Un appello ai patrioti

di Gaetano Quagliariello.

“Nave senza nocchiere in gran tempesta”. C’aveva azzeccato, il Poeta. Ma forse nemmeno la fervida immaginazione dantesca sarebbe arrivata a prefigurare ciò che sta accadendo nel mondo e nella nostra Italia nell’anno domini 2020.

Prendiamo solo qualche perla dagli ultimi giorni.

Il pasticcio delle date, ad esempio. A pochi giorni dall’estensione del lockdown al 13 aprile (mossa certamente più cauta rispetto al panico scatenato dalla fissazione al 31 luglio del termine potenziale per la fine dello stato di emergenza), è arrivato via radio dalla protezione civile l’invito a mettersi l’anima in pace per il primo maggio, poi si è parlato del 16 (su domanda giornalistica, a onor del vero), o forse prima, o forse dopo, dipende dai dati ma se i dati sono quelli forniti quotidianamente alle ore 18, con criteri ancora scarsamente comprensibili, non c’è da star tranquilli.

Prima del caos sul lockdown, c’era stato il down (dell’Inps) sull’indennità di 600 euro ad autonomi e partite Iva. Inizialmente s’era parlato di un “click-day”, poi è arrivata la smentita, poi però è stata ufficializzata la regola dell’”ordine cronologico di presentazione della domanda” (cioè il “click-day” tradotto in italiano), poi è stata smentita pure quella ma troppo tardi, sicché alla mezzanotte del giorno indicato è scattata la ressa e il costoso portale dell’Istituto nazionale di previdenza è collassato e addirittura ha iniziato a sputare i dati sensibili degli ignari iscritti. Il presidente del Consiglio e il presidente dell’Inps hanno dato la colpa agli hacker, s’è scomodato pure il Comitato di controllo sui servizi segreti, ma pare che non sia andata esattamente così. Facciamo anche stavolta finta di niente.

La scuola. Immaginare un giudizio rigoroso dopo un anno scolastico andato a gambe per aria è certamente irrealistico e anche un po’ crudele. Ma con gli insegnanti e i genitori impegnati a garantire per il possibile un minimo di continuità didattica, a tenere bambini e ragazzi concentrati sui compiti a casa e le lezioni a distanza, c’era proprio bisogno di annunciare con oltre due mesi d’anticipo che non ci saranno né bocciati né rimandati? Certamente alla grande maggioranza dei nostri studenti basterà l’autodisciplina e la voglia di imparare per continuare a stare sui libri senza l’incombenza di un giudizio, ma era necessario far venir meno qualsiasi residuo stimolo in termini di deterrenza?

Non la tiriamo ulteriormente per le lunghe. Potremmo parlare della vicenda delle mascherine o della telenovela delle passeggiate sì, passeggiate no, con figlio ma senza cane, con cane ma senza figlio, a pie’ veloce ma non troppo, ma per ora asteniamoci. Né apriamo qui capitoli troppo complessi come la trattativa con un’Europa che sembra aver premuto il pulsante dell’autodistruzione. Il vaso di pandora dell’economia in questa sede non lo scoperchiamo proprio. Né, infine, ci soffermiamo su un tema di importanza capitale che andrà affrontato con la dovuta determinazione: lo sbandamento di una politica estera che giorno dopo giorno, vistosamente e pericolosamente, sta spostando il nostro Paese verso l’area di influenza della Cina senza che neppure se ne sia mai potuto discutere.

Il punto è un altro, ed è a monte. Serve una guida consona a una situazione d’emergenza. Il presidente del Consiglio, nel bene e nel male, inizialmente aveva dato l’impressione di volersi piazzare in cabina di comando e pilotare il Paese nella sua sfida più difficile. Col tempo, però, ha cambiato gioco. Lo ha notato Francesco Verderami sulle pagine del Corriere della Sera: mostrarsi in prima linea quando c’è da essere empatici e atteggiarsi a Churchill; lasciare il cerino in mano ad altri quando all’atto pratico le cose si mettono male.

Che fare? La sguaiata polifonia che si nasconde dietro l’apparente decisionismo, l’esercizio della responsabilità a geometria variabile a seconda che ci sia da prendere applausi o pernacchie, questa ricerca degli onori mentre si scansano gli oneri, è un dramma nel dramma. Perché la sofferenza dell’economia rischia di diventare a breve insostenibile, la criminalità organizzata ha già individuato i settori più indeboliti sui quali allungare le mani attraverso i propri agenti usurai, e anche la resistenza psicofisica dei cittadini potrebbe iniziare presto a dare qualche segno di cedimento.

Al dopo bisogna iniziare a pensare. Oggi, non domani. Non è ovviamente un invito alla superficialità: con la salute non si gioca e la morte solitaria di tanti nostri concittadini ci richiama alla massima responsabilità. E’ altrettanto evidente, tuttavia, che non si può procedere per opposte suggestioni. E’ sbagliatissimo porre il tema come se ci fosse da decidere il costo comparativo di una vita umana (inviolabile) e di un’azienda che chiude. Non scherziamo. Il Paese ha bisogno di un serio avanzamento di prospettiva in progressione con il quadro epidemiologico, tenendo conto di fattori diversi, ma anche con la consapevolezza che è in gioco la stessa tenuta socio-economica del Paese.

Con tutte le prudenze del caso, la ripartenza va pianificata fin da ora perché non sarà una passeggiata. Bisogna iniziare a ragionare tenendo conto del tipo di attività, della quantità di persone che coinvolge, della collocazione geografica. Né si può sostenere, come ha fatto qualche leader del centrodestra, che a decidere devono essere i tecnici. I tecnici vanno certamente ascoltati, ma quando le esigenze in gioco sono diverse, vitali e talvolta contrastanti, la politica è chiamata ad assumersi le sue responsabilità. A scegliere.

Nessuno sembra fare i conti con l’enorme onere che questo comporta. Manca una regia, mancano adeguati attori protagonisti ma – bisogna dirlo – anche gli antagonisti devono battere un colpo.

Riaprire, quando riaprire, come riaprire e come accompagnare l’Italia in questo delicato passaggio è una responsabilità che si deve assumere l’intero Paese. Non basta qualche riunione via Skype al termine della quale la maggioranza possa dire di aver ascoltato la minoranza e la minoranza possa dire di essersi battuta per qualche emendamento.

La tempesta è forte. Personalmente sono stato fra i pochissimi nell’opposizione a espormi fin dall’inizio di questa crisi, chiedendo un cambio di governo e il varo di un esecutivo emergenziale di salute pubblica con tutti dentro. Ma se anche non si vuole arrivare a un coinvolgimento pieno, resta il fatto che limitarsi ad attendere di governare in futuro quando gli elettori sanzioneranno il default dell’attuale classe dirigente non basta e, soprattutto, non è onorevole.

Facciamoci sentire, amici dell’opposizione, non solo per mandare segnali ai nostri elettorati di riferimento. Ristrutturiamo il tavolo: pretendiamo non una cabina di regia (termine che richiama vecchi riti stantii) ma un vero tavolo di “restart” in cui condividere il piano di riapertura e ripartenza e le relative responsabilità. Chiediamo che si chiamino in campo nei posti chiave i nostri campioni nazionali. Prendiamo in mano il Paese e riaccendiamo i motori. Ma per fare questo è necessario che l’opposizione batta un colpo e chieda di essere coinvolta fino in fondo. Se siamo patrioti, serve metterci la faccia ora. Subito. Adesso.

Fonte: l’Occidentale

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