PANDEMIA DI CORONAVIRUS O DI PAURA?

Messaggio di Mons. Pascal Roland, Vescovo di Belley-Ars.

 

Vescovo di Belley-Ars, Sua Ecc. Mons. Pascal Roland

Da carnevale in poi, dalle televisioni e, molto spesso, anche dai giornali, sembra essere scomparsa ogni notizia e problematica che non sia il Coronavirus Covid 19.

Se, i primi giorni, l’allarme poteva quasi giustificare questa super attenzione mediatica all’inatteso problema,- inatteso per noi, ma non per i

virologi ricercatori (quelli veri, non gli specialisti in virologia, epidemiologia, infettivologia, che, in genere, hanno più il compito di curare che di ricercare)- successivamente mi sono posto delle domande. Infatti, il tamburo battente, ossessionante e ansiogeno, non si limitava ai TG, ma si allargava ad ogni tavola rotonda e trasmissione quotidiana. Perfino LA7, che vanta la distanza dalle notizie trasformate in telenovelas, si uniformava generalmente all’aria che tira, tranne almeno una sera, quando Lilli Gruber, la nota giornalista televisiva che conduce la trasmissione Otto e mezzo, finalmente, avanzò perplessità su codesta insistenza.

Domande

Mi chiedevo: come mai, per affrontare la lotta al virus, ci si affida solo a specialisti del distanziamento a tutti i costi? Come mai si esaltano i medici, definiti come eroi, quando sappiamo che, poveri loro, sono costretti ad operare in condizioni estreme, rese tali dal taglio decennale dei posti letto negli ospedali (tutti gli ospedali sia statali che convenzionati)? Come mai nessuno controbatte il politico di turno, che accusa lo Stato di aver favorito la sanità privata e che questa sarebbe stata la causa di carenza di posti, cosa non vera, perché i posti sono conteggiati sul presunto fabbisogno complessivo?

Perché non si era in grado di dire che, indipendentemente dai posti statali o convenzionati, le terapie intensive e le rianimazioni devono essere complessivamente proporzionate ad una popolazione di sessanta milioni di abitanti e non di venti?

Ma, uscendo dalla questione pandemia, come mai sono scomparsi dalla nostra attenzione, e quasi sempre, anche dalle Agenzie stampa, laiche o cattoliche, temi come la guerra in Libia, la guerra Turchia-Siria, la tensione Stati Uniti-Russia, la tensione Europa-Turchia e relativi profughi, le più grandi manovre NATO, da dopo la Guerra in Irak e, comunque, tra le più grandi della storia, ecc., ecc., ecc.?

Un Vescovo ci aiuta

Benché, in qualche passaggio, la lettera del Vescovo di Belley-Ars , Sua Ecc. Mons. Pascal Roland, possa sembrare eccessiva (vedi l’irrinunciabilità alla stretta di mano come segno di pace – vi possono essere altri segni di pace, che non richiedano il contatto, come l’abbraccio simbolico ritualizzato a distanza-) o non i sembri appropriato confrontare il numero dei porti causati da alcool e fumo a quello di morti causati da una epidemia, tuttavia, codesta riflessione offre criteri e visioni che, sul piano antropologico e religioso, andrebbero prese in considerazione e dibattute, quali premesse per ulteriori approfondimenti che ci riproponiamo di offrire.

Ecco il testo integrale.

La traduzione italiana della Lettera del Vescovo di Belley-Ars in Francia ripresa dal sito korazim.org dell’ 8 Marzo 2020 a firma di Vik van Brantegem.



Più che l’epidemia di coronavirus, dobbiamo temere l’epidemia di paura. Da parte mia, mi rifiuto di cedere al panico collettivo e di sottomettermi al principio di precauzione che sembra muovere le istituzioni civili. Quindi non intendo impartire istruzioni specifiche per la mia diocesi: i cristiani smetteranno di incontrarsi per pregare? rinunceranno a relazionarsi e ad aiutare i loro fratelli? A parte le elementari precauzioni che tutti prendono spontaneamente per non contagiare gli altri quando sono malati, non intendo aggiungere altro.
Dovremmo ricordare che in situazioni molto più gravi, quelle delle grandi piaghe, e quando i mezzi sanitari non erano quelli di oggi, i popoli cristiani si distinsero per le loro preghiere collettive, per l’aiuto ai malati, assistendo i moribondi e seppellendo i morti. In breve, i discepoli di Cristo non si allontanarono da Dio o si nascosero dai loro simili, ma piuttosto il contrario.
Il panico collettivo a cui stiamo assistendo oggi non rivela la nostra relazione distorta con la realtà della morte? Non manifesta l’ansia che causa la perdita di Dio? Vogliamo nascondere che siamo mortali e, essendo chiusi alla dimensione spirituale del nostro essere, perdiamo terreno. Avendo tecniche sempre più sofisticate ed efficienti, intendiamo dominare tutto e nascondere che non siamo i signori della vita.
A proposito, teniamo presente che la coincidenza di questa epidemia con i dibattiti sulle leggi sulla bioetica ci ricorda la nostra fragilità umana. Questa crisi globale ha almeno il vantaggio di ricordarci che viviamo in una casa comune, che siamo tutti vulnerabili e interdipendenti e che la cooperazione è più urgente della chiusura dei nostri confini. Sembra che tutti abbiamo perso la testa.
In ogni caso, viviamo nella menzogna. Perché improvvisamente focalizziamo la nostra attenzione solo sul coronavirus? Perché nascondere che ogni anno in Francia la banale influenza stagionale colpisce tra 2 e 6 milioni di persone e provoca circa 8.000 decessi? Sembra anche che abbiamo eliminato dalla nostra memoria collettiva il fatto che l’alcol è responsabile di 41.000 decessi all’anno e che si stima che 73.000 siano causati dal tabacco.
Lungi da me, quindi, l’idea di prescrivere la chiusura delle chiese, la soppressione delle messe, l’abbandono del segno di pace durante l’Eucaristia, l’imposizione di questa o quella modalità per ricevere la Comunione, considerata più igienica, perché una chiesa non è un luogo di rischio, ma un luogo di salvezza. È uno spazio in cui accogliamo Colui che è la Vita, Gesù Cristo, e dove, attraverso Lui, con Lui e in Lui, impariamo a vivere insieme. Una chiesa deve rimanere quello che è: un luogo di speranza.
Dovremmo sigillare le nostre case? Dovremmo saccheggiare il supermercato del quartiere e accumulare riserve per prepararci ad un assedio? No! Perché un cristiano non teme la morte. È consapevole di essere mortale, ma sa a chi si è affidato. Crede in Gesù, che lo afferma: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Gv 11, 25- 26) Sa di essere abitato e animato dallo “Spirito di colui che risuscitò Gesù dai morti” (Rm 8,11).
Inoltre, un cristiano non appartiene a se stesso, la sua vita deve essere offerta, perché segue Gesù, che insegna: “Chi vuole salvare la propria vita la perderà; ma chi perde la sua vita per me e il Vangelo la salverà” (Mc 8,35). Certamente non si espone indebitamente, ma nemmeno cerca di preservarsi. Seguendo il suo Maestro e Signore crocifisso, il cristiano impara a donarsi generosamente al servizio dei suoi fratelli più fragili, in vista della vita eterna.
Quindi, non cediamo all’epidemia di paura. Non siamo morti viventi. Come direbbe Papa Francesco: non lasciatevi rubare la speranza!
+ Pascal Roland
Vescovo di Belley-Ars
Francia

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