Emergenza Coronavirus ed emergenza Aborto

di Lorenza Perfori

La pandemia in atto rende non più rinviabile la revisione della legge 194/78

Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

L’epidemia di coronavirus ha dimostrato, semmai ce ne fosse ancora bisogno, quanto la questione dell’aborto indotto e, nello specifico, la tutela della salute psicofisica della donna, sia una questione ideologica.

L’emergenza coronavirus

Il nuovo coronavirus (Covid-19), per il fatto di aver colpito contemporaneamente un numero molto elevato di persone, ha determinato una grave emergenza sanitaria che ha comportato la necessità di incrementare con urgenza i posti letto in terapia intensiva, il personale medico per la cura dei pazienti colpiti, le risorse economiche per presidi e dispositivi medici.

Il bisogno di liberare spazio e risorse mediche, per fronteggiare l’emergenza, ha avuto come conseguenza l’interruzione o il rinvio di molti servizi e attività non essenziali o urgenti, erogati dal Sistema Sanitario Nazionale, e “la rimodulazione dell’attività chirurgica elettiva”, ovvero di quella chirurgia non urgente, programmabile come ad esempio gli interventi di protesi all’anca e al ginocchio, di alcuni interventi oncologici che non comportino rischi per il malato, le operazioni per la cataratta, per l’ernia inguinale, per togliere i nei, ecc.

Facendo seguito alle disposizioni del Ministero della Salute, le Regioni si sono subito attivate con la rimodulazione: il Piemonte ha sospeso tutta l’attività chirurgica ordinaria e ogni intervento sanitario che richieda l’utilizzo della sala operatoria, a esclusione degli interventi urgenti, salvavita e oncologici; la Campania ha fermato tutte le attività ambulatoriali, garantendo solo le prestazioni motivate “da urgenza” e la “dialisi, radioterapia e chemioterapia”; la Toscana ha ridotto l’attività chirurgica del 25%; in Veneto, l’ospedale di Padova ha ridotto le attività programmate che utilizzano rianimazione, anche in oncologia, del 50%; prestazioni sono state rimandate in diverse strutture dell’Emilia Romagna e delle restanti Regioni italiane[1].

Gli aborti indotti non si fermano

Dalla rimodulazione degli interventi elettivi, il Ministero della Salute ha escluso le interruzioni volontarie della gravidanza perché, pur facendo parte dell’attività sanitaria programmabile, sono considerate urgenze in quanto non differibili. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato alla Daily Caller News Foundation, che “durante l’epidemia di Covid-19, i servizi di salute riproduttiva sono considerati parte dei servizi essenziali[2].

In piena emergenza coronavirus, quindi, l’aborto indotto – una pratica che non cura nessuna malattia, ma che uccide un figlio nel grembo materno – finisce tra i servizi essenziali, indifferibili e urgenti al pari dei problemi di salute gravi che implicano un pericolo immediato di vita. Perché è urgente? Perché se si aspetta oltre il periodo di legge si incorre nel “rischio” che nasca un bambino.

In questa fase eccezionale e difficile come poche nella storia, in cui il personale medico sta facendo salti mortali per salvare il maggior numero di vite possibili, con il rischio di ammalarsi a propria volta a causa della scarsità degli strumenti di protezione; in cui quasi tutte le attività si sono fermate: le aziende hanno chiuso, le lezioni scolastiche si svolgono solo online, le persone sono obbligate a restare a casa; un periodo in cui, in sostanza, si stanno prendendo misure severe a livello globale per impedire a un virus invasivo di uccidere vite, in cui tutti stanno facendo enormi sacrifici per il bene del prossimo; ebbene, in questo periodo c’è una pratica che non si ferma: l’aborto indotto. Le uccisioni nel grembo materno continuano, per chi vuole sopprimere il figlio concepito la sala operatoria e il personale medico devono essere garantiti.

La contraddizione è evidente: mentre da un lato si sta facendo tutto il possibile per salvare la vita alle persone colpite dal coronavirus, dall’altro lato si continuano a sopprimere i più vulnerabili tra gli uomini: i bambini non nati.

La salute psicofisica della donna è un dogma totalitario

Qual è il principio che soggiace a questa contraddizione? Lo stesso che ha legittimato l’introduzione dell’aborto legale: la tutela della salute psicofisica della donna. L’aborto legale ha elevato la salute psicofisica della donna a un dogma assoluto, permettendo la soppressione del proprio figlio in grembo a colei che incorra in una gravidanza indesiderata tale che, per qualsivoglia motivo (di salute, economico, sociale o familiare), possa mettere in pericolo la sua salute fisica o psichica.

Come si vede, l’introduzione dell’aborto legale ha messo nelle mani della donna un potere spropositato e sproporzionato. Spropositato perché le motivazioni per abortire sono così estese che hanno di fatto reso illimitato l’accesso all’aborto, nel senso che una donna che voglia abortire un motivo lo trova sempre e in ogni caso. Sproporzionato perché, nella scala dei valori, la vita viene prima della salute. Secondo il principio del duplice effetto, l’uccisione indiretta e non intenzionale di un bambino non nato, potrebbe essere giustificata solo nel caso in cui vi sia un pericolo per la vita della madre. Ben diverso è, invece, il caso di un nocumento alla salute psicofisica, perché la salute è un aspetto parziale del bene che è la vita, motivo per cui non può essere ritenuto ammissibile distruggere un bene umano fondante (la vita del concepito) per un aspetto parziale del medesimo bene che è la sola salute (non la vita) della madre.

Questo dogma assoluto sta emergendo in tutta la sua evidenza anche durante l’emergenza coronavirus: la salute psicofisica della donna che vuole abortire continua a stare sul piedistallo, a sovrastare tutto e tutti, a venire prima di ogni altra cosa, persino prima della salute generale delle donne stesse che vogliono abortire.

La salute delle donne abortenti è prioritaria rispetto a quella dei malati in generale. A causa della pandemia di coronavirus saranno rimandati in Italia “un milione di ricoveri e 500 mila operazioni”, scrive  L’Huffington Post riportando[3] le stime del professore Americo Cicchetti. Il quotidiano di sinistra, diretto da Lucia Annunciata, osserva che poiché “tutte le attività che gli ospedali fanno in maniera programmata in questi mesi sono spostate al 100%, sia per conguagliare risorse nei reparti Covid che per proteggere pazienti e sanitari con il distanziamento sociale necessario ad arginare la diffusione del virus” vi saranno “pesanti ricadute sulle liste d’attesa per tutto il 2020 e oltre”. Infatti, ai tantissimi interventi rimandati al dopo emergenza si dovranno sommare quelli che normalmente ci sarebbero stati, determinando “una grande pressione sull’attività ospedaliera, che vedrà come minimo raddoppiare o triplicare i tempi delle liste d’attesa” con conseguenti disagi e plausibili peggioramenti di salute per un numero elevatissimo di malati.

Entrando nel dettaglio degli interventi sanitari che subiranno uno stop, l’Huffington Post specifica che in neurochirurgia si stanno facendo “pochissimi interventi, quasi essenzialmente per tumore al cervello”, che “in gastroenterologia sono fermi tutti gli interventi tranne quelli ad esempio per tumore al colon-retto” e che sono state sospese “le protesi d’anca, gli interventi al ginocchio, le operazioni chirurgiche per togliere nei, a meno che non siano pericolosi, e a quelle per vene varicose”. Ma non è tutto perché – prosegue il quotidiano – “la pandemia di Covid-19 avrà il suo effetto negativo anche sulle persone che soffrono di patologie croniche, come diabete, scompenso cardiaco, broncopneumopatia e asma”. Questo perché la “non ottimale gestione di pazienti cronici sul territorio, impossibile in questo periodo a causa della sospensione delle prestazioni sanitarie non urgenti” – spiega Cicchetti – potrà “avere ricadute negative sul medio periodo, ovvero di qui a 6-12 mesi” in quanto questi malati “saranno meno seguiti attraverso controlli e check up” determinando “in molti casi un aggravamento delle loro condizioni con scompensi e ricoveri che normalmente vengono evitati con un buon controllo ambulatoriale sul territorio”.

E ancora, il bisogno di liberare spazio e risorse mediche per il coronavirus avrà ricadute anche sulla prevenzione oncologica: gli screening per i tumori al colon-retto e al collo dell’utero sono fermi, così come le mammografie, con la conseguenza di un aumento del “rischio, oltre a una diagnosi ritardata” relativi a questi tumori.

Il Ministero della Salute e l’OMS hanno deciso che tutto questo non toccherà gli aborti indotti: nel nome di un presunto problema psicologico asserito dalla donna, essi avranno una corsia preferenziale, a dispetto di milioni di malati veri che subiranno disagi e ritardi inerenti alle cure, con conseguente probabile aggravamento delle proprie condizioni di salute.

Continuare a eseguire gli aborti indotti (elettivi) significa, inoltre, sottrarre personale e risorse mediche per fronteggiare l’emergenza, mettendo in secondo piano anche la salute del personale medico-ospedaliero. Gli ospedali stanno facendo una fatica enorme per incrementare il personale sanitario e trovare i rifornimenti indispensabili per la sua protezione. Dottori e infermieri lavorano in condizioni difficilissime e sono sottoposti a turni di lavoro massacranti. Le risorse sanitarie scarseggiano o, addirittura, sono introvabili. Gli ultimi dati aggiornati al 6 aprile dicono che, da quando il virus è arrivato in Italia, sono stati contagiati 12.681 operatori sanitari e 26 infermieri sono morti[4], mentre sono già molti più di 100 i medici deceduti… Ma gli aborti indotti elettivi devono continuare a essere praticati, organico sanitario e strumenti protettivi devono essere garantiti, pena il rischio, non che muoia qualcuno, ma che nasca un bambino. Ne consegue che durante l’emergenza coronavirus i presunti (e tutti da dimostrare) problemi psichici della donna riconducibili a una gravidanza indesiderata, prevalgono sulla scarsità dei presidi medici e sui rischi reali per la salute di tutto il personale sanitario.

Che la tutela della salute della donna abortente sia un dogma ideologico lo dimostra anche il fatto che essa prevale persino sulla salute generale della medesima donna abortente. Durante l’emergenza tutta la cittadinanza è stata invitata a non recarsi negli ospedali e nelle strutture sanitarie, al fine di evitare il rischio di un’esposizione a questo virus altamente contagioso. Sottoporsi a una visita clinica per l’aborto, così come andare in ospedale per abortire, aumenta perciò questo pericolo e, quindi, il rischio di ammalarsi di Covid-19. Ne consegue che i presunti problemi psichici correlati a una gravidanza non voluta, prevalgono sul rischio reale per la donna abortente di ammalarsi di coronavirus. In altre parole, per “curare” con l’aborto indotto un ipotetico problema per la salute psichica, si espone la donna al rischio concreto di contrarre una malattia molto pericolosa per la sua salute fisica.

Ma se mette in discussione l’aborto indotto perde tutte le sue tutele

Abbiamo visto come la tutela della salute della donna abortente prevalga su tutto, persino sulla sua salute fisica (correlata al coronavirus) se essa viene a confliggere con la sua salute psichica correlata all’aborto indotto. La salute della donna abortente si configura pertanto come un dogma assoluto e apparentemente intoccabile. Ho scritto “apparentemente” perché in realtà una cosa in grado di intaccare questo dogma esiste: si tratta della possibilità che l’aborto indotto venga messo in discussione e, di conseguenza, fermato. In questo caso, il dogma totalitario si dissolve come neve al sole e la salute della donna perde tutte le tutele.

La somministrazione della pillola abortiva (RU486) a casa. Un esempio di questo fatto ce lo fornisce ancora l’emergenza coronavirus. Alcuni ospedali, particolarmente oberati di lavoro e sotto pressione a causa del Covid-19, hanno riportato comprensibili ritardi e contrattempi nella somministrazione degli aborti indotti. Questo ha subito allarmato e fatto gridare allo scandalo i paladini pro-aborto che non hanno mancato di far sentire il proprio sdegno e fornire soluzioni affinché le interruzioni di gravidanza proseguano senza intoppi anche nel culmine di una pandemia di proporzioni globali.

In una lettera aperta indirizzata al ministro della Salute, al presidente del Consiglio e all’Aifa, quattro associazioni pro-aborto (Laiga, Pro-choice. Rete italiana contraccezione aborto, Amica e Vita di Donna) hanno chiesto di dare priorità agli aborti farmacologici e, in questo ambito, di autorizzare la procedura abortiva senza ricovero in ospedale, direttamente a casa della donna con l’ausilio della telemedicina da remoto (cioè “online”), “affinché – specificano i quattro – sia garantito ad ogni donna, sull’intero territorio nazionale, l’accesso al servizio di interruzione volontaria di gravidanza”. Benché gli autori dell’appello spieghino che “ritengono doveroso tutelare la salute e i diritti delle donne, nel rispetto di tutte le misure necessarie per contenere e contrastare il diffondersi della pandemia”, la soluzione che propongono non tutela affatto la salute per i seguenti motivi:

  • Il ritorno all’aborto casalingo fai-da-te. La prima domanda che sorge spontanea è: ma l’aborto indotto non era stato ospedalizzato proprio per evitare che gli aborti fai-da-te in casa mettessero in pericolo la salute della donna? Non è forse questo uno dei motivi che ha condotto alla legalizzazione dell’aborto: far uscire l’aborto indotto “dal privato” convertendolo in un servizio pubblico garantito in tutta sicurezza in ospedale, con personale medico preparato, condizioni igieniche adeguate e un’assistenza sanitaria pronta e qualificata affinché la donna che abortisce non si faccia male?

Ci troviamo qui di fronte a un ulteriore assoluto che però decade immediatamente se si presentano condizioni che mettono in discussione il normale proseguimento degli aborti indotti. Infatti, per quanto nessuno voglia che una donna si faccia male con un aborto casalingo fai-da-te, la logica che la legge applica nei confronti della donna abortente, non viene applicata in nessun altro ambito e per nessun’altra questione. Del resto nessuno si sognerebbe di chiedere, per esempio, la legalizzazione della rapina in banca, dello stupro o dell’infanticidio con l’obiettivo di renderli più sicuri per i loro artefici: è, infatti, irragionevole legalizzare qualcosa di sbagliato solo perché vi è la possibilità che qualcuno si faccia male. La legge non può essere tenuta in ostaggio da un cittadino che minacciasse di farsi del male: non possiamo di certo legalizzare l’infanticidio se una madre dice che brucerà la casa con dentro lei e il figlio se lo Stato non lo legalizza. Tuttavia, quella medesima madre più uccidere legalmente quel figlio in grembo prima che nasca, a motivo del fatto che con un aborto fai-da-te si possa fare male.

Questo assoluto, che si applica solo nei confronti della donna abortente, non vale più se arriva, come abbiamo visto, una pandemia virale tale da creare impedimenti al normale proseguimento degli aborti indotti. In questo caso, per i sostenitori dell’aborto, la donna può tornare tranquillamente ad abortire in casa, da sola, in condizioni igienico-sanitarie inadeguate, senza personale medico presente accanto a lei che l’assista e intervenga tempestivamente se insorgono complicazioni.

  • L’aborto farmacologico è molto più pericoloso dell’aborto chirurgico. Un altro motivo per il quale la proposta degli abortisti non tutela la salute della donna è che l’aborto farmacologico (che chiedono di privilegiare durante la pandemia) è molto più pericoloso rispetto al metodo chirurgico. La letteratura scientifica evidenzia per l’aborto medico un rischio di complicanze immediate 4 volte più elevato (20% contro 5,6%), con rischi molto più alti di emorragia, infezione grave (sepsi), aborto incompleto e necessità di ripetere l’Ivg, così come di dover andare al pronto soccorso o di aver bisogno di un ricovero ospedaliero per un trattamento post-aborto[5][6][7]. A questo si deve aggiungere il fatto che la mortalità associata all’aborto medico è ben dieci volte superiore a quella del metodo chirurgico. È del tutto evidente che un aborto farmacologico fai-da-te a casa non farebbe che aggravare ulteriormente i rischi già più elevati per la salute. Ma la salute della donna può tranquillamente passare in secondo piano se, a quanto pare, gli abortisti ravvisano il rischio ben più grave che l’aborto indotto subisca rallentamenti e limitazioni. In questo caso, la salute perde la priorità: la donna può benissimo abortire con il metodo più pericoloso e, come se non bastasse, lo deve perfino fare a casa sua e da sé.
  • L’aborto fai-da-te non esclude le occasioni di contagio al coronavirus. Per quanto appena visto, quindi, l’aborto farmacologico fai-da-te a casa può fallire proprio nell’altro obiettivo che gli abortisti vorrebbero raggiungere, ovvero nel contenere le occasioni di contagio al coronavirus se la donna abortisse in ospedale. Infatti, in caso di febbre alta a causa di un’infezione potenzialmente letale come la sepsi o di un’emorragia che non si arresta, è al pronto soccorso che la donna si recherà; e se sta così male da non riuscire a raggiungerlo con le proprie gambe, è del personale d’emergenza del 118 e di un’ambulanza che avrà bisogno; e se incorre in un aborto incompleto, è in ospedale che dovrà andare per sottoporsi alla revisione della cavità uterina o alla ripetizione dell’aborto. Tutte queste eventualità comporteranno un maggior disservizio rispetto a un aborto programmato in ospedale, esponendo di conseguenza la donna a un maggior rischio di contagio al Covid-19.
  • L’aborto medico indebolisce il sistema immunitario. Un altro fattore che rende l’aborto medico particolarmente pericoloso proprio in questo periodo, è dovuto all’effetto immunosoppressore dell’Ru486 per il fatto di aumentare la produzione di cortisolo nel sangue. “Il cortisolo, è un ormone glicocorticoide, che agisce sia sul sistema immunitario facendo diminuire la capacità dei leucociti di migrare verso le zone dei tessuti infetti e di sopprimere l’espressione genica dei linfociti, sia sulla capacità dei neutrofili di uccidere le cellule batteriche. Tutti questi effetti impediscono al sistema immunitario di combattere l’aggressione batterica[8]. Questo spiega come mai uno degli effetti più comuni dell’Ru486 siano proprio le infezioni pelviche o genitali. La pillola abortiva lascia quindi nella donna un sistema immunitario debilitato – che è attualmente l’unico “strumento” che abbiamo per combattere il Covid-19, visto che non esistono né cure certe né un vaccino –, rendendola perciò più debole e vulnerabile anche verso il coronavirus in caso di contagio.

Rischi e complicazioni provocate dall’aborto indotto alla salute psicofisica della donna. L’esempio più lampante di quanto la tutela della salute della donna non conti più nulla nel caso in cui arrivi a mettere in discussione l’aborto indotto, ce lo fornisce la pressoché totale omertà o minimizzazione delle complicazioni psicofisiche provocate proprio dall’aborto indotto alla salute della donna.

Sono trascorsi ormai più di quarant’anni da quando a livello mondiale l’aborto è diventato legale. Si tratta di un tempo congruo per la valutazione dei suoi effetti sulla salute, soprattutto alla luce del fatto che la legalizzazione è avvenuta proprio con l’obiettivo specifico di tutelare la salute psicofisica della donna. In altre parole, per vedere se la legalizzazione di una pratica, introdotta specificatamente per tutelare la salute, ha avuto efficacia, rende doveroso che si verifichi a distanza di tempo (e un quarantennio è sicuramente un periodo adeguato) se quell’obiettivo è stato raggiunto, ovvero se l’aborto indotto ha effettivamente portato giovamento alle donne che hanno abortito.

Per fare questa verifica vi sono due modalità: esaminare la vastissima letteratura scientifica condotta in merito e ascoltare le donne che hanno abortito. Entrambe le modalità ci dicono che la legalizzazione dell’aborto ha fallito. Le testimonianze delle donne che hanno fatto ricorso all’aborto e che per questo hanno riportato complicazioni psicofisiche o si sono ritrovate con la vita distrutta, ormai non si contano più, tant’è vero che in tutto il mondo sono nati siti web e associazioni (come “Rachel’s Vineyard”) o campagne (come “Silent no more”) con l’intenzione di dare voce alle esperienze traumatiche di queste donne, facendole uscire dall’ombra dove i paladini pro-aborto vorrebbero che restassero; di mettere in guardia coloro che stanno valutando di abortire, affinché si rendano conto di quello a cui possono andare incontro e non commettano lo stesso errore; di curare le molte ferite psicologiche provocate dall’aborto indotto.

Il fallimento è certificato anche dal nutrito gruppo di studi scientifici condotti sull’argomento, i quali dimostrano che l’aborto indotto è effettivamente in grado di danneggiare proprio quella salute psicofisica che la legge afferma di voler tutelare. Emorragie, infezioni, aborto mancato o incompleto, danno al collo dell’utero, perforazione e cicatrizzazione della parete uterina, danni agli organi interni, problemi legati all’anestesia, sono le principali complicazioni fisiche immediate provocate dalle procedure abortive, evidenziate in letteratura. A queste vi sono da aggiungere le complicazioni fisiche che l’aborto indotto può provocare in gravidanze successive (aborti spontanei ripetuti, parto prematuro, placenta previa, maggior sanguinamento in gravidanza, isterectomia post-partum) e le complicazioni, sempre fisiche, che possono insorgere a distanza di tempo (infertilità, sterilità, cancro al seno). Al vasto gruppo delle complicazioni fisiche (immediate, in successive gravidanze e a distanza di tempo) si devono aggiungere le complicazioni di natura psichica, evidenziate sempre dagli studi scientifici, come: sofferenza emotiva, ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, abuso di sostanze e comportamenti autolesionistici, problemi di salute mentale in successive gravidanze[9].

In sostanza, mentre da un lato l’aborto indotto dovrebbe curare i supposti problemi psicologici associati a una gravidanza indesiderata, dall’altro lato la letteratura scientifica dimostra che esso può effettivamente danneggiare la salute di molte donne sia a livello fisico che psichico. Si tratta di dati che mettono in discussione la legge sull’aborto legale nelle sue fondamenta e che, perciò, potrebbero innescare un riesame della legge in modo sfavorevole all’aborto. Cosa fanno, allora, i sostenitori dell’aborto per scongiurare quest’eventualità? Insabbiano tutto, negano, minimizzano, sottostimano, denigrano gli studi svantaggiosi per l’aborto e i loro autori, promuovono studi farlocchi non rappresentativi, finanziati da potenti organizzazioni abortiste (per es. lo studio “Turnaway” si veda nota n. 10), e li spacciano per verità assolute. Le complicazioni correlate all’aborto indotto sono fatte oggetto di manipolazioni e falsificazioni su più livelli[10], con l’obiettivo di creare un quadro nebuloso e incerto e, perciò, difficile da qualificare e quantificare; di creare ostacoli a chi voglia studiare il fenomeno in maniera non ideologica e fedele alla realtà; di nascondere all’opinione pubblica, e alle donne stesse, la verità sull’impatto negativo dell’aborto volontario sulla salute, affinché esso continui ad apparire come una procedura sicura, non venga messo in discussione e prosegua a oltranza.

Le Relazioni annuali sull’attuazione della legge 194/78 mostrano che la salute della donna non è affatto tutelata

Ancora una volta, quindi, la donna perde tutte le tutele se i problemi a carico della sua salute psicofisica avversano, e non favoriscono, il proseguimento degli aborti e la legittimità dell’aborto legale. Si tratta di un fenomeno che avviene a livello globale nell’ambito del quale anche le nostre Istituzioni sanitarie non sono da meno. Mi riferisco in particolare al documento italiano sull’aborto per eccellenza, quello nel quale è riportata, con cadenza annuale, la situazione relativa alle Ivg praticate sull’intero territorio nazionale: la relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194.

Da queste relazioni annuali emerge un quadro a dir poco sconcertante[11]: la maggior parte delle complicazioni immediate non sono specificate (sono inglobate nella voce generica “altro”) e, le uniche due riportate (emorragie e infezioni) risultano sottostimate, in particolare per ciò che concerne i casi di emorragia riconducibili agli aborti farmacologici; manca l’ammontare degli aborti mancati o incompleti che si verificano, nonostante questo dato sia stato inserito nel modello Istat D12 già dal 2013; in alcune relazioni emergono dati che si contraddicono tra loro e persino una sottostima del numero totale degli aborti; sono presenti ogni anno molti casi di complicazioni non rilevate; i calcoli mostrano una forte sottostima delle complicazioni immediate provocate dall’aborto farmacologico; è presente un numero considerevole di aborti per i quali non è specificato il metodo utilizzato e molti altri dei quali non si conosce l’epoca gestazionale (che è per legge una condizione fondamentale per accedere all’aborto); mancano completamente le motivazioni per le quali la donna chiede di abortire; nelle relazioni mancano tutte le complicazioni fisiche che possono insorgere in successive gravidanze e a lungo termine, nonché tutte quelle che influiscono sulla salute psichica.

Le relazioni evidenziano uno scenario sconclusionato, contradditorio e approssimativo che denota poca serietà e inadeguatezza per un documento ufficiale emanato dal Ministero della Salute, ma anche, fatto ancor più grave, che le Istituzioni sanitarie non stanno tutelando la salute delle donne abortenti come stabilisce invece la 194. Infatti, non si tutela la salute della donna se costei non viene correttamente informata su tutte le complicazioni a cui può andare incontro se si sottopone all’aborto indotto. Non si tutela la salute della donna se vi sono così tanti casi non rilevati di complicazioni, per cui non si è verificato se l’aborto abbia lasciato delle complicanze pericolose per la salute come, per esempio, un’infezione, che se non viene adeguatamente trattata può aggravarsi in sepsi (infezione potenzialmente letale) o provocare infertilità o sterilità futura. Non si tutela la salute della donna se si sottostimano le complicazioni, facendo apparire l’aborto indotto più sicuro di quanto non sia in realtà. Non si tutela la donna se non la si interroga sulle motivazioni che la spingono ad abortire al fine di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione di gravidanza, come previsto dalla legge.

Tutto questo fa pensare che la salute della donna sia servita solamente per avere la legge sull’aborto legale, infatti, come dimostrano i numerosi esempi, una volta avuta la legge, della salute della donna non importa più niente a nessuno, nemmeno a chi ha a livello politico il compito prioritario di tutelarla: il Ministero della Salute.

Mortalità correlata all’aborto indotto: gli studi di record-linkage confutano la narrazione abortista

La mortalità correlata all’aborto è un altro parametro che gli abortisti usano per promuovere l’aborto a discapito della salute della donna. Cosa dicono i paladini pro-aborto? Dicono che si muore più di parto che di aborto indotto. In questo modo l’aborto viene presentato come una procedura sicura, addirittura più sicura del parto, motivo per cui una donna che si trovi ad affrontare una gravidanza indesiderata è incoraggiata ad abortire piuttosto che a portarla avanti e partorire. Questa supposta maggior sicurezza dell’aborto indotto non è tuttavia argomento caro solo agli abortisti, infatti lo ritroviamo anche nei documenti ufficiali del Ministero della salute, in particolare nella relazione sulla 194 del 2016, dell’ex Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, in cui si trova scritto che “l’Ivg effettuata in una struttura sanitaria da personale competente è una procedura sicura con un rischio di mortalità inferiore all’aborto spontaneo e al parto”. Ma è davvero così? No, non lo è, principalmente per due motivi.

1) Le morti correlate all’aborto indotto sono sempre sottostimate

Come ho già osservato precedentemente, le complicazioni correlate all’aborto indotto sono fatte oggetto di manipolazioni e falsificazioni su più livelli. Quest’occultamento interessa anche la mortalità correlata all’aborto indotto, determinando una forte sottostima delle morti associate all’aborto. Secondo i ricercatori impegnati nel calcolo della mortalità materna, questa sottostima è dovuta a numerose criticità tra cui le seguenti:

  • Nei certificati di morte non vengono riportate le gravidanze in corso o recenti delle donne decedute. Per esempio, negli Stati Uniti la mancata segnalazione riguarda circa il 50% dei certificati di morte; nelle Regioni italiane la sottostima dei decessi materni nei certificati di morte è addirittura più elevata, pari al 63% e al 60,3%, come hanno rispettivamente individuato due studi italiani di record-linkage, finanziati dal Ministero della Salute[12].
  • Nei certificati di morte non vengono riportate le cause che hanno provocato la morte;
  • Aborti volontari e aborti spontanei sono raggruppati insieme (per es. nelle stime dell’OMS).
  • Per timore di implicazioni legali o sociali, i familiari di donne morte a causa dell’aborto sono riluttanti a partecipare alle ricerche.
  • Le morti per suicidio o dovute a infezioni prolungate nel tempo possono essere difficili da attribuire a una causa specifica.
  • A causa della somiglianza tra le complicazioni correlate all’aborto indotto con le complicazioni dovute ad altri problemi ostetrici (aborto spontaneo, emorragie, sepsi), le morti legate all’aborto provocate da queste complicanze sono classificate come morti materne non correlate all’aborto o anche come non correlate alla maternità.
  • Le organizzazioni governative preposte al calcolo dei tassi di mortalità materna, prendono in esame solo un’unica fonte di dati (i certificati di morte) rifiutandosi di adottare il più veritiero metodo di record linkage…[13].

2) Si prendono in esame solo le morti dirette precoci desunte perlopiù dai soli certificati di morte

Come riportano le relazioni sulla 194, in Italia sono morte, a causa di complicazioni immediate, due donne nel 2014, una per shock settico e una per emorragia interna, e una donna nel 2016, sempre per emorragia. Ma, come abbiamo visto, l’aborto non cessa nell’immediato i suoi effetti negativi, bensì è foriero di problematiche psicofisiche anche successivamente. Si tratta di problematiche che hanno un impatto negativo diretto sulla salute della donna e per questo ne influenzano la mortalità. Se non si prendono in considerazione anche questi decessi materni, si avrà perciò un risultato parziale e incompleto. A questo bisogna inoltre aggiungere il fatto che i calcoli ufficiali dei rapporti di mortalità materna (MMR) sono desunti dai soli certificati di morte ai quali, come abbiamo osservato, sfuggono ben 6 decessi materni su 10.

È qui che entrano in gioco le preziose procedure di record-linkage le quali, mediante il confronto tra più fonti di dati, consentono di ottenere sia una stima affidabile della mortalità materna in generale (precoce e tardiva), sia la suddivisione di questi decessi per ciascun esito di gravidanza (parto, aborto spontaneo, aborto indotto). Questo secondo calcolo, offerto dagli studi di linkage, ci permette di confrontare tra loro i rapporti di mortalità materna per tutti gli esiti di gravidanza e quindi di verificare, per le principali cause di mortalità, l’incidenza correlata al parto rispetto a quella dell’aborto indotto.

Tutti i più autorevoli e rappresentativi studi di linkage condotti sulla mortalità materna, hanno evidenziato per l’aborto indotto gli indici di mortalità più elevati, sia nei confronti dell’aborto spontaneo che soprattutto rispetto al parto[14][15]. La gravidanza portata a termine è quella che presenta gli indici di mortalità più bassi in assoluto, persino più bassi anche delle donne non incinte della popolazione generale. Questo ci dimostra che non è affatto vero che si muore più di parto che di aborto indotto e, quindi, che l’aborto indotto sia più sicuro del parto. La letteratura scientifica autorevole e rappresentativa ci dice che è vero esattamente il contrario, ovvero che il parto ha un effetto protettivo sulla salute, mentre è proprio l’aborto indotto ad avere l’impatto più negativo sulla salute della donna in generale.

Si tratta di risultati che confutano la narrazione abortista e che perciò mettono ancora una volta in discussione l’aborto indotto. E, allora, cosa fanno gli abortisti, così preoccupati di tutelare la salute della donna abortente? Non parlano di questi risultati, ignorano i dati e gli studi, continuando a ripetere lo slogan trito e ritrito che l’aborto è più sicuro del parto. A non fare luce su questa realtà contribuisce spesso proprio la ricerca scientifica, preoccupata più di non entrare in conflitto con le potenti lobby abortiste, di non pregiudicare la narrazione pro-aborto, di mantenere lo status quo e il quieto vivere (pena la persecuzione e il rischio di perdere i fondi e/o il lavoro), che di tutelare la salute della donna.

Lo vediamo per esempio nei due studi italiani di record-linkage già citati, che hanno evidenziato la forte sottostima della mortalità materna presente sui certificati di morte. Il secondo passaggio degli studi avrebbe dovuto prevedere la suddivisione dei decessi, oltre che nell’ambito dei parti, anche per le perdite di gravidanza (aborto spontaneo e aborto indotto), ma i ricercatori non l’hanno fatto. E quando è stato chiesto loro, da parte di un noto ricercatore statunitense (il dott. Reardon, autore di una grande revisione sugli studi di linkage sulla mortalità materna: si veda nota n. 14), di ripartire tali decessi, i ricercatori italiani hanno risposto con un rifiuto.

Nonostante ciò, un risultato relativo al secondo di questi studi, sono riuscita a reperirlo nel Primo Rapporto ItOSS (Italian Obstetric Surveillance System) elaborato dal Sistema Italiano di Sorveglianza Ostetrica dell’ISS. In questo rapporto gli autori hanno ripartito le morti materne per suicidio correlate ai vari esiti di gravidanza, rilevate dal secondo studio italiano di linkage, ma pur non avendo costoro conteggiato gli MMR, i dati a disposizione mi hanno comunque consentito di calcolarli. Il risultato è che le donne che in Italia si sono sottoposte all’aborto indotto (MMR 2,66) hanno il 150% (1,5 volte) in più di probabilità di suicidarsi entro 1 anno rispetto a coloro che hanno partorito (MMR 1,12)[16]. Il dato è perfettamente in linea con quanto evidenziato dagli studi di linkage finlandesi, danesi e statunitensi (si veda nota n. 12) e, al pari di questi, anch’esso sconfessa la narrazione abortista evidenziando appunto che, in realtà, si muore (per suicidio) molto più a seguito di aborto indotto che di parto.

Conclusioni

Le molte contraddizioni sulla tutela della salute della donna, che l’emergenza coronavirus ha per l’ennesima volta evidenziato, ci dicono che una riflessione sui principi fondanti dell’aborto legale non può più essere rimandata e andrebbe quanto prima affrontata. Non è infatti possibile che la salute della donna sia usata in maniera così strumentale e ideologica, ovvero che la tutela valga solo quando si tratti di promuovere l’aborto indotto e svanisca quando invece l’aborto indotto la mette in discussione.

Questa riflessione sull’aborto dovrebbe inoltre comprendere l’ascolto (in maniera rappresentativa) delle donne che hanno abortito, e le loro testimonianze, nonché l’analisi della vasta letteratura scientifica (autorevole e rappresentativa) degli ultimi decenni, realizzata sulle complicazioni psicofisiche (e la conseguente mortalità) provocate dall’aborto indotto. Si tratta di fare una verifica che appare doverosa dopo oltre quarant’anni di aborto legale, soprattutto alla luce del fatto che la legalizzazione è avvenuta proprio con l’obiettivo specifico di tutelare la salute delle donne.

Una riflessione sull’aborto andrebbe inoltre intrapresa anche per il fatto che l’aborto legale non ha per nulla eliminato l’aborto clandestino, che era l’altro obiettivo che la legalizzazione avrebbe dovuto conseguire. Gli aborti clandestini e fai-da-te non hanno mai smesso di essere praticati e tuttora continuano a esserci sull’intero territorio nazionale, nonostante la possibilità per la donna di abortire legalmente in un ospedale pubblico. I sostenitori dell’aborto giustificano questo fallimento puntando il dito sull’obiezione di coscienza; affermando che, se le donne stanno tornando alla clandestinità, è tutta colpa dell’alto numero di medici obiettori che impedisce di soddisfare tutte le richieste di aborto. Si tratta, in realtà, di un’accusa assolutamente strumentale perché se si analizza il fenomeno con serietà, abbandonando gli slogan, si scopre che con gli aborti clandestini l’obiezione di coscienza non c’entra proprio nulla[17].

L’auspicio è quindi quello che, quando l’emergenza coronavirus sarà terminata, si possa finalmente iniziare a fare un bilancio su ciò che è accaduto negli ultimi quarant’anni in Italia con la legalizzazione dell’aborto, dando finalmente il via a una non più procrastinabile revisione della legge 194/78, visto che i fatti evidenziano un uso ideologico e numerose contraddizioni nella tutela della salute della donna abortente (principio ispiratore di questa legge) e un sostanziale fallimento dei suoi due principali obiettivi (tutela della salute ed eliminazione dell’aborto clandestino)[18].

LORENZA PERFORI

_____________________

[1] Simone Gorla, “Coronavirus, stop a interventi chirurgici: dove si applica e quali prestazioni sono garantite”, www.fanpage.it, 24 marzo 2020.

[2] Mary Margaret Olohan, “World Health Organization: Abortion Is ‘Essential’ During Coronavirus Pandemic”, dailycaller.com, 4 aprile 2020.

[3] “Un milione di ricoveri e 500 mila operazioni ‘rimandati per pandemia’”, www.huffingtonpost.it, 28 marzo 2020.

[4] “Giornata mondiale della salute: 94 i medici morti per Covid-19. Il 52% degli infermieri è stato contagiato”, www.huffingtonpost.it, 7 aprile 2020.

[5] Niinimäki M, Pouta A, Bloigu A, Gissler M, Hemminki E, Suhonen S, Heikinheimo O., Immediate complications after medical compared with surgical termination of pregnancy, Oct. 2009, Obstetrics and Gynecology, 114(4):795-804.

[6] Ea Mulligan BMBS, BMedSc, MHAdmin, PhD, FRACGP, FRACMA, FACHSE, Mifepristone in South Australia, May 2011, Australian Family Physician, Vol. 40, No. 5.

[7] Lorenza Perfori, Cara Lalli, la verità, la prego, sull’aborto, Libertà e Persona, 18 giugno 2019, https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/cara-lalli-la-verita-la-prego-sullaborto.

[8] V. Baldini – G.M. Carbone, Pillole che uccidono. Quello che nessuno ti dice sulla contraccezione, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2006, p. 105.

[9] Tutte le complicazioni fisiche e psichiche sono state specificate, unitamente agli studi scientifici riportati in letteratura, in: Lorenza Perfori, Per la salute delle donne, ProVita & Famiglia onlus, http://www.vestilafamiglia.it/libreria/59-lorenza-perfori-per-la-salute-delle-donne.html.

[10] Lorenza Perfori, Ecco le cause che generano la sottostima delle complicazioni fisiche e psichiche provocate dall’aborto indotto, Libertà e Persona, 24 novembre 2018. https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/ecco-le-cause-che-generano-la-sottostima-delle-complicazioni-fisiche-e-psichiche-provocate-dallaborto-indotto.

[11] Lorenza Perfori, Complicanze associate all’aborto indotto: il Ministero della Salute “dà i numeri”, Libertà e Persona, 3 settembre 2018. https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/complicanze-associate-allaborto-indotto-il-ministero-della-salute-da-i-numeri.

[12] Lorenza Perfori, Due studi italiani di record-linkage evidenziano la forte sottostima della mortalità materna in Italia, ma tacciono sulla mortalità correlata all’aborto indotto, Libertà e Persona, 11 febbraio 2020. https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/due-studi-italiani-di-record-linkage-evidenziano-la-forte-sottostima-della-mortalita-materna-in-italia-ma-tacciono-sulla-mortalita-correlata-allaborto-indotto.

[13] Lorenza Perfori, Ecco le cause che generano la sottostima delle complicazioni fisiche e psichiche provocate dall’aborto indotto, ibid.

[14] David C. Reardon and John M. Thorp, Pregnancy associated death in record linkage studies relative to delivery, termination of pregnancy, and natural losses: A systematic review with a narrative synthesis and meta-analysis, SAGE Open Medicine, 2017 Nov 13, 5:2050312117740490, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5692130/.

[15] Lorenza Perfori, Due studi italiani di record-linkage evidenziano la forte sottostima della mortalità materna in Italia, ma tacciono sulla mortalità correlata all’aborto indotto, ibid.

[16] Lorenza Perfori, Il primo Rapporto ItOSS rivela: 18 donne si sono suicidate in Italia entro un anno dall’aborto indotto, in 10 Regioni italiane, nel periodo di 7 anni 2006-2012, Libertà e Persona, 14 marzo 2020. https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/il-primo-rapporto-itoss-rivela-18-donne-si-sono-suicidate-in-italia-entro-un-anno-dallaborto-indotto-in-10-regioni-italiane-nel-periodo-di-7-anni-2006-2012.

[17] Lorenza Perfori, Aborti clandestini: miti e realtà, Libertà e Persona, 31 gennaio 2019 https://lorenzaperfori.weebly.com/i-miei-articoli/aborti-clandestini-miti-e-realta.

[18] Lorenza Perfori, La 194 ha fallito, Fede & Cultura, maggio 2014.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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