ALLEANZA DEL BUON SENSO TRA INDUSTRIALI E DSC. Parla la Presidente di Confindustria Udine

di Samuele Cecotti.

Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

GLI IMPRENDITORI FARANNO CIO CHE SERVE, MA IL GOVERNO?

Intervista a Anna Mareschi Danieli, Presidente Confindustria Udine

“Basta assistenzialismo. Basta parole d’impatto (“liquidità immediata”) che poi non si possono mantenere. Basta contrapposizioni e polemiche fini a sé stesse. Sì ad investimenti pubblici per stimolare quelli privati, sì alla digitalizzazione del nostro Paese. Sì alla riforma della giustizia. Sì a programmi di formazione allineati con il tempo in cui viviamo. Sì all’insegnare lo spirito di sacrificio ai giovani. Sì alla sburocratizzazione”. 

La pandemia da SARS-CoV-2 (COVID-19) ha generato una crisi sanitaria mondiale variamente affrontata e gestita dai diversi Stati coinvolti. Pur nella diversità delle soluzioni adottate dai governi questa emergenza epidemiologica si va sempre più intrecciando con una crisi economica globale che ha trovato nel lockdown imposto alle attività produttive e commerciali di molti importanti Paesi (in UE Italia, Spagna, Francia più di altri) il proprio detonatore. Lo scenario che già ora si disegna innanzi a noi è quello d’una recessione globale di ingenti proporzioni, d’una economia europea ferita profondamente in molti importanti settori e di una situazione italiana più grave di altre per l’entità del danno arrecato all’economia nazionale e per lo stato preoccupante della finanza pubblica. Il nostro Osservatorio, a partire dal documento dell’arcivescovo Crepaldi, ha subito indicato nel dopo-coronavirus la più seria delle sfide prevedendo crisi economica e conseguente crisi sociale, in un quadro di evidente deficit politico e di manifesta inadeguatezza dell’UE, come il durissimo terreno su cui si dovrà cimentare l’Italia (e la sua classe dirigente) nei prossimi mesi e anni. Ne abbiamo parlato – e la ringraziamo moltissimo per la generosa disponibilità – con la dottoressa Anna Mareschi Danieli, Presidente della Confindustria di Udine, sino a febbraio di quest’anno Direttore Finanziario della Danieli & C. Officine Meccaniche Spa e ora Vice Chariman di ABS, Acciaierie Bertoli Safau Spa, la parte Steelmaking del gruppo Danieli.

Presidente, Confindustria e i suoi associati hanno dimostrato in questi mesi grande senso di responsabilità e spirito di collaborazione con il governo. Allo stesso tempo Confindustria ha più volte fatto presente al governo la gravità della situazione. Ci aiuta a capire lo scenario economico del dopo-coronavirus e quali siano i rischi per il sistema industriale italiano?

Purtroppo siamo partiti da un’economia stagnante, che non aveva ancora recuperato la perdita di PIL ingenerata dalla crisi del 2008 e da una situazione dei conti pubblici fuori controllo. È un po’ come ammalarsi di coronavirus da immuno-depressi insomma. Le possibilità di sopravvivenza si riducono notevolmente e non sono possibili senza una gestione della malattia strutturata e di dettaglio. Le agenzie internazionali prevedono una caduta del PIL fino a -10% (e ribadisco che il livello di partenza era già basso). Esperienza vuole che dopo ogni profonda crisi ci sia un rimbalzo, ma questo avviene se e solo se gli strumenti messi in campo da chi ci governa risultano adeguati, efficaci e di rapida implementazione. Cosa che ahimè non vedo. Gli imprenditori sanno che per rialzarsi da periodi di difficoltà si deve investire, per evolvere. Ma la mancanza di fiducia di oggi ha portato anche chi potrebbe pensare di agire così a non riuscire ad essere abbastanza positivo per decidere di peggiorare nel breve termine la propria posizione per progettare un futuro più roseo. Non so se mi sono spiegata: non si vede la luce alla fine del tunnel. Non si può basare sempre tutto solo ed esclusivamente sulla forza del settore privato, che fra l’altro è stato l’unico vero motore degli ultimi anni.

Confindustria Udine non fa politica, ma dice le cose come stanno offrendo soluzioni concrete. Oggi il livello di ascolto è molto basso e l’autorevolezza, guadagnata sul campo e con fatica, non fa la differenza.

Il governo italiano ha decretato forse la più imponente forma di lockdown realizzata in un Paese occidentale. Lo stato emergenziale ha indotto ad un generale spirito di sostegno alle iniziative dell’esecutivo, pur non essendo mai mancate autorevoli voci critiche in Parlamento e nella società civile. L’emergenza non è ancora cessata ma si inizia ora a valutare con più libertà la bontà, l’efficacia, il rapporto costi/benefici delle misure prese. Secondo lei aver optato per il modello “tutto chiuso e tutti in casa” piuttosto che per il mantenimento, nei limiti del possibile, della normale vita economica lavorando sulla sicurezza degli ambienti e delle persone si è rivelata opzione saggia?

Guardi, mi hanno insegnato a non entrare nel merito di cose che non conosco approfonditamente, quindi con estrema umiltà le posso dire che non so se sia stato giusto procedere con il lockdown totale, tuttavia assumiamo per un momento che sia così. Quindi “tutto chiuso” per la tutela della salute delle persone, bene imprescindibile. Ma questo periodo avrebbe dovuto essere utilizzato non solo per riorganizzare il sistema sanitario e per gli approvvigionamenti dei DPI necessari, ma anche per la definizione di una strategia di contenimento del contagio in ottica della riapertura nel più breve tempo possibile (es. Austria, ha chiuso per circa due settimane). Mentre ad oggi non c’è alcuna strategia per il tracciamento dei positivi. Sì, c’è l’ipotesi di una App facoltativa e che lascia al singolo (supponiamo padre di famiglia con 2 figli minori a carico, un mutuo e le scuole chiuse) la responsabilità di auto isolarsi. È stato tutto uno scarico di responsabilità: al comitato tecnico scientifico prima, alla commissione per il riavvio delle attività produttive poi, alle imprese stesse che vedono il contagio da Covid identificato come incidente sul lavoro. Non c’è stata una battaglia alle fake news spesso utilizzate per convenienza da Governo e opposizione. Non c’è insomma unità nazionale su nulla. Si va avanti a battaglie per accaparrarsi il consenso che portano a mere ipoteche sul nostro futuro.

Come vede, da donna d’industria, i prossimi mesi e anni degli imprenditori italiani? Come reagire positivamente a questa crisi epocale?

Dobbiamo imparare dai nostri errori. Solo così possiamo sperare di uscirne. Dobbiamo pretendere competenza, coerenza, esperienza, credibilità internazionale da chi ci governa. E quando dico pretendere non intendo che va bene scegliere il male minore. Chi vuole governare la complessità del nostro Paese deve essere un fuoriclasse, coraggioso e capace di assumersi responsabilità pesanti. Dalle crisi, gli imprenditori lo sanno, si esce solo aumentando l’agilità aziendale, incrementando la flessibilità ai cambiamenti sempre più rapidi del mercato, investendo nel futuro, quindi evolvendo. Noi imprenditori siamo pronti a fare tutto ciò che serve. Pretendiamo che chi ci governa faccia altrettanto.

Cosa dovrebbe fare il governo per scongiurare il crollo dell’economia italiana? Cosa invece non dovrebbe proprio fare?

Basta assistenzialismo. Basta parole d’impatto (“liquidità immediata”) che poi non si possono mantenere. Basta contrapposizioni e polemiche fini a sé stesse. Sì ad investimenti pubblici per stimolare quelli privati, sì alla digitalizzazione del nostro Paese. Sì alla riforma della giustizia. Sì a programmi di formazione allineati con il tempo in cui viviamo. Sì all’insegnare lo spirito di sacrificio ai giovani. Sì alla sburocratizzazione.

Non prova delusione, come imprenditrice e come cittadina europea, per questa UE manifestamente inadeguata alla sfida posta dalla dimensione della crisi?

Non mi sento di definire la UE inadeguata, mi pare piuttosto che non risulti credibile. La UE, nel suo progetto inziale di federalismo monetario e fiscale, è un progetto utilissimo, ma non ci si è ancora resi conto che forse c’è chi la UE in effetti non la vuole. C’è chi non si rende conto che insieme, uniti, saremmo molto più forti, ma questo sarebbe fattibile solo se gli organismi sovranazionali da cui è formata fossero tali. Oggi il comportamento della BCE e il giudizio della Corte di Giustizia della UE sono stati appellati dalla Corte Suprema Tedesca. Beh, così non si va da nessuna parte. Da europeista convinta c’è stato un momento nel quale ho temuto addirittura per la sopravvivenza del progetto europeo in sé. Molti passi avanti, impensabili prima della crisi, sono stati fatti, ma è chiaro che non basta. Dovremmo arrivare a qualche forma di mutualizzazione del debito contratto in seguito alla pandemia (e questo non perché oggi ne ha bisogno l’Italia, e domani si vedrà, deve essere un meccanismo automatico che entra in vigore nel momento di una situazione di estrema difficoltà che non deve dipendere dal comportamento del singolo Stato). Ma ancora non ci siamo. A questo punto, rispetto alle decisioni europee, mi preoccupa molto anche il fattore tempo. Auspicabilmente arriveremo all’obiettivo, ma se non sarà colto in tempi brevi rischia di essere comunque troppo tardi per l’Italia.

Chi fa industria è di necessità pragmatico, allo stesso tempo deve avere visione, saper guardare lontano. Nei prossimi anni questo realismo lungimirante sarà forse una delle cose più preziose. Come ritiene che il mondo industriale possa contribuire al buon governo del Paese? Vede la possibilità d’un fecondo innesto di cultura imprenditoriale nella cultura politica del Paese?

Sarebbe sicuramente utile, ma il fatto è che chi fa industria, quella vera, non ha il tempo né il carattere per la lentezza del far politica. Sono due cose troppo distanti fra loro. In azienda ci vuole agilità, prontezza, flessibilità ai repentini cambiamenti del mercato, coraggio di sapere prendere decisioni pesanti e dure per il bene del futuro. La politica è un’attività che richiede taaaaaanto tempo, relazioni, telefonate (utili e inutili), ma anche preparazione e cultura, esperienza maturata sul campo, competenze (il fatto che i Partiti non esistano più ha ridotto di molto la competenza e l’esperienza della classe politica attuale). La qualità della nostra classe dirigente, a tutti i livelli, sarà determinante per affrontare le sfide che abbiamo davanti. Quanto al contributo dell’imprenditoria nel dibattuto pubblico penso che Confindustria abbia il diritto, anzi il dovere, di fare proposte, di avanzare un’idea del Paese. Veniamo da una stagione nella quale i corpi intermedi sono stati messi all’angolo. Un po’ per colpa loro, in parte per un tentativo, franato miseramente, di rivolgersi direttamente ai singoli cittadini elettori. Una deriva pessima, perché incapace di rappresentare la complessità delle strutture sociali contemporanee e inconcludente sul piano delle necessarie strategie di medio lungo termine che fanno la differenza tra uno Stato competitivo e un Paese agganciato al consenso del presente, ma senza visione.

La crisi economica genera la crisi sociale. Come rispondere? La Dottrina sociale della Chiesa (DSC) ha tra i suoi principi fondamentali la sussidiarietà così come è parte della tradizione sociale cattolica l’idea della mutualità (si pensi alla storia delle società di mutuo e soccorso) che tiene insieme responsabilità individuale nella previdenza e solidarietà. È invece del tutto estraneo alla DSC il paradigma socialdemocratico dello Stato-Provvidenza. Proprietà privata, libertà d’impresa, valore spirituale del lavoro, responsabilità sociale dell’impresa, Welfare community (più che Welfare State) sono il cuore dell’idea sociale cattolica. Il rischio è che alla crisi si aggiunga invece il fardello d’un pesante statalismo/assistenzialismo. Cosa ne pensa? Vede questo rischio? Se si, come disinnescarlo?

Sì lo vedo. Uno dei grandi problemi di oggi è che gli esempi che abbiamo avuto per molti anni e alcuni che abbiamo ancora adesso ci hanno insegnato la convenienza di essere individualisti. Non c’è nulla di più sbagliato. Le imprese individualiste sono per lo più fallite, per esempio. Oggi gli imprenditori si rendono conto che la cosa più importante che esiste è il capitale umano. Sanno che da soli non andrebbero da nessuna parte e lo riconoscono. Credo che oggi esista un Governo totalmente anti impresa anche per questo motivo. Le famiglie che si creano all’interno delle imprese, con unità di intenti vera, fanno paura come modello per il futuro. L’assistenzialismo è di per sé qualcosa che deve far parte dell’animo umano, ma con ragionevolezza e cervello, nel senso che se qualcuno è sovrappeso non posso continuare a rifornirlo di dolci solo perché questo lo fa falsamente felice. Vede, io capisco per certi versi la Germania quando sostiene che non è giusto continuare a dare soldi all’Italia che alla fine li sperpera senza creare valore, sviluppo, eccetera. Insomma, è comprensibile. Vero è anche che ci troviamo in una situazione di emergenza estrema e non è il momento di fare i difficili. Mi rendo conto che la situazione non sia per nulla semplice, ma santo cielo chi governa deve essere preparato per farlo! Nel nostro Paese esiste una pesante, autolesionista e controproducente cultura anti impresa. Mi permetta di sottolineare che questa è un’impostazione antistorica, oltre che un vero e proprio pregiudizio. Da questa impostazione deriva anche una certa predisposizione all’assistenzialismo e allo statalismo che, lungi dal risolvere i legittimi interessi di tutela delle persone, finisce per frenare lo sviluppo e non garantire efficacemente proprio i più deboli.

Volendo essere positivi e dunque ragionando sulle opportunità che questa crisi economica può offrire. Potremmo immaginare una spinta verso il ripensamento di certi paradigmi più che discutibili? La stessa difficoltà delle finanze pubbliche potrebbe indurre a ripensare il Welfare in senso non statalista, ovvero come Welfare community? Molte aziende, in questi anni, hanno dato ottimi esempi di Welfare aziendale. Si potrebbe sviluppare molto di più? E integrare Welfare aziendale con altre espressioni non statali di Welfare in un quadro più comunitario che assistenziale?

Su questo tema, con me, sfonda una porta aperta. Le posso assicurare che molte imprese, ovviamente a partire da quelle di dimensione maggiore, coltivano questa sensibilità e la traducono anche in iniziative concrete. Lo stesso Gruppo industriale nel quale opero ha attivato un asilo aziendale con certificazione per la somministrazione del latte materno, una scuola elementare e media internazionale pubblica non statale, una accademy e molte altre iniziative di welfare. Per troppo tempo, tornando al ragionamento precedente, si è pensato che a tutto debba pensare lo Stato. Abbiamo coltivato l’idea di uno Stato mamma, che alla prova dei fatti si è dimostrato inevitabilmente matrigna. Il pubblico, da solo, non può soddisfare tutte queste richieste di servizio e di protezione sociale sia per carenze di risorse, sia per deficit organizzativi. Ciascuno, per come può, deve chiedersi dunque cosa può fare, di propria iniziativa, per fare la sua parte. Dobbiamo convincerci che la costruzione del bene comune non spetta unicamente allo Stato ma a tutti i soggetti che compongono la società civile: imprese, scuola, università, enti intermedi, istituzioni e così via, senza dimenticare l’enorme importanza della famiglia. L’importante, però, è che lo Stato, senza arretrare nei suoi compiti, incoraggi, sostenga e non ostacoli questo contributo privato nell’erogazione dei servizi alle persone.

Un altro punto è forse quello delle relazioni tra lavoratori dipendenti e impresa. Storicamente l’Italia ha una tradizione sindacale dominata dal paradigma conflittuale mentre lo spirito aziendalista è sempre stato osteggiato. La DSC, invece, parla di comune imprenditorialità di datore di lavoro e lavoratori dipendenti, dell’azienda come “consorzio di capitale e lavoro”, di partecipazione dei lavoratori ai rischi e agli utili d’impresa. Da questa crisi non potrebbe uscire un nuovo modello di relazioni collaborativo e non conflittuale/rivendicazionista, partecipativo e sanamente aziendalista?

Il concetto che pone in contrasto impresa/sindacato è vecchio e ormai poco applicabile. Il ruolo dei sindacati, come tutto il resto, deve e sta evolvendo. È l’impresa la prima interessata alla tutela del suo capitale umano, perché senza non esisterebbe impresa. Ovvio è che ci sono dei casi che vanno nella direzione opposta e questi vanno assolutamente cambiati. Non dimentichiamoci che il welfare aziendale nasce da imprenditori illuminati come il marchese Ginori e Olivetti. Lo stesso entrò successivamente in crisi a causa della crisi degli Anni 70 quando gli imprenditori non riuscivano a sobbarcarsi tutte le spese conseguenti. Oggi le imprese sono molto consapevoli che il welfare aziendale è materia indispensabile per la buona riuscita del lavoro. E il concetto di responsabilità sociale d’impresa è un paradigma acquisito da parte delle imprese. Anzi, le imprese competitive sono proprio quelle che l’hanno implementato.

Un’ultima domanda, ringraziandola ancora moltissimo per la disponibilità: la DSC, questo sapere teologico che dalla Rerum novarum di Leone XIII sino alla Caritas in veritate di Benedetto XVI ha impegnato la Chiesa sulle grandi questioni politiche, giuridiche, economiche degli ultimi due secoli, può rappresentare, secondo lei, un orizzonte stimolante per pensare l’economia e la società di domani? Si potrebbe addirittura ipotizzare una “alleanza del buon senso” tra cultura imprenditoriale e DSC?

Tutto ciò che riguarda il buon senso, per quanto mi riguarda, è da sviluppare. L’impresa è una comunità di persone in cui l’imprenditore e i collaboratori esprimono i propri talenti per lo sviluppo e la costruzione del bene comune, quello dell’impresa certo, ma anche quello delle persone che vi lavorano, ma, più in generale, pure del territorio e della società. Ricordo che nella parabola dei talenti coloro che sono riusciti a moltiplicare la ricchezza sono elogiati per la loro energia e perseveranza, mentre l’amministratore pigro, quello che per evitare i rischi e gli ostacoli nasconde il talento, viene criticato. La responsabilità sociale dell’impresa riguarda non solo gli azionisti, ma i dipendenti, le comunità e le istituzioni locali, i clienti, i fornitori e, possiamo aggiungere, le generazioni future e la tutela dell’ambiente. Si tratta della visione strategica dell’impresa secondo il paradigma degli stakeholder, cioè dei portatori di interesse, sia interni che esterni all’azienda stessa. Perciò, quando la cultura d’impresa oggi parla di creazione di valore condiviso (fermo restando che l’obiettivo di un’impresa è necessariamente quello della creazione di valore) credo che questo concetto possa essere utilmente accostato a quello di bene comune citato dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Vista in questi termini, dunque, l’alleanza del buon senso che lei suggerisce, in un’epoca nella quale il buon senso è risorsa scarsa, è decisamente auspicabile e, aggiungerei, benvenuta.

Grazie!

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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