La pandemia e le sue conseguenze nella luce di Dio e della sua Provvidenza

di Padre Dr. Arturo A. Ruiz Freites IVE.

Tavolo di lavoro sul dopo-coronavirus

La pandemia e le sue conseguenze nella luce di Dio e della sua Provvidenza. Un richiamo urgente

S o m m a r i o

  1. Una adeguata considerazione

I.1. Male fisico e vulnerabilità umana

I.2. Dio, il male fisico e il male morale

I.3. Miracoli, intervento divino, castigo?

  1. L’urgente richiamo ad un adeguato atteggiamento

II.1. Ognuno

II.2. Nell’odine civile, politico-temporale

II.3. Nella società ecclesiale

II.4. “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”

Vorrei condividere un’analisi e riflessione su quanto sta accadendo nel mondo, di fronte alla commozione e allo stupore di tutti, e a partire da questo, condividere soprattutto un richiamo, un’esortazione, una grave e urgente richiesta, che prego quanti di buona volontà, di fare propria e di diffondere il più possibile, in modo che giunga a tutti, specialmente alle autorità religiose e civili

Lo faccio perché nell’immensa mole di notizie, opinioni, analisi e riflessioni, soprattutto a livello di comunicazioni di massa, sulla sorprendente realtà scatenata dalla pandemia del “coronavirus”, in ciò che si pensa e si fa al riguardo credo manchi qualcosa di fondamentale: ciò che accade è visto e considerato in modo parziale e riduttivo, e pertanto è parziale e riduttivo come ci poniamo innanzi ad esso nei nostri atteggiamenti e comportamenti. Si affronta questa realtà alla luce delle scienze naturali e dei mezzi umani, buoni ed utili in sé, ma manca quella sapienza che consideri le realtà nelle loro prime cause ed ultimi fini; la considerazione e il nostro comportamento e il nostro agire sono gravemente insufficienti se non si attuano con quella sapienza che integra la sapienza umana filosofica e la sapienza divina donataci con la fede. Se non vediamo adeguatamente la realtà non operiamo, di conseguenza, in modo adeguato.

  1. Un’adeguata considerazione

I.1. Male fisico e vulnerabilità umana

Vediamo quindi di considerare prima di tutto la realtà, ciò che sta accadendo: una pandemia virale a partire da un virus, un microorganismo, che mai prima, a quanto si sa, è arrivato a contagiare l’uomo, e ora che ci è arrivato, devasta per la sua rapidità ed efficacia distruttiva. È un organismo appartenente a ciò che chiamiamo natura, ossia il sistema connesso e interattivo degli esseri dei regni minerale, vegetale e animale, il mondo, distinto da noi esseri umani, ma con cui siamo in relazione per la nostra corporeità organica. Non abbiamo sufficienti elementi per giudicare con certezza se ci sia stato trasmesso da un pipistrello, come hanno detto, o se sia uscito da qualche laboratorio, accidentalmente o intenzionalmente, sappiamo però che vaga sciolto, causando pandemia e panico, come un leone scappato dalla gabbia, con tutte le funeste conseguenze mediche, sanitarie, politiche, economiche, sociali e religiose (fino al punto di sospendere il libero esercizio del diritto alla libertà religiosa, alle pubbliche Messe con partecipazione di popolo, similmente all’interdetto canonico[1]). Conseguenze che tutto il mondo sta patendo e patirà. Un giorno si saprà se sia passato dal pipistrello all’uomo o se ci sia stata umana responsabilità di negligenza o malizia. Ma questo non è urgente da sapere per arrestare e superare adeguatamente il male che ci minaccia. Ciò che ci interessa scoprire subito è l’entità e il danno di questo agente patogeno, perché e come ci sta procurando tanto e tanti mali, e come contrastarlo adeguatamente in quanto al senso profondo del nostro operare innanzi a ciò. Timore, impotenza, angustia, ansia, panico, disperazione, fino ad alcuni suicidi! Tutto questo ci chiede di considerare urgentemente le cose in tutta la loro dimensione e di adottare il corretto comportamento.

Non si tratta qui dell’analisi biomedica del virus e dell’infermità da contagio, né delle misure di profilassi, prevenzione, diagnosi, trattamento, terapie, ricerca e sperimentazione di medicine, cure e vaccini, isolamento, distanze di sicurezza, spostamento e assembramenti di persone, ecc., ecc. E nemmeno di analisi politiche, sociologiche, economiche, psicologiche, d’impatto pandemico… Tutto ciò va molto bene, è necessario, ma non sufficiente, è imprescindibile ma parziale, la nostra razionalità richiede una spiegazione e un comportamento pienamente umano, sapienziale, circa la nostra vulnerabilità dinanzi alla peste, la nostra impotenza, e la nostra realtà umana personale, spirituale e come società. Anche se in futuro si riuscirà a contenere il fenomeno e si troverà una medicina, cura o vaccino, si prescriveranno misure politiche ed economiche, non toglierà l’infermità, la  morte, e tutto ciò che ne segue e ne seguirà.

Si tratta di sapere con sapienza filosofica e teologica cos’è questo male fisico-corporeo, il perché della sua natura e delle sue cause, per assumere un completo e adeguato comportamento. Perché un virus può divorarci i polmoni, renderci infermi e ucciderci con tanta rapidità e aggressività: non alla luce della sua struttura e funzionalità biologica, ma della sua realtà e del suo agire in quanto tale, dal punto di vista della ragione filosofica e della fede: perché esiste e agisce causandoci tanto male, e come umanamente ci poniamo di fronte ad esso.

La prima cosa da evidenziare è che il virus agisce o opera secondo la propria natura, cercando di vivere e nutrirsi delle nostre cellule. Non è una causa intelligente e libera, maliziosamente colpevole, agisce determinato dal suo naturale modo di essere. Ciò che è per esso il fine di nutrirsi e riprodursi, è per noi la distruzione del nostro organismo, un male fisico e corporeo.

È la questione del male corporeo e fisico al quale siamo soggetti, come tutto nel mondo corporeo è soggetto alla generazione e corruzione dei viventi organici, alle trasformazioni sostanziali di tutti gli esseri del mondo corporeo: ad esempio ossigeno e idrogeno smettono di essere tali per formare l’acqua, una lepre muore quando di essa si ciba un leone, e del leone morto si cibano vermi e avvoltoi… e tutto ciò lo consideriamo normale nell’ordine dell’eco-sistema universale. Un essere fisico corporeo, agendo direttamente in base alla propria natura e finalità, cioè secondo la tendenza al proprio bene necessariamente impressa nel suo essere, causa indirettamente il male nell’altro. Il male in sé non ha entità, è la privazione o carenza che accade ad un essere in particolare, ed è causato indirettamente da un altro che cerca direttamente il proprio bene particolare.

Ma cosa avviene quando, a causa di un altro, viene privato del proprio bene particolare l’uomo? Quando colpisce noi, non è lo stesso! Lo viviamo e soffriamo  nella nostra percezione psicologica e spirituale in modo totalmente distinto, consapevoli di quanto vada contro il nostro intimo desiderio di integrità, felicità e immortalità… E, dalla nostra anima, che in sé è spirituale, incorporea, immortale, però unita sostanzialmente al corpo come sua forma, che doveva trasmettere impassibilità e incorruttibilità al corpo, questa privazione ci risulta assai violenta, non naturale, non connaturale, sebbene percepiamo che da parte della nostra corporeità e sensibilità siamo vulnerabili alla corruzione, alle sofferenze e alla morte corporale.

Non vi è che un’unica risposta adeguata, ben al di là della pura ragione, ce la dà Dio stesso che ci ha dato l’anima con un tale desiderio d’immortalità, d’integrità, di felicità: il peccato dell’uomo, cioè, l’aver perso, per colpa propria, la relazione con Dio e il suo dono di grazia soprannaturale che poneva tutta la natura corporea a nostro servizio e ci rendeva impassibili e immortali alle forze corruttrici della stessa. I primi tre capitoli della Genesi contengono la spiegazione adeguata. È una spiegazione che vale per tutte le epoche e tutti i mali che ci affliggono nella nostra temporalità e corporeità: anche per l’attuale contagio.

Una prima conclusione è quindi che l’azione naturale del virus è un male fisico-corporeo per noi e in noi poiché siamo vulnerabili a causa della nostra corporea passibilità e mortalità, pena temporale a cui siamo soggetti, in contrasto con il nostro naturale desiderio, in conseguenza del peccato originale. La ragione vede la contrarietà per la nostra natura, la fede ci dà la spiegazione: pena temporale, fisica e corporea, con annesse sofferenze, tutto a causa della colpa morale; perso colpevolmente il nostro stato originale di amicizia in grazia divina, che implicava impassibilità e immortalità, preferendo la creatura al Creatore, siamo sottomessi all’interazione degli agenti creaturali nocivi. Lo aveva intravisto un pagano come Seneca, il quale scrisse: “il castigo del delitto sta nel delitto stesso” (Della fortuna, Parte II, c. 3), lo ha rivelato con precisione la Parola di Dio, che pure disse: “ognuno sarà castigato per mezzo di quelle cose con le quali pecca” (Sap 11,16)[2].

I.2 Dio, il male fisico e il male morale

Dalla considerazione della realtà corporeo-mondana e della realtà dell’uomo, corpo passibile e anima spirituale immortale che pena nel mondo, passiamo a considerare Dio, per vedere più completamente la cosa alla luce del primo principio e ultima causa di tutto.

Se tutto ha essere ma non è “l’essere”, bensì è il tale ente particolare: nessuna entità di questo mondo, né l’uomo, ha dato l’essere a sé stesso dalle proprie essenze o nature, ma lo ha ricevuto, lo ha per partecipazione, e pertanto causato da quell’essere distinto reale che “è” “lo” Essere, essere infinito, pertanto unico: Dio! Infinito nell’essere, infinito pertanto in bontà, causa diretta, universale e intima dell’essere e della bontà delle cose, e del dinamismo corrispondente alla natura e al fine di ogni ente particolare. Questa verità di ragione filosofica è affermata dalla nostra fede: nel Catechismo professiamo che “Dio è l’Essere assolutamente perfetto, creatore del Cielo e della Terra”.

Dio, che causa la causalità delle creature, primo motore trascendente di tutto quel che si muove e in tutto ciò che si muove, facendo che ogni ente corporeo cerchi il suo proprio bene, fa che indirettamente causi il male quando questo bene particolare priva un altro ente del suo bene particolare, però è per il bene dell’intero universo delle creature corporali. In nessuna maniera è a Lui imputabile un male morale per il fatto del male particolare fisico o corporeo che le creature causano reciprocamente nelle loro interazioni, quando una, per il proprio bene particolare, priva un’altra del proprio bene; Dio, che come causa creatrice e trascendente del cosmo e del suo dinamismo tutto governa con la sua provvidenza, lo ha così ordinato per il bene del tutto e il bene superiore dell’uomo al quale è ordinata la creazione corporea. Il problema è che l’uomo stesso si è condannato ad essere vulnerabile in questa interazione delle creature corporee. Dio però nella sua bontà e provvidenza ordina perfino questo per il bene maggiore del fine dell’universo: la salvezza nell’unione con Lui, partecipando alla sua vita eterna.

Dio non è un’entelecheia astratta, o qualcuno che abbia messo in moto l’universo come un meccanismo automatico di un orologio, ma è l’essere infinito, personale, liberamente creante per amore, per comunicare la partecipazione della sua bontà; a tutti è intimamente presente nel comunicare causalmente l’essere e, con esso, il dinamismo e la finalità di tutti gli enti. Specialmente è presente in ogni essere umano, la cui anima è direttamente e immediatamente creata da Lui e infusa in occasione della disposizione umana della procreazione[3]. In Dio non c’è il tempo, la sua eternità è presente a tutti i tempi e dalla stessa contempla tutta la moltitudine e la successione, nello spazio e nel tempo, dei mali che gli uomini si sono procurati e si procurano con il peccato, il peccato originale e i peccati personali.

Il male fisico-corporeo è solo relativo come privazione del bene particolare fisico di un ente particolare. Non è il vero male, che è il male morale: questo consiste nella privazione volontaria e colpevole della creatura spirituale del suo ordine a Dio, fine ultimo e vera felicità, indirettamente causato con il preferire un bene particolare a Dio, bene infinito: staccarsi da Dio e volgersi alla creatura (aversio a Deo et conversio ad creaturam), come lo definì S. Agostino e ribadito da S. Tommaso d’Aquino[4]. Nel peccatore, che nel suo volere si allontana dal vero e integrale bene umano, fallisce il fine ultimo dell’universo e questo sì che è un vero male, definitivo, che ha per conseguenza il male della pena eterna: la perdita di Dio. Il male morale non è in alcun modo causato trascendentalmente da Dio, causa della libera causalità umana: è attribuzione e responsabilità esclusiva della libera volontà colpevole; la volontà divina qui è solo permissiva, e per un bene maggiore. Dio muove come creatore, e tramite la sua grazia, la coscienza morale e la volontà dell’uomo verso il vero bene, ma con il suo libero arbitrio l’uomo può preferire un bene particolare contro il suo ordinarsi a Dio, dettatogli dalla sua coscienza e dalla legge divina. L’uomo con il suo peccato, si è reso dall’origine reo di pene temporali, soggetto alla dannosa interazione con le creature corporali, e reo colpevole di pena eterna, reiterando ciò con i peccati personali. Dio tuttavia non cambia e prosegue volendo la sua salvezza. Perciò la situazione dell’uomo nel mondo corporeo e nel tempo, nella sua vita terrena, nonostante la sua vulnerabilità penale, fintanto che non muore e si condanna alla pena eterna, ha il grande vantaggio dell’opportunità di una riconciliazione, della conversione, della salvezza.

Dio, davanti al male morale della colpa o peccato dell’uomo, da Lui permesso per un maggior bene, risponde con l’Incarnazione del suo Figlio unigenito, il Verbo di Dio stesso, il quale, fatto uomo, assume la passibilità corporea e fisica, sofferenza e mortalità, conseguenze penali del peccato. Patendo e morendo sulla Croce, offrendosi e implorando per la conversione e perdono dei peccatori, compresi i suoi crocifissori, mostrò questo bene maggiore per cui Dio permette e assume, nell’umanità del suo Figlio e per tutti gli uomini, il male della sofferenza e della morte. È la riconciliazione con Dio, la conversione a Lui, la cui realtà intimamente presente agli occhi dello spirito benché invisibile agli occhi del corpo, è stata dimenticata, disprezzata, tradita e offesa dai nostri peccati. Mediante l’unione e incorporazione a Gesù Cristo ci restituisce la grazia e l’amore di Dio e fa che ogni nostra pena temporale, vulnerabilità, passibilità, sofferenze tutte, perfino la morte, si uniscano al suo atto di amore di Dio su tutte le cose in espiazione, soddisfazione, sacrificio. Nell’amore di Dio, la pena e la sofferenza temporale sono mezzi di salvezza eterna.

Fino a qui la conclusione è quindi la seguente: Dio indirettamente vuole e permette che, nell’interazione fra creature corporee, il bene particolare di una implichi il male particolare dell’altra, per il bene superiore dell’ordine dell’universo corporeo al proprio fine. Dio non vuole, solo permette i mali morali, per il maggior bene della sua giustizia e misericordia e dell’opera salvifica di Gesù Cristo. Dio, non volendo ma permettendo il male morale umano del peccato originale ha permesso che l’uomo si fosse sottomesso all’interazione delle creature corporee che possano nuocergli corporalmente e temporalmente, compreso l’influsso di altri umani per via della mediazione della sensibilità e della corporeità, perfino del demonio (tenendo conto del fatto che per questa mediazione ci giunge perfino un influsso di malizia delle volontà create, ostili all’uomo, tentandolo al male morale, ma questo è un altro tema…). Questa pena umana, temporale e fisico-corporea, con tutte le penose implicazioni di sofferenze psicologiche e spirituali, è da Dio permessa nell’umana vulnerabilità, che l’uomo stesso si è data; è voluta indirettamente e permessa da Dio nella causalità divina, causa trascendente della causa seconda, la causalità creata, e dunque dell’interazione delle creature corporali, cioè, nell’agente che per il proprio bene particolare causa un male particolare fisico-temporale nell’uomo, e la serie di sofferenze che comporta.

Nella sua salvifica provvidenza, Dio ha disposto l’Incarnazione per la Salvezza mediante Cristo e la sua Croce: nella Passione e morte di Cristo e dei membri del suo Corpo mistico, fa che questa pena temporale umana, inflitta come pena per la colpa e causata dagli agenti o cause fisico-corporali, sia mezzo di salvezza. Lo stesso per il governo divino del mondo, provvidente per la Salvezza, ha stabilito questo nuovo ordine e senso soprannaturale per la vita temporale dell’uomo soggetto a sofferenza e morte.

1.3. Miracoli, intervento divino, castigo?

Nella sua onnipotenza creatrice, Dio che causa l’essere e l’agire delle creature come causa trascendente, può qui e ora operare un miracolo. Il miracolo è, come indicato dall’etimologia della parola, qualcosa che suscita meraviglia, ammirazione, quando percepiamo nella nostra esperienza che una cosa corporea fisica effettua qualcosa molto al di là dell’ordine della propria natura e azione, e questo solo Dio lo può causare, anche mediante qualcuno, come i miracoli di Cristo[5]. Ciò è per darci la certezza della sua onnipotente e salvifica presenza, affinché crediamo e riceviamo il suo Vangelo e la sua grazia. Soltanto negando la retta ragione filosofica che dimostra l’onnipotente causalità divina sull’essere, sulla natura, sull’operare e sulla finalità di tutti gli enti, cioè, essendo non razionali ma razionalisti, negando a Dio di essere Dio, si nega la possibilità del suo operare miracoli quando Egli voglia[6]. Ma allora bisogna pure negare i fatti storici, e smentire i testimoni oculari, o la veracità storica della testimonianza, come viene fatto dai biblisti razionalisti, in base al pregiudizio filosofico soggettivista che nega la realtà com’è… e la causa divino-trascendente di tutto, Dio trascendente, sostituendolo con il panteismo della soggettività o con una soggettività panteistica, coscienza o materia universale, mondo o Madre Terra che sia, o come la si chiami, Gaia o Pachamama…

Certo è che essendo Dio Colui che è (Gn 3,14), può operare miracoli. Può sì far agire le cause naturali molto al di là dei propri limiti, per divina onnipotenza, e dunque, può potenziare quanto impedire l’azione di una causa naturale. In altre parole, e nel caso concreto dell’azione degli agenti naturali dannosi per la vulnerabilità umana: Dio può operare miracolosamente nelle creature per potenziarne l’agire e dunque causare (indirettamente e permissivamente come abbiamo visto) un male o una pena e dolore temporale all’uomo, ad ognuno, o all’insieme, come castigo temporale in vista di un bene maggiore. La storia biblica è molto ricca di interventi divini di fatto: il diluvio, le miracolose sconfitte dei nemici di Israele, la peste d’Egitto e l’annientamento del Faraone e del suo esercito nel Mar Rosso, la peste al popolo per il peccato del Re Davide, ecc. Gesù Cristo stesso prese un frustino e castigò i mercanti del Tempio di Gerusalemme. Solamente un razionalista, contro la retta ragione anche filosofica, e contro ogni sapienza, può negare che Dio possa castigare e che castighi.

Però così come può castigare miracolosamente per un bene maggiore, per la conversione e per la salvezza, può miracolosamente impedire il male che può essere causato da un agente corporeo sull’uomo, o può miracolosamente sanarlo, e anche risuscitarlo da morte. Esiste anche di fatto, non solo come possibilità filosoficamente pensabile, nella storia della salvezza, tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento, e ciò risplende soprattutto in Cristo, come ci descrivono i Vangeli, avendone Egli risuscitati tre nella sua vita pubblica, Lazzaro per ultimo, per presentarsi poi Egli stesso come risorto, per proprio potere. Questo fonda la nostra speranza nella Resurrezione futura. Ma anche nel poter chiedere miracoli ora, che Dio freni la pandemia.

È curioso come quasi nessuno voglia pensare o dire che ciò che sta avvenendo possa sapere di castigo divino, come se questo rendesse Dio cattivo, come fosse male che un padre castigasse suo figlio perché questi si corregga. “Il padre che risparmia la verga non ama suo figlio, ma colui che l’ama lo disciplina con diligenza”, dice il libro dei Proverbi 13,24. Ed è quantomeno imbarazzante e vergognoso, se non indignante, sentirlo negare da dignitari e prelati, vigliaccamente sottomessi al secolarismo razionalista e ateo culturale imposto al mondo: hanno cambiato il Dio vero in un panteismo mondano storicista, sebbene continuino ad usare un linguaggio cristiano. È curioso che molti preghino chiedendo un miracolo a Dio, che intervenga levando la peste o rendendoci invulnerabili ad essa, ma non pensano che Dio stia operando un miracolo di castigo correttivo… Se può far questo, può fare anche quello!

Ad ogni anima può servire la pena temporale per l’eterna conversione e salvezza, e, se non in questa vita, si purificherà dopo in Purgatorio, che è verità di fede. Ma senza conversione c’è disgrazia e pena eterna, l’inferno, anch’esso verità di fede.

Questo sul piano personale… ma che succede con colpe comunitarie, sociali, istituzionali, in cui vi è una cooperazione solidale di molti, in cui una Nazione si dà una legge di apostasia idolatrica o una legge criminale, gravemente iniqua, come ad esempio l’aborto?

La retribuzione di giustizia del peccato personale è ultra-terrena e ultra-temporale, però Dio può castigare un popolo, una società, una nazione, con pene temporali collettive. Può castigarli in aspetti di dimensioni meramente temporali di beni materiali o corporali (guerra, fame, peste, cfr. 2Sam 24,12-13[7]), in ordine alla conversione per il bene superiore della dimensione più trascendente del bene comune: l’ordinamento interpersonale in giustizia, amicizia o carità, che è il bene comune, e che include la giustizia di fronte a Dio, la religione, cercando la sua verità e, incontratala, professarla[8], ciò che fonda la rettitudine di ogni altra interrelazionalità personale nella società. Nella Sacra Scrittura, non solo nell’Antico testamento (come gli esempi già ricordati), abbiamo l’indicazione di un castigo divino temporale e nazionale: Gesù Cristo predisse la distruzione di Gerusalemme (Lc 19,41-44), e pianse per loro, e non solo, si legga il suo discorso escatologico nei Vangeli (Lc 21,5-28)[9]. S. Giovanni XXIII, il “Papa buono”, come ci ricorda una pubblicazione[10], nel suo Radiomessaggio del 28 Dicembre 1958, diceva: “L’uomo che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini”, per cui invita a “fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi”.

Un’ultima precisazione: si potrebbe obiettare se Dio non stia quindi castigando molte persone buone e innocenti, le quali stanno soffrendo e morendo. Su questo, prima di tutto, diciamo, che ogni pena temporale viene per colpa nostra dal peccato originale, in merito alla nostra vulnerabilità; inoltre, così come in Cristo, il più innocente degli uomini, la pena temporale è assunta come espiazione gradita, così Dio permette la sofferenza degli innocenti e dei buoni in unione a Cristo. Sempreché a questa sofferenza diamo il senso e il valore che Dio ci chiede nella fede e nella carità e per il quale lo permette nella vulnerabilità che l’uomo si è causato (Mt 5,3: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati”). Inoltre, quando nella storia della Chiesa, nei tempi passati, gli uomini avevano a disposizione meno scienza positiva e mezzi di rsicerca biologica e medica, erano senza dubbio saggi, e quindi supplicavano un miracolo da Dio, che togliesse la peste, e, in ciò che fosse un castigo divino, perdonasse, e alla supplica del perdono della pena univano quella del perdono delle colpe, e quindi imponevano a se stessi, insieme alle rogazioni, pene penitenziali, non solo i peccatori penitenti, ma anche i buoni e gli innocenti, facendo tutti solidalmente penitenza, e in primo luogo, quelli che, come dice la Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, sono nello stato di perfezione, facendo risplendere la nota di santità della Chiesa, i religiosi (n. 6)!

Perciò la maggior parte delle considerazioni sulla presente realtà storica in merito a questa pandemia e alle sue conseguenze va complett con la considerazione della sua realtà integrale: è una pena temporale alla quale siamo soggetti con infermità, sofferenza e morte, per cui, sebbene dobbiamo cercare i possibili rimedi fisici, corporali e temporali, sia per questa stessa realtà come per le sue conseguenze di tutti gli altri mali che ne seguono, è necessario considerarla alla luce di Dio e della sua risposta in Gesù Cristo al male umano di colpa e di pena: la conversione e la salvezza eterna, la speranza nella resurrezione futura, la cui primizia è lo stesso Gesù resuscitato, alla cui festa ci avviciniamo. Alla luce della presenza trascendente, personale, provvidente e governante di Dio in tutta la sua creazione e nell’uomo, e della sua volontà salvifica verso costui (1 Tm 2,4-6; cfr. Gv 1,29; 3,16-17; 1 Gv 4,14; At 4,12; 10,36.42.43), occorre sapere che Dio, giacché “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28)[11], può miracolosamente, in ordine all’eterna salvezza, castigare e curare, e perciò pure permettere, e persino infliggere, una pestilenza, se vuole, farla cessare.

  1. L’urgente richiamo ad un adeguato atteggiamento

L’amore di Dio ci si è manifestato e presentato come Salvezza assumendo e superando la nostra pena temporale con la sua passione, morte e risurrezione. Da qui, ogni male e pena temporale come l’attuale pandemia con annesse conseguenze, non è adeguatamente compreso né adeguatamente assunto e superato se non alla luce della sua funzione di conversione e salvezza per la vita eterna. Che si impieghino pure tutti i mezzi per alleviare l’infermità e i suoi effetti, combattere la sua eziologia immediata, però tutto ciò è assolutamente incompleto e insufficiente se non lo si assume nell’ottica del richiamo per cui pene temporali, sofferenza e morte, ci risvegliano alla presenza del provvidente governo di Dio, al nostro eterno destino al di là del tempo e della morte, e, per esso, all’amore di Dio in Cristo, e del prossimo, e pertanto al senso di espiazione, di conversione, di fiduciosa orazione, per aver la grazia di vivere tutto questo nel suo autentico senso trascendente, con vera sapienza in accordo all’uomo e al dono di Dio per lui, e quindi di ricerca di unione a Dio, in cui solo troviamo vera salvezza e felicità.

Da qui il richiamo e l’esortazione, ad ognuno, a tutti, e in special modo alle autorità, particolarmente a quelle religiose e civili delle nostre nazioni: aprite gli occhi sulla realtà alla luce di Dio!

Che si veda, in questa pandemia con le sue conseguenze, la permissione divina dei mali temporali che ci affliggono a causa delle nostre colpe, a partire da quella del peccato originale e, con tutte le previsioni e misure del caso dal punto di vista individuale e sociale che si stanno prendendo, far propria dinanzi alla stessa la considerazione per cui alla nostra dignità razionale e spirituale trascendente di persona corrisponde cioè la considerazione integrale alla luce della realtà fondante e governante dell’universo e di ogni altra realtà: la realtà di Dio, che, in modo inaudito, risulta assente da tutto ciò che si sta dicendo o facendo, “ut si Deus non daretur”, come se Dio non esistesse, in un ateismo o agnosticismo di fatto, che è desolante…

Se Dio permette i mali temporali, e per di più può castigare, è per la salvezza eterna, se ci sappiamo porre dinanzi ad essi con la visione e il volere dell’eterna salvezza. Altrimenti, le pene temporali non solo perdono il loro senso, ma con la morte arriva inoltre la pena eterna. Nessuno lo vede? Nessuno lo dice? Si parla solo di “accompagnare” senza darne il senso? Senza annunciare il Vangelo, la Buona Novella del senso salvifico della Croce?

II.1. Ognuno

In definitiva, ogni persona deve personalmente rispondere a Dio del proprio rapporto con Lui, come ci insegna il fatto di quanti sono confinati all’assoluto isolamento in terapia intensiva, umanamente soli, con la morte assai vicina…ma Dio c’è! Una notizia dell’altro giorno riportava che un moribondo in tali condizioni ha invitato il personale medico a dire ai propri parenti: “non si affliggano…sono immortale…” e voglio pensare che in queste parole ci fosse l’unica speranza che salva con la vita eterna: Dio.

Di fatto si stanno dando beni spirituali superiori a partire da questo male fisico e temporale: altruismo, solidarietà, coscienza del valore della vita, della subordinazione ad essa, in ciascuno e per gli altri, di molti beni particolari ai quali occorre rinunziare, inclusa una riscoperta nell’ambito socio-politico dell’ordinamento dell’economia al servizio dell’uomo e non al rovescio (sebbene vi si oppongano i potenti dal cuore indurito come quello del Faraone d’Egitto, interessati solo all’aumento di produzione e del capitale finanziario). Ma tutto ciò non basta in assoluto, se tutto resta mero umanesimo filantropico, senza Dio!

Questo, che vale sul piano personale, tanto più vale sul piano socio-politico e religioso, posto che il bene comune che tutti, particolarmente le autorità, devono procurare, è il bene comune umano integrale, che implica, nei suoi ordini, quello della società religiosa (mi riferisco specialmente alla società ecclesiale) e quello civico-temporale, l’aiutare le persone nell’educazione in ordine alla realizzazione del proprio eterno destino.

II.2. Nell’ordine civile, politico-temporale

Rispetto all’autorità politica, pertanto, la funzione politica e sociale delle autorità non si esaurisce in quel che possano fare mediante il ministero della sanità e il ministero dell’economia! Il compito principale, entro la propria funzione e ordine del bene comune politico-temporale, è aiutare a dare il vero senso del vivere sociale e i suoi eventi, poiché non sono eccettuate le autorità dall’esigenza dell’umana spiritualità di riconoscere Dio come creatore e salvatore, il Quale permette dei mali per dei beni maggiori. Urge una conversione al vero bene comune temporale delle nazioni, per porre fine a gravissime ingiustizie contro Dio e contro gli uomini, ingiustizie di massa, massimamente e gravissimamente criminali.

E, pertanto, qui sì che serve, contro l’”ufficiale” apostasia atea delle nazioni, la conversione! È il gran richiamo, che dovrebbe essere gridato da tutti: Conversione!

Conversione soprattutto istituzionale, nelle politiche di governo, nelle leggi e nell’amministrazione della giustizia, abrogando tutto ciò che grida vendetta[12] di fronte alla divina bontà e giustizia: prima di tutto, la morte dei più innocenti e indifesi, istituzionalizzata in massa, gli embrioni umani assassinati con l’aborto nel seno materno; e con esso ogni abominio che offende il dominio di Dio sulla vita umana e i veri diritti di questa: contraccezione, produzione, congelamento e manipolazione di embrioni, il coonestare culturalmente e giuridicamente l’omosessualità, l’autonomia libertina nella manipolazione del cambio di sesso contro natura, l’eutanasia come suicidio assistito o l’eliminazione attiva o passiva di malati in stato terminale, di persone handicappate o semplicemente malate… cioè tutto quello in cui pubblicamente le nazioni moderne, che non riconoscono Dio, si sono proclamate dee entrando nel santuario della vita umana, della sessualità umana, della famiglia, a pro di una manipolazione materialista che grida al Cielo.

A ciò si aggiunge il gravissimo tentativo, globalizzato, contro l’innocenza dei bambini, contro la loro naturale identità sessuale, con leggi di educazione alla “identità di genere”; questa è auto-determinazione e sessualizzazione che è perversione dell’infanzia, cosa che grida al Cielo, attentato contro l’autorità dei genitori e i diritti educativi della famiglia, fino a postulare, in un Paese, la legalizzazione della pedofilia!

Se anticamente, per molte meno iniquità, si riconosceva in occasioni di guerra, nella fame o nella peste non solo la permissione ma il castigo divino per colpe nazionali… cosa dobbiamo pensare di fronte all’incalcolabile massa di crimini legalizzati nelle nostre società?

II.3. Nella società ecclesiale

Se ci riferiamo alla società ecclesiastica, non è forse il caso di fare un vero e serio esame di coscienza e conversione, tra le varie cose, a proposito dell’interdetto pratico della privazione dell’eucarestia, che fa soffrire il popolo di Dio, sull’avere, da parte di molte sue autorità, contravvenuto in modo permissivistico alla divina disposizione?: “chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo.” (1 Cor 11,27-32).

II.4. “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio

Se non si adotta quindi un’adeguata e totale comprensione e il dovuto atteggiamento di fronte alla pandemia che ci affligge con tutte le sue conseguenze, non si otterranno i maggiori beni spirituali derivanti da tanto male e sofferenza temporale, non si avrà tutto quel frutto di bontà che, con la libera cooperazione dell’uomo nel divino e provvidente governo dell’universo, la permissione divina vuole da questi mali.

Possiamo sempre, questo sì, e mossi da pietà e carità, chiedere e supplicare da Dio un miracoloso intervento, straordinario, per frenare la permissione di questo male e delle sue cause naturali e corporee. Però, se la supplica non è accompagnata da una volontà di conversione e dalla retta intenzione di chiedere un bene temporale che ci sarà sempre dato in ordine alla salvezza eterna… potrà essere la nostra supplica efficace? Forse per il bene di pochi, nonostante si perda la città, come quando Abramo supplicò Dio riguardo ai pochi giusti che potevano esserci a Sodoma… ma, poi, usciti questi, piovve fuoco dal cielo. Ebbene, adesso… se non c’è conversione, se si è estinta la carità e non c’è fede sulla Terra nell’ordine pubblico delle nazioni… chi lo sa?

Non conosciamo né il giorno, né l’ora né abbiamo scienza infusa su questo, ma la Scrittura, in 2Tes 2,7 ci dice che nella manifestazione dell’Empio, dell’Anticristo, il Signore lo “distruggerà con il soffio della sua bocca” (senza mascherina) e lo “annichilirà con la Manifestazione della sua Venuta”.

Il divino governo dell’universo ha fatto di Gesù Cristo, mediante la sua Croce, il trionfatore del peccato e della morte, e quindi tutto, perfino il peccato, se pentito, convertito e perdonato il peccatore, “coopera per il bene” (Rom 8,28), che è la salvezza delle anime: “E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rom 8,17s.).

In un recente articolo[13] si ricordava un’apparizione di Gesù Cristo alla beata Giuliana di Norwich (1342-1416), un 13 di Maggio (che coincidenza con Fatima!), in cui il Signore le disse, “con estrema dolcezza”: “Sì, il peccato è una gran tragedia poiché vi fa un male incredibile” […] “Ma tutto andrà bene, tutto terminerà bene”. Queste ultime sono le parole che oggi, in tutta Italia, si diffondono come uno slogan davanti ai mali della peste: “Tutto andrà bene”. Sì… ma solo se adottiamo l’atteggiamento e operiamo secondo la Sapienza che il Signore ci chiede.

Padre Dr. Arturo A. Ruiz Freites IVE

[1] Codice di Diritto Canonico, c. 1332.

[2] Citazione, nell’articolo sulla pandemia, da R. de Mattei, “Il “cigno nero” del 2020?”, in corrispondenzaromana.it, 25.03.2020

[3] Soprannaturalmente, inoltre, si dona presenzialmente nel suo intimo mistero trinitario mediante la grazia nell’anima del giusto.

[4] Cfr. Somma di teologia, I-II, qq. 71-80.

[5] Dio può fare, e di fatto opera, effetti straordinari anche da una causa creata, non miracolosi in quanto non percettibili ai sensi, come l’assoluzione sacramentale, la transustanziazione eucaristica, ecc.

[6] Cfr. Concilio Vaticano I°, Costituzione dogmatica Dei Filius, c. 1, DH 3000ss., spec. 3009 e 3034; S. Pio X, professione di fede imposta dal Giuramento anti-modernista (01.09.1910) DH 3539.

[7] “«Và a riferire a Davide: Dice il Signore: Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò». Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi tre anni di carestia nel tuo paese o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegua oppure tre giorni di peste nel tuo paese? Ora rifletti e vedi che cosa io debba rispondere a chi mi ha mandato»” (II Sam, 24, Bibbia di Gerusalemme).

[8] Cfr. Conc. Vat. II, Dichiarazione Dignitatis humanae, 1; Catechismo della Chiesa Cattolica, §§ 2104-2109, si veda il contesto, l’esposizione sul 1o. Comandamento del Decalogo, §§ 2083-2141, ed anche gli insegnamenti sulla morale sociale, §§1877-1948.

[9] Cfr. paralleli Mt 24, Mc 13. Si veda anche Ap 11,2 e, sui castighi di ateismo ed empietà, Rm 1,18ss.

[10] R. De Mattei, fonte citata.

[11] Vulgata: “diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum”.

[12] Gn 4,10; 18,20; 19,13; Es 3,7-10; 22,20-23; Dt 24,14-15; Gc 5,4; Catechismo di S. Pio X, § 154; o “gridano verso il Cielo”, (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica § 1867).

[13] C. Siccardi, “Quando la morte bussa più forte”, su corrispondenzaromana.it, 25.03.2020.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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