Toh! Il virus ci ha imposto il bene comune

di Stefano Fontana.

Se guardiamo cosa sta succedendo attorno a noi ci accorgiamo che il bene comune si impone nuovamente come fine morale. Si tratta di riscoprire che la società ha dei fini che non si è data mediante una deliberazione umana. Questa epidemia ci divide fisicamente perché abbiamo paura del contagio reciproco, ma in un altro senso ci unisce verso un obiettivo comune, e questa è la funzione del bene comune: legare gli uomini tra loro in vista di un unico fine.

Il concetto del bene comune è stato molto contestato fino al Coronavirus. Coloro che lo negavano ora si ravvederanno? Se una cosa c’è da imparare da questa crisi è che il bene comune come fine morale della vita sociale c’è eccome. Chissà però se questa lezione ci servirà. Nelle difficoltà si riesce a comprendere di più che non nella prosperità – lo dice anche il salmo – ma poi l’uomo è anche incline a dimenticare.

Che la crisi da Coronavirus abbia fatto emergere il significato morale del bene comune sembra chiaro a tutti. Quella in atto non è solo una lotta di tipo sanitario. È una lotta per l’uomo e per la civiltà. È una lotta per difendere dei principi che il Coronavirus ha sconvolto. Tutti si sentono responsabili di tutti. Ci sono anche gli eroi che per un dovere morale che essi sentono nella loro coscienza affrontano il pericolo. Ci sono medici e infermieri che non lesinano il loro impegno ben oltre il dovuto a termini di contratto.

I volontari della Croce Rossa portano le medicine a domicilio. Molti si stanno sacrificando e tornano a galla tante (vituperate in passato) virtù umane che si confermano veramente cardinali. La prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza ridiventano esigenze abituali del nostro agire. La prudenza guida le azioni di offensiva contro il coronavirus nell’utilizzo dei mezzi, la giustizia cerca anche nelle difficoltà di dare ad ognuno il suo, la fortezza sorregge molti nello sforzo eroico, la temperanza ci aiuta a contenere i nostri bisogni individuali e a moderare le nostre libertà per il bene comune. Potrebbe sembrare solo una messa a punto di mezzi sanitari ed invece è occasione per risistemare la scala dei valori morali, per ricordare cosa viene prima e cosa viene dopo. E poi lo sguardo si sporge anche a considerare la futura ricostruzione, quando la malattia diminuirà il suo morso. Ed anche quella ricostruzione pone e porrà il problema del bene comune: si dovranno reimparare azioni virtuose e abbandonare quelle viziose.

Se quindi guardiamo cosa sta succedendo attorno a noi ci accorgiamo che il bene comune si impone nuovamente come fine morale. Non si tratta solo di allocare equamente delle risorse sanitarie secondo il principio dell’interesse generale, né solo di promuovere il buon funzionamento dello Stato secondo il principio dell’interesse pubblico, né solo di distribuire dei beni a tutti i cittadini secondo il principio della divisione della torta, ossia di mettere in comune i beni. Si tratta invece di riscoprire che la società ha dei fini che non si è data mediante una deliberazione umana, dei fini che non sono stati decisi da un’assemblea costituente ma che stanno nella sua stessa natura: gli uomini stanno insieme proprio in vista di quel bene comune, che è un insieme di condizioni di una vita (eticamente) buona. Questa epidemia ci divide fisicamente perché abbiamo paura del contagio reciproco, ma in un altro senso ci unisce verso un obiettivo comune, e questa è la funzione del bene comune: legare gli uomini tra loro in vista di un unico fine.

Molti sono stati fino all’altro ieri detrattori del bene comune e ancora oggi si fatica a trarre tutte le conseguenze di quanto ci sta insegando il coronavirus. Anche durante la crisi epidemica attuale continuano gli aborti legali, l’assistenza al suicidio, l’eutanasia, la vendita delle pillole abortive, la rottura delle famiglie. Ci si preoccupa perché i bambini che non possono andare a scuola non perdano occasioni educative anche on line e si continua a tollerare per legge che vengano generati artificialmente e assegnati a genitori single o a coppie omosessuali.

Da molto tempo si nega il significato morale del bene comune e quindi si fa fatica ora a reimpararlo sulla spinta della pandemia da Coronavirus. Ci  hanno detto che i valori sono relativi, che tutti i diritti vanno garantiti, che un’assemblea legislativa può cambiare la nozione di persona o di famiglia, che una natura umana è una invenzione della filosofia medievale, che l’uomo e la donna sono costruzioni culturali. Provino ora, davanti al Coronavirus, a parlare di autodeterminazione dell’individuo! I medici e gli infermieri impegnati sul fronte vorrebbero autodeterminarsi abbandonandolo, ma non lo fanno.

C’è un bene da perseguire e questo bene è oggettivo e morale, ci indica come agire non perché noi lo vogliamo ma perché è bene così. Ci sono per fortuna coscienze in cui ancora risuona la parola dovere che, senza il bene comune, diventa una parola vuota e senza senso. E queste coscienze sono all’opera e danno il loro aiuto nel bisogno anche a chi ha magari sempre negato l’esistenza del bene comune, promuovendo un’autodeterminazione che adesso gli va molto stretta. Quanti hanno sempre sostenuto che la politica non ha a che fare con l’etica e che i parlamenti e i governi sono sovrani! Ora però costoro sono i primi a parlare di doveri della pubblica amministrazione e certamente non accetterebbero una decisione parlamentare che bloccasse sovranamente gli aiuti nelle zone colpite dal morbo. Sovrano, allora, è il bene comune e non le istituzioni politiche.

Ritornerà il bene comune dopo la burrasca? Non è automatico. Dipenderà da noi.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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