“Meno sacramenti più Chiesa”. La Conferenza Episcopale Italiana e Mons. Giovanni D’Ercole tengono saldo il timone.

Il 27 Aprile, c.a., on line, compare questo appello di Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo e sacerdote, la cui mitezza e delicatezza ci sono note fin dai primi anni del suo ministero, quando già era un conosciuto e apprezzato volto televisivo RAI.

Ora, improvvisamente, Mons. Giovanni d’Ercole assume toni e lucidità

diversi, intervenendo a proposito dei diritti di Cristo e dei cristiani.

Solo meno di due mesi prima, era, invece, intervenuto con un altro video in tono molto collaborativo con le autorità, pur nel dolore e nella pena per la necessità di andare incontro alle disposizioni del Governo Italiano per tentare di arginare il contagio (9 Marzo 2020 qui).

Ecco il Comunicato CEI

“Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto”. Le parole del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, nell’intervista rilasciata lo scorso giovedì 23 aprile ad Avvenire arrivavano dopo un’interlocuzione continua e disponibile tra la Segreteria Generale della CEI, il Ministero e la stessa Presidenza del Consiglio.

Un’interlocuzione nella quale la Chiesa ha accettato, con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria. Un’interlocuzione nel corso della quale più volte si è sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale.

Ora, dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la CEI presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo.

Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia.

I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale.

26 Aprile 2020

Quando molti fedeli, a titolo personale, o in modo associato, anche tramite stampa on line, fin dall’inizio notarono l’incongruità tra le esigenze sanitarie e il trattamento riservato dai Decreti alle celebrazioni, ridotte a rango di manifestazioni religiose, testate Cattoliche ben note li contrastarono, appoggiando inequivocabilmente il Decreto, che pur dava disponi oltre le competenze previste in materia di rapporti tra Stato e Chiesa.

Ora, la stessa CEI, sottindende l’arbitrio e richiama il Governo al rispetto delle aree di influenza.

Se, all’inizio, la sospensione di ogni attività religiosa poteva essere giustificata e tollerata, per concorrere al meglio alla risoluzione di una situazione ritenuta pericolosa, ora in nessun modo, non sussistendo la medesima situazione, il Decreto della “Fase 2” non può continuare a limitare le libertà religiose (tra l’altro non solo della Chiesa Cattolica, ma anche di altre confessioni cristiane e gruppi religiosi diversi).

Con coraggio, la Segreteria della CEI, dopo anni in cui nello stesso mondo cattolico imperversava il ritornello “meno sacramenti più chiesa”, distruggendo in tanti fedeli il senso della celebrazione, –tra l’altro spesso ridotta a festa, banchetto, dimenticando il sacrificio redentore-, ristabilisce con fermezza la connessione e dipendenza della grande opera di solidarietà della Chiesa dalla sua nascita dalla fede, che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale.

Ma nel frattempo i fedeli?

In molte chiese, i fedeli non sono più entrati nemmeno per la preghiera personale. Un magistrato è stato fermato dai vigili perché voleva entrare in chiesa a pregare. Forze dell’ordine sono intervenute anche a celebrazioni alle quali assistevano solo i ministranti diversi. Un sacerdote multato per aver dato l’eucaristia senza utilizzare i guanti, perché le specie sarebbero alimento, come il pane, ecc.

Altri fedeli hanno continuato ad andare in chiesa individualmente per la preghiera personale. Moltissimi si sono spiritualmente uniti a celebrazioni via TV e internet, ma in molti si è insinuata la convinzione, più che nel passato, che “guardare” la messa in chiesa, o in televisione, sia la stessa cosa.

Così, sono rimasto stupefatto, quando, avendo ieri pubblicato su fb il video di Mons. D’Ercole, a parte alcune decine di commenti di approvazione, decine e decine sono stati quelli di forte critica al Vescovo, giungendo a considera la sua posizione pericolosa per la salute pubblica.

Non solo si vedono i risultati del lavaggio del cervello televisivo, ma anche il crollo in troppe persone, -che vanno ordinariamente in chiesa, preciso-, dei fondamenti della fede e del senso critico, anche dopo l’intervento della CEI. Ciò deve farci pensare!

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