Senza la libertà non c’è neanche tutela della vita

di Stefano Fontana.

Nei commenti dei politici e degli opinionisti così come nelle reazioni della gente, c’è la percezione che quella contro il coronavirus sia una guerra che giustifica la sospensione delle libertà. È un vecchio dibattito che ha visto impegnati molti filosofi, ma la realtà ci dice che quando il potere toglie la libertà non garantisce nemmeno la sicurezza e la vita.

Ormai è sulle bocche di tutti: “siamo in guerra!”. Si vive quella del coronavirus come la situazione di eccezione di cui si sono occupati i principali teorici della politica, primo fra tutti Carl Schmitt. Secondo lui la sovranità politica consiste nel decidere del caso di eccezione, come nel caso di una guerra dove l’opposizione amico/nemico raggiunge il suo proprio livello politico. L’eccezione si configura tale quando, data la sua urgenza, per fronteggiarla bisogna azzerare tutte le norme, le prassi e le garanzie. Quando vengono meno la norma e il diritto, allora il potere manifesta pienamente se stesso: decide al di fuori del diritto ma la sua decisione ha valore giuridico. Di più: per Schmitt il potere non consiste solo nel decidere davanti allo stato di eccezione, ma anche nel decidere quando ci sia uno stato di eccezione. Senza un potere così inteso, la società viene travolta dalla guerra civile che, secondo Schmitt, è il male peggiore di ogni male.

Non so se Schmitt sarebbe d’accordo a considerare la pandemia in corso come situazione di eccezione paragonabile alla guerra. La gente che dice “siamo in guerra!” la pensa però così, pur non essendo Carl Schmitt. Vengono sospese le norme e le libertà personali in molti ambiti, crescono i poteri esecutivi su quelli legislativi, aumentano i Decreti del Presidente del Consiglio, il Parlamento è in quarantena, spesso la Costituzione non viene rispettata, si attuano soprusi senza nessuna protesta come nel caso della sospensione della messa a Cerveteri, si invita a non usare i contanti per motivi sanitari e intanto si controlla l’uso del denaro.
La percezione della gente è di una situazione di eccezione, un caso estremo con il relativo scontro tra sicurezza e libertà. La vecchia dicotomia di Thomas Hobbes torna di attualità, con la sua sottostante visione pessimistica dell’uomo: l’umanità prova paura davanti a se stessa e solo il potere come decisione la può salvare.

Ernst Jünger, nel suo Trattato del ribelle, metteva in luce il pericolo di una organizzazione capillare della sanità da parte del sistema politico, al quale contrapponeva il valore della libertà: “Le fabbriche della salute, con medici assunti e mal retribuiti, le cui cure sono assoggettate al controllo burocratico, sono sospette: da un giorno all’altro – e non soltanto in caso di guerra – potrebbero assumere un volto inquietante”. Ipotizzando l’estensione del potere oltre la sanità, “non è impossibile che proprio da tali schedari ordinati in modo esemplare – egli diceva – escano i documenti che serviranno a internarci, a castrarci o a liquidarci”.

Il caso di eccezione chiama in causa la decisione del potere come ultima istanza, ma essendo che al potere spetta anche decidere quando si verifica il caso di eccezione, questo potrà essere individuato domani in un’altra emergenza e domani l’altro in un’altra ancora. Alla fine, per dirla ancora con Jünger, “nessuno di noi può sapere oggi se per caso domani mattina non si troverà a far parte di un gruppo dichiarato illegale”.

Se Jünger teme il sovranismo davanti alla situazione di eccezione, altri sottolineano le difficoltà della democrazia parlamentare a far fronte alle emergenze. Per Donoso Cortes quella borghese è una “classe che discute” (clase discutidora), che ritiene che la società umana sia un grande club, che la verità nasca da sola attraverso la votazione e che, alla richiesta di scegliere tra Cristo e Barabba, risponderebbe istituendo una commissione per esaminare la faccenda. Contro il decisionismo del potere di Schmitt, la democrazia liberale è attendista e irrisoluta: incapace di fronteggiare l’eccezione.

Queste reminiscenze libresche – fatti i debiti aggiornamenti – ci aiutano a capire i valori in gioco oggi in tempo di coronavirus: siamo disposti a rinunciare alla libertà per avere la sicurezza? Vogliamo sottometterci ad un dispotismo decisionista per avere salva la vita?

La sospensione della libertà per la decisione di un potere sovrano davanti ad una situazione di eccezione non è accettabile: chi infatti può dire quando si sia veramente in questa situazione? Se a stabilirlo è il potere, allora la libertà non è solo ridotta per l’emergenza coronavirus ma potenzialmente eliminata. In questo modo si finirebbe per auspicare anche da noi un sistema cinese che però, come tutti sanno, non garantisce la sicurezza, toglie solo la libertà.

Se la pandemia si allargasse ulteriormente si richiederebbe un potere politico mondiale che decidesse per tutti della situazione di eccezione, dal quale però non si tornerebbe più indietro e che certamente non si dimetterebbe dopo la fine del pericolo sanitario, con tutti i costi conseguenti. Quando il potere toglie la libertà non garantisce nemmeno la sicurezza e la vita, nonostante ciò non emerga dai testi di Hobbes, mentre si lascia intravvedere da quelli dello sconsolato Schmitt. Quando per paura si mette la vita in mano al potere in cambio della libertà, non si conserva la vita, dato che la si mette a disposizione, e si perde la libertà.

Per conservare la vita è necessaria la libertà. Junger scriveva che il volto meccanico del sistema sanitario può essere usato a buon fine “se viene fuori la sostanza umana del medico”. Se da un lato si deve resistere al decisionismo del potere come risposta alla situazione di eccezione, dall’altro bisogna ripulire il nostro concetto di libertà e di democrazia, ancora troppo legate ad una “clase discutidora”, inefficiente e produttrice di rischio. Ma non bisogna rinunciare alla libertà.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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