vedere quella che emerge dal film e dal romanzo “non è più una fede cattolica, messa in relazione con le opere della fede, ma puro dialogo della coscienza con se stessa, nel silenzio del non essere divino, è fideismo che si autocelebra e si autogiustifica” fino a degenerare nel suo opposto.

Alla luce di un prodotto tanto alieno dalla spiritualità e dal pensiero tradizionale, è stato interessante vedere il dispiego di forze cattoliche accorse in difesa della tesi di Scorsese-Endo, tra le quali basti ricordare il commento di Juan Manuel de Prada per i tipi dell’Osservatore Romano: “Alcuni detrattori di Endō hanno giudicato Silenzio un romanzo “ambiguo” in termini religiosi, perché postula un vissuto privato della fede e indica l’inutilità del martirio. Ma si tratta di una lettura semplicistica che la complessità morale e teologica del romanzo smentisce. L’opera dello scrittore giapponese ci mostra la lotta della fede in situazioni di sofferenza estrema, là dove la capacità di resistenza umana si scontra con il silenzio di Dio”.

Per la risposta teologica ai cattolici apologeti dell’apostasia rimando altrove. Qui ci focalizziamo piuttosto sui fatti narrati. Cosa avviene nel film? Il gesuita Rodriguez si incontra con una realtà di missione che lo pone in breve faccia a faccia con il martirio, al cospetto di una cultura indigena affatto avversa e impassibile davanti al messaggio cristiano. Non solo, nella scena culmine, quella in cui il missionario sarà indotto all’apostasia, il tortore gli imputa la responsabilità di altri cristiani sotto tortura: la sua scelta di apostasia libererà i malcapitati dalla loro pena; la sua perseveranza nella fede avrà al contrario ripercussioni sulla vita altrui. Insomma, la scelta di Rodriguez sembrerebbe dividersi tra un testimonio di fede e un dovere di prudenza. La sua rinuncia alla fede sarà allora presentata come la massima confessione della vera fede cristiana – questo secondo romanziere e regista e teologi dell’Osservatore Romano – in quanto sarà un assoluto affidarsi a Dio rinunciando alle proprie ambizioni e così salvando gli altri, il che sarebbe autentica imitazione dell’epilogo del Cristo.

Quanti elementi paralleli con la situazione epidemiologica ed ecclesiologica in cui ci troviamo. Anche per noi rinunciare alla Carità di Cristo nella Santa Messa è proposto come scelta di carità più grande e come un modello di autentico cristianesimo. Anche per noi la rinuncia alla Santa Messa è invocata per salvaguardare la salute altrui. Anche noi siamo invitati a fare un passo indietro e ascoltare le esigenze del mondo. Anche noi che chiediamo la Messa siamo accusati di essere dei sempliciotti – i martiri del film di Scorsese fanno ovviamente la figura di esaltati caparbi, spiritualmente superficiali e superstiziosi – incapaci di incontrare Dio nel silenzio del nostro cuore. Anche per noi si tratta di pretendere un culto considerato inutile e insignificante per il Governo e per la cultura maggioritaria. La differenza è che Rodriguez apostatizza andando contro le linee dei suoi superiori, noi siamo esortati ad obbedire a un impedimento iniquo proprio da alcuni superiori[3].

Torniamo a Silence. Come ho già scritto altrove, una buona chiave di lettura del film è il precedente capolavoro di Scorsese, The last temptation of Christ, opera ispirata a un romanzo gnosticheggiante di Nikos Kazantzakis (1955). Se l’accostamento non è peregrino, la pellicola di Scorsese sembrerebbe dunque un monumento alle teorie della gnosi cristiana ed un manifesto della crisi di fede contemporanea. Ora, la crisi di fede oggi si manifesta in due direzioni: l’abbandono della fede nelle forme dell’ateismo e del nichilismo, o la mutazione della fede in forme spurie. La gnosi cristiana appartiene al secondo gruppo: è quel movimento culturale che insidia la fede autentica fin dalle origini della nostra vera religione, cercando di sostituirle un credo apparente simile, che anzi si auto-presenta come esercizio di cristianesimo più profondo e radicale, ma che in realtà è perverso e infondato. La gnosi cristiana è la più insidiosa delle mutazioni della fede in quanto tende a modificarne il contenuto mantenendo una parvenza di continuità in alcuni concetti di superficie della nostra religione.

Cristianesimo gnostico è cercare una sapienza (gnosi) diversa, capace di giustificare anche il contrario della fede e di idealizzare persino ciò che la fede comunemente ripudierebbe. La gnosi – è bene precisarlo ai lettori – prende dunque a prestito parole e fatti di Gesù per insegnare un messaggio affatto distante da quello del Risorto. Fa parte della tradizione gnostica l’esaltazione del tradimento di Giuda o l’amore carnale tra Nostro signore e la Maddalena: entrambe presentate come opzioni più autentiche  del rapporto con Dio e col prossimo, vera carità. Fa parte della visione gnostica una scissione tra esteriorità e interiorità, che negli ultimi secoli si è tradotta in una esaltazione assoluta della seconda a scapito della prima: la voce dello Spirito non abbisogna di opere, di liturgie, di gesti esteriori, la vera carità non abbisogna di precetti domenicali o di riti particolari, anzi.

Prettamente gnostica è quindi la tesi del film: la più grande testimonianza possibile non è il martirio, bensì la scelta individualista, silenziosa, rivolta a Dio e nascosta agli altri uomini, pronta a dimenticare i consueti e popolari valori della Tradizione in nome di un nuovo modo di vivere l’esperienza cristiana.

Questa la lezione che riceviamo dalla gnosi. Questa l’influenza culturale che da decenni pervade il pensiero occidentale e anche cattolico. Chiedo: riusciremmo davvero a comprendere l’attuale resa sacramentale, prescindendo completamente dagli influssi di questo modo di pensare?

Che molti cristiani e teologi abbiano accolto con favore il film pochi anni fa è né più né meno l’anticipazione di quello che dovevamo attenderci oggigiorno come reazione alla crisi: lo schieramento massivo della intellighentia cattolica su posizioni che manifestano fragilità della fede, interpretazioni ambigue del rapporto Chiesa-Stato, debolezza nel dare linee comuni, assoluta incapacità di offrire una lettura martiriale o almeno testimoniale. A meno di assumere i termini in senso ribaltato.

Ma cosa può significare una ‘testimonianza ribaltata’? Cosa significa l’uso di tale termine in questo contesto? Lo vorrei chiarire ragionando attorno a una recente dichiarazione di Giorgio Agamben: “Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà”.[4]

Ha ragione o no Agamben nella sua dichiarazione? Il pensiero veritativo, quello conforme alla fede tradizionale, coglie al balzo l’evidenza dell’asserto: non si gioca con i termini, un conto è la libertà vera e un conto sono i suoi surrogati, altra cosa ancora la sua contraddizione che è come affermare una libertà, sì, ma di segno contrario.

Non così lo sguardo gnostico, che anzi ripudia del tutto la citazione. Lo gnosticismo invero è incline a proporne un ribaltamento (ecco la chiarificazione del termine): la libertà autentica non è quella classicamente intesa ed esaltata nei secoli, ma questa nuova scelta interiore imposta dalle circostanze. Rinunciare alla libertà è davvero la più alta scelta di libertà! La gnosi può asserire ciò, in quanto ammette la contraddizione come motore del cosmo, per cui in nome della contraddizione andrebbe abrasa completamente la riflessione di Agamben.

Chiarito l’uso del termine e tolto l’abbaglio di una pseudo-testimonianza, di una testimonianza ribaltata, che resta da dire?

Se è vera la lettura di Agamben, “una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà”, sarà ugualmente conveniente asserire che “è falsa una norma che per proteggere la carità impone di rinunciare alla carità”. Ora, assumendo dalla Rivelazione la definizione Deus Caritas est, cosa vuol dire proteggere la Carità se non confessare la Verità di Cristo? E come è possibile essere caritatevoli, se non essendo uniti a Cristo e restando in comunione con Lui? E in che senso potremmo pretendere di essere caritatevoli, scegliendo di rinunciare a incontrare il Cristo? Ricordo un caso in cui l’uomo pretese di essere sapiente opponendosi alla Sapienza, quell’uomo si chiamava Adamo. Non possiamo rinunciare alla Carità in nome della carità, non possiamo praticare la carità evitando la Carità. Non possiamo tacitare la Carità e poi proporci come esempio sociale di carità.

Chi lo affermasse si mostrerebbe gravemente confuso o teologicamente contraddittorio, cioè gnostico. Il mio parere personale è che nelle fila ecclesiali stia prevalendo oggidì una posizione di greve ignoranza e inconsapevolezza, prodotta da un approccio teologico retorico e superficiale ormai avallato nei nostri ambienti da parecchi decenni. Per tale interstizio ha potuto con agio diffondersi, quale “fumo di Satana”, una mentalità gnostica, contro la quale – autentico virus pandemico – non abbiamo sufficienza di allarmi, anticorpi, strategie o soccorsi.

Fuor di tale confusione, in ottica realista il cattolico sa riconoscere che la vera Carità per i cristiani è Cristo e Cristo nella Messa è presente quale Sacramento di Carità. Rispettare le norme prudenziali sanitarie è invece solo una forma di cortesia igienica e di attenzione sociale, una sorta di carità derivata. I due livelli sono incomparabili ed è fuori discussione far cedere il primo ai piedi del secondo. Nel caso, come giudicheremmo tale abbassamento? Esso sarebbe una carità ribaltata, contraddittoria. Esso sarebbe una vera caduta, lapsus e non martirio.

“Se noi lo rinneghiamo anche egli ci rinnegherà” (2Tm 2,12).

L’attestazione come martirio della ragione

Procedendo nel nostro discorso, dopo la divagazione sul pensiero gnostico e le sue insidie nella Chiesa, ritengo utile dedicare un paragrafo di intermezzo all’approfondimento di un concetto filosofico.

Mi riferisco al concetto di attestazione, che traggo da Sé come un altro, capolavoro di antropologia filosofica di Paul Ricoeur. Questi ricorre alla “nozione di attestazione” per “caratterizzare il modo alethico o veritativo dello stile appropriato all’ermeneutica del sé”, e con ciò cerca un termine adatto a parlare dell’uomo secondo verità, dopo che l’evoluzione del pensiero moderno sembrava aver dissolto nel nulla e nel relativismo tale oggetto.

“Ai nostri occhi, l’attestazione definisce quella sorta di certezza alla quale può pretendere di pervenire l’ermeneutica, non soltanto rispetto all’esaltazione epistemica del Cogito a partire da Cartesio, ma anche rispetto alla sua umiliazione in Nietzsche e i suoi successori. L’attestazione sembra esigere meno dell’una e più dell’altra”.

L’attestazione non è sinonimo di sapere scientifico (come voleva Cartesio), ma nemmeno di nichilismo antropologico (come condannava Nietzsche). Circa il suo distanziamento dal sapere certissimo e freddissimo della scienza Ricoeur ribadisce: “L’attestazione si oppone fondamentalmente alla nozione di episteme, di scienza, considerata quale sapere ultimo autofondante. Essa si avvicina alla testimonianza. L’attestazione manca di questa garanzia e dell’ipercertezza ad essa connessa”. D’altro canto, considerato che il sapere scientifico autofondante è stato dichiarato morto da Nietzsche, serviva trovare una nuova posizione, magari dalla scorza più fragile di quelle scientista, ma capace di rivalersi sulle filosofie del sospetto:

“Permanente minaccia del sospetto, essendo inteso che il sospetto è il contrario dell’attestazione. Qui si verifica la parentela tra attestazione e testimonianza: non c’è vero testimone senza falso testimone. Ma non c’è altro rimedio contro la falsa testimonianza che un’altra testimonianza più credibile; e non c’è altro rimedio contro il sospetto che una attestazione più affidabile”.[5]

Mi scuso per la complessità di tale intermezzo, ma è importante mostrare che la nostra riflessione, così continuativa con una visione tradizionale e pratica della fede cattolica, non è priva di robusti echi culturali e filosofici. In sintesi: l’età moderna ha cercato di applicare le categorie del sapere scientifico a tutto, anche al sapere filosofico e religioso (Cartesio, qui citato, lo riferisce all’Io; i nostri contemporanei lo applicano alla diagnosi sociale sanitaria); i pensatori più recenti seguono però la posizione di Nietzsche che ha dichiarato insostenibile l’approccio iper-scientifico e ha gettato il sospetto su ogni sapere scientificamente declinato (incluso quello teologico). Quale alternativa resta nel divario tra scientismo e sospetto relativista? Ricoeur propone l’attestazione, variante filosofica (mi scuso se sto semplificando) della testimonianza religiosa, perché laddove la certezza scientifica vien meno, resta ancora la possibilità di incontrare il vero nel confronto tra testimoni pro e testimoni contro; attestazione e sospetto; martire e tortore; vero profeta e falso profeta.

Curioso che l’apice del pensiero filosofico contemporaneo debba tornare ad attingere alle antiche categorie della vita religiosa, cristiana in primis. Forse conviene che continuiamo ad attingervi anche noi fedeli.

Il filosofo francese evoca l’attestazione in un contesto di fragilità della ragione, per noi può essere interessante farvi riferimento in un contesto di fragilità politico-culturale. Solo l’attestazione, in cui il soggetto mette in gioco tutto se stesso e non si limita a dichiarazioni logico-formali, riesce a rispondere alla crisi di una società in vario modo vittima dell’irrazionalità e del dispotismo.

L’attestazione però, duole farlo notare, si accompagna alla fermezza. Essa viene letta dai despoti come fissità e rigidità ove inutile ove perniciosa. Al contrario dovremmo chiamarla coerenza e assertività. Si faccia quindi attenzione negli ambienti di Chiesa a non usare troppo distrattamente i termini – per esempio irridendo come fisse e rigide le posizioni di fedeltà al magistero e alla morale tradizionale –, al momento opportuno tale distrazione potrebbe tornare a discapito della vita di fede dei cristiani: nei tempi correnti anzi tale distrazione potrebbe persino annichilire la missione testimoniale della Chiesa.

Al contrario, favorire la robustezza degli spiriti e la forza testimoniale significa garantire al cristiano la via attraverso cui confessare la proporzione della fede e dimostrare se questa supera l’interesse per le cose del mondo e vince il giudizio del mondo. Per questa via si palpa il terreno e si scopre se le nostre teologie contemporanee sono state sabbia o roccia, valutando il grado di solidità e resistenza che esse riescono a garantire alla professione della fede. Per questa via si distinguono i veri e i falsi profeti: coloro i quali colgono i segni dei tempi e trovano parole per dire e attestare la fede contro la deriva anticristica dell’ora presente e coloro i quali si accodano alla moda del mondo e pospongono Cristo e la Divina Eucaristia alla prudenza sanitaria umana troppo umana.

Annotazioni sul martirio

Andiamo allora a tessere la nostra apologia del martirio. Inizio cercando di fissare in pochi appunti lacunosi i caratteri di tale concetto.

Anzitutto mi pare di poter affermare tre caratteri che descrivono il fenomeno in rapporto agli strati fondamentali dell’essere e dell’umano:

– il martirio non è naturale, si colloca nell’ordine della Grazia, in quanto esprime e confessa una fede piena del mistero della morte cristiana come ringraziamento e dono.

– sul piano morale esso perfeziona l’atto eroico. Esige quindi una corretta formazione ed educazione morale alla virtù, aperta all’eroismo.

– infine il martirio chiede visione ideale: ritenere il primato dell’ideale sul mero empirico, desiderare il coronamento ideale, preferire l’attestazione dell’ideale alla consumazione nel materiale e nel temporale. È l’estrema risposta al nichilismo moderno. È custode di trascendenza.

Per cui ogni cultura che marginalizzi la metafisica, le virtù e la trascendenza si oppone a formare caratteri spirituali forti e quindi potenzialmente martiri. Al contrario una pedagogia del martirio coincide con un rinforzo nella pastorale ordinaria dei grandi elementi dottrinali, morali e ideali della cristianità.

In secondo luogo, da un punto di vista politico mi pare che il martirio sia sintomo di una malattia sociale. La società buona non produce martiri, ma Dottori della fede. La società malata disconosce il buon senso, il dialogo veritativo, la comunicazione tra spiriti (in senso intellettuale prima che religioso), la tolleranza della diversità; essa estremizza la sua visione sempre parziale sul mondo, crea uno stato di necessità e d’eccezione insostenibile, vive nell’indurimento dei cuori e nell’accecamento delle menti; pretende attestazioni martiriali non sapendo più comprendere altre forme di evidenza del reale.

A tal riguardo, mi preme esplicitare, è disdicevole richiamare in modo reiterato e ingenuo la norma e l’obbedienza alla stessa: il martirio si impone in contesti che della norma offrono una applicazione deturpata, positivista, farisaica, strumentale, arbitraria – sovente nell’incapacità di avvedersene – al punto che non si parla più propriamente di norma, ma di vincolo quale strumento di potere. Questa mia posizione aprirebbe il fronte delicatissimo del contrasto fra obbedienza e martirialità nella coscienza retta e ben formata: a riguardo del che qualcosa dicemmo e qualcosa diremo, ma non oggi.

Come ultimo appunto corsivo sul martirio, raccolgo alcune considerazioni relative ai tre elementi che lo costituiscono: martire, torturatore ed evento testimoniale

Comincio dall’evento o oggetto, cioè l’atto che il martire compie o rifiuta, quale testimonianza di fede. Quali sono gli oggetti culturalmente caricati di significato cristiano e testimoniale? La risposta può variare in base alle epoche e ai luoghi. Ma in alcuni casi non si danno interpretazioni: la Croce e la Messa sono sempre e comunque oggetti che esprimono in modo assoluto il carattere cristiano e quindi simboli della autentica confessione cristiana. L’impossibilità di offenderli o marginalizzarli è comandata a prescindere da qualsiasi contesto.

Consideriamo l’aguzzino. Questi può essere consapevole o meno dell’atto irreligioso che sta chiedendo e del valore testimoniale della reazione che sta suscitando. Se è consapevole, il martirio darà testimonianza della forza della fede; se non è consapevole, diverrà consapevole del messaggio cristiano ricevendo testimonianza. In ogni caso la testimonianza va offerta sapendo che di essa ci chiede conto non solo il tortor, bensì la comunità che osserva, nonché in exstremis Dio stesso.

Infine si interpella il soggetto: messo di fronte alla possibilità di confessare la fede o di cadere, egli sa che in quel momento si discute la verità del suo rapporto con Dio, per cui deve a Lui una testimonianza chiara, e deve a sé una verifica risolutiva circa l’ordine dei propri valori e fini. Fanno in ciò un passo indietro persino le autorità costituite, religiose e laiche.

Il martirio come agenda culturale della Chiesa “fino alla fine del mondo”

È appurato quindi che il martirio si lega a un momento di destrutturazione culturale: ciò che in un sistema di cultura robusta verrebbe affrontato in forme di dialogo, confronto, dibattito; fuori da un contesto culturale, in un clima di sopraggiunta barbarie, può essere attestato solo nella forma del martirio, irriducibilità della testimonianza. Quanto ci riguarda un tale scenario?

Molti elementi concorrono a dire che stiamo attraversando una simile stagione di destrutturazione. Del resto, per il cristiano ogni stagione porta con sé almeno alcuni elementi di destrutturazione e chiede la testimonianza forte di coscienze libere.

Oggi essa assume forma martiriale cruenta in molti Paesi dall’Africa al Medioriente all’Asia. Mentre nelle regioni occidentali cresce un martirio bianco, incruento. Plausibilmente questa è la sfida che si prospetta aumentare per l’avvenire: diffamazione mediatica; irrisione; battaglia col Governo; dazio pecuniario inferto in tempo di crisi economica incipiente; obiezione di coscienza contestata dalle autorità. Aggiungo: anche il contrasto coi Pastori potrebbe situarsi tra le forme di attestazione testimoniale prossime venture.

Come prepararci a simili sviluppi?

La formazione di cristiani che siano capaci di dare testimonianza martirale chiede alla pastorale ecclesiale di curare una dottrina solida, una morale esigente, una visione trascendente – dicevamo. Ma serve anche tornare a valorizzare esplicitamente una pedagogia al martirio, la preparazione dei cristiani a dare la propria vita per amore di Cristo. Se non la propria vita, almeno la sicurezza circa la propria salute fisica, il proprio benessere economico, l’approvazione sociale. Si torni insomma a posporre la salus alla Salus. Il delicato tema del contrasto tra testimonianza e norma dovrebbe essere tra i punti fondamentali della formazione cristiana. Più semplicemente, raccogliendo gli insegnamenti del card. Newmann, promosso agli altari dagli ultimi due pontefici romani, varrebbe la spesa di operare puntualmente per la maturazione di coscienze libere, limpide, assertive e autonome, secondo il senso cristiano del termine.

La risposta alla pandemia ha manifestato una grande insufficienza e impreparazione nelle fila della comunità ecclesiale. Tutta la fragilità teoretica, etica e comunitaria degli ultimi decenni ha capitolato di fronte alla paura del virus e alla boria della tecnocrazia.

Quali prospettive?

La prima è che l’inciampo Covid-19 giovi a fare un buon esame di coscienza e a riformare gli elementi di fragilità appunto emersi in questo momento. Dubito francamente che abbiamo nella Chiesa oggi personalità capaci di una simile svolta. Dico questo, perché in modo differente tale riforma è stata propugnata a più riprese dagli ultimi Pontefici, in diversi ambiti della vita ecclesiale: cosa sia rimasto dei loro insegnamenti e delle loro persone è noto. Per cui dubito decisamente che il Covid-19 possa riuscire a spronarci.

La seconda prospettiva è che una nuova ondata di martiri fecondi dal basso la Chiesa, onorando in tempi moderni l’antico adagio “il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani” (Semen est sanguis christianorum – Tertulliano, Apologeticum, 50,13). Come potremmo intendere oggi tale lezione? In modo radicale e comprendendo ontologicamente il valore di una attestazione martiriale della vera fede.

Ogni evento di martirio rinnova il Mysterium Crucis, è la sconfessione e la totale relativizzazione dell’ordine del mondo, cui viene preferito e sostituito l’ordine della Carità del Crocifisso-Risorto.

Il martirio è di necessità in società corrotte, dicevamo, perché la società che non sa più dire la verità, diffonde la menzogna. La persona retta di coscienza, che non accetti la menzogna, è allora spinta o all’abiura o al martirio dalla società corrotta.

Il martirio si erge quale evento unico e solo capace di dire la verità – nell’unico modo in cui la si possa ancora dire – ad una società e in una società corrotta dalla menzogna. Ma il martirio diviene allora atto restauratorio della verità per la società. E in ciò ogni società sana si confessa originariamente martiriale, generata dal sangue dei martiri, un sangue che ha un valore costitutivo dunque in rapporto all’edificazione stessa della polis nella verità.

Gesù Cristo ha rigenerato così l’universo. Dopo aver fuggito più volte la cattura e la lapidazione, dopo aver inutilmente annunciato il messaggio del Vangelo (fino a quella Ultima Cena emblematicamente conclusa nel tradimento, nel rinnegamento e nell’abbandono), il Cristo abbraccia la Croce. Qui mostra la forza della Verità contro ogni fraintendimento della Storia. Così redime il mondo e genera un nuovo mondo, la Chiesa.

In tale scia stanno i martiri: laddove ogni annuncio, esempio, dialogo diviene inutile; laddove si raccoglie ormai solo tradimento, rinnegamento e abbandono; non rimane che resistere per attestare il valore del proprio credo, nonostante tutti i pareri, le norme e le minacce del mondo.

Questo atto rappresenta la più alta e convincente apologia della verità, esso è autentico Vangelo e ricorda che siamo seguaci e discepoli di una verità che non è di questo mondo e che ci ha preparato un posto nella casa del Padre. Il martire mostra la potenza della verità, contro cui nessun altro tipo di dominio riesce ad imporsi.

Nel martirio risorge la Verità e si diffonde la sua Luce che acceca i testimoni presenti. E tra questi, gli uni, irriducibili, indurendoli come avvenne per il Faraone e Giuda; gli altri, i discepoli fragili, risanandoli e innalzandoli al modo di san Paolo, il quale dopo tre giorni di buio vide con occhi rinnovati e missionari la realtà.

Ecco così descritte, secondo il mio sguardo, le due principali prospettive ecclesiali future.

Nel primo caso la buona custodia del depositum fidei farebbe della Chiesa il partner delle società, alle quali porta l’energia sanante del vangelo, compito cui resta fedele nella misura in cui sia disponibile a riformarsi in modo sincero e costante.

Nel secondo caso il tracollo culturale e della fede comunitaria costringerebbe i fedeli – laici o chierici – a schierarsi e a scegliere se essere testimoni radicali, potenziali martiri. Ciò farà di loro, per effetto della Grazia e non certo per meriti personali, i semi di una società che da questi si rigenera. Fari di luce capaci di riaprire le menti e i cuori. Appoggi solidi in grado di rinvigorire di forza la comunità intera e fin le sue guide. Memoriale vivente e rigenerante della missione affidata ai discepoli del Cristo.

Nell’una e nell’altra prospettiva dunque, il martirio segna realmente l’agenda della Chiesa, ciò che ella è  chiamata a fare, ciò che ella si trova a dover fare. Fino al ritorno del suo Signore.

Esiste un terzo caso: quello di Sodoma e Gomorra; quello di Tiro e Sidone; quello di Babilonia la grande. Le città senza martiri. Le città dalle quali i santi devono scappare. Le città in cui non si trovano nemmeno cinque giusti, cioè cinque persone disposte a farsi abbagliare dalla Verità e a farsi riaprire gli occhi dall’acqua sanante di Cristo e dall’esempio dei suoi più veri testimoni. Al fine di scongiurare tale evenienza, quella di dover ricordare la nostra società moderna quale novella Sodoma, mi sento di lanciare un appello.

Appello alla riforma o al martirio

Vorrei dunque concludere con un appello questa mia lunga digressione sul martirio, che è nata non per caso, ma osservando con preoccupazione la reazione spaurita e insignificante della comunità ecclesiale davanti alla minaccia del Covid-19.

Essa si è sviluppata attraverso alcune tappe, quali una rilettura filosofica del mistero della morte e un’autocritica circa il ruolo della ragione nella comunità ecclesiale. È approdata infine alla presente riflessione sul martirio, a mio avviso ultima e prossima risposta che la cristianità deve dare se vuol fare emergere lo specifico dell’annuncio cristiano in quel nuovo mondo che lo spartiacque Covid-19 va profilando all’orizzonte.

Ecco dunque l’appello. E si noti come tale strumento è, con molta probabilità, la forma comunicativa più consona in prospettiva di attestazione. L’appello parla alle coscienze e ne promuove l’attestazione della verità. Supera la crisi della ragione, della politica e della religiosità e richiama ogni uomo alla Voce di Dio che parla nel uso intimo.

Si preparino i fedeli a vivere il proprio martirio. Un martirio anzitutto sociale: il mondo non capisce e sempre meno capirà per quale motivo dovremmo correre rischi al fine e di partecipare alla S. Messa e di comunicarci onorando debitamente la Divina Eucaristia. Un martirio economico e giuridico: il prezzo da pagare per la propria testimonianza cristiana è una multa? La prigionia? E per quale motivo dovremmo esimercene? Le generazioni che ci hanno preceduto non lo hanno fatto, a partire dai Pontefici preconciliari. Un martirio ecclesiale: lo scisma sommerso cresciuto negli ultimi decenni, ampliato da una improvvida tolleranza che ha portato certuni Pastori a trascurare la disciplina religiosa e la ortodossia teologica, svela sempre più il diverso concetto di fede che separa tra loro i laici, i preti e finanche i vescovi. Dovendo scegliere tra l’estrema testimonianza per la Carità e l’obbedienza a una norma sanitaria episcopale, cosa sceglieremo? Non è escluso – ecco il martirio ecclesiale – che i discepoli siano nuovamente abbandonati dagli apostoli ai piedi della Croce. Chiediamo il dono di essere martiri e rinnoviamo in cuore la nostra disponibilità a tale massimo testimonio. Facciamolo in onore della restaurazione della verità cristiana e a purificazione di tanti fratelli.

Beninteso il mio appello non è un proclama. Non è una convocazione all’agire coordinato. È piuttosto un monito ai fratelli nella fede a esaminarsi nel profondo della propria coscienza e a non dimenticare che il martirio – in varie forme – è e sarà sempre parte della nostra agenda spirituale di santificazione. Auspico che i vescovi ci diano l’esempio in questa direzione, cambiando strategia rispetto alle scelte delle ultime settimane (penso sia chiaro anche a loro che l’adeguamento burocratico ai trattati nazionali non ha nessun valore pastorale, non accresce la fede di chicchessia, anzi semina lo scandalo tra i semplici). Qualora non fossero loro ad esserci d’esempio, abbiamo le Scritture che ci esortano e ci ricordano che in extremis dobbiamo rendere conto direttamente a Cristo e del nostro legame specifico con Cristo. La mitezza ferma e l’irremovibilità mansueta del martire cristiano, che mai offende e mai recede, dovranno essere il distintivo dell’attestazione di fede. Se il Signore ci porterà a ciò e se la Grazia ci sosterrà in ciò, sappiamo che tale sacrificio varrà a beneficio di tutta la comunità: in primis a rinvigorimento delle nostre guide, che sempre amiamo e per le quali sempre preghiamo, in secundis a testimonio dei nostri fratelli nella fede, in tertiis a conversione dei peccatori, in omnibus a suffragio delle anime purganti.

Dio non voglia siamo costretti a tanto, c’è ancora tempo per scegliere la via della riforma quella vera (non quella ribaltata, già in auge). Se così non fosse, ci ispiri Dio la giusta risposta e ci illumini il suo Spirito: “Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra!”

[1] http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1978/august/documents/hf_p-vi_spe_19780806_meditazione-morte.html

[2] Campari&deMaistre (ed.), Fino alla fine del mondo, Historica Edizioni 2017, pp.147-151.

[3] Sull’iniquità di tale impedimento si rammemorino le parole del Prefetto per la Congregazione dei Riti, S. E. card. Robert Sarah, https://www.lanuovabq.it/it/sarah-basta-profanazioni-non-si-tratta-sulleucarestia.

[4] https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda.

[5] P. Ricoeur, Sé come un altro, Jaca Book, Foligno 2011, pp. 97-99.

Nota redazionale. Il presente studio di Marco Begato si collega ai precedenti già pubblicati in questo Tavolo di Lavoro:

-Tra salute e Salvezza la svolta antropologica della teologia spinge la Chiesa a preferire la prima LEGGI QUI

-Il Covid-19 e il vis-a-vs con la morte. Un colloquio intimo sul presentimento di infinito con il Padre Goutierre LEGGI QUI

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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