Risanare la sanità nell’era del contagio

di Silvio Brachetta.

Tavolo di lavoro sul dopo-coronavirus

L’uomo non è una macchina da riparare

Prospettive di risanamento della sanità all’epoca del contagio

Sul finire del Medioevo, nel 1348, la città di Firenze fu colpita dalla peste nera. Ogni attività restò paralizzata: «Niuna Arte si lavorava in Firenze; tutte le botteghe serrate, tutte le taverne chiuse, salvo speziali e chiese. La gente badava a salvarsi l’anima. Era tale la paura, che tutti tremavano e attendevano la morte di giorno in giorno, e pensavano più all’anima che al corpo»[1].

Non fu solo una questione di abitudini, mutuate dall’epoca della Cristianità. La Chiesa era in qualche modo presente nella realtà sociale e costituiva, pur nelle infinite inefficienze e mediocrità, un riferimento visibile e costante nel tempo: nel corso della peste fiorentina «molte processioni e reliquie […] vennero andando per la città, invocando “Misericordia”, e facevano orazioni; e venivano poi fermate sulla ringhiera de’ Priori»[2]. Il potere secolare, pur nella legittima autonomia e, in questo caso, nella giustificata repressione degli assembramenti, era però incalzato di continuo dai chierici, che esprimevano, a parole e con le azioni, la predicazione del Vangelo e lo stimolo alla conversione.

La separazione tra Stato e Chiesa danneggia anche il malato

Se è vero che il danno maggiore delle epidemie è la morte corporale, è anche vero che la Chiesa ha il mandato di riportare vita e speranza allo spirito moribondo dei fedeli e, per mezzo della fede e dei sacramenti, di sanare anche il corpo. Ne va del vero bene comune, che comprende il bene eterno della persona. L’epidemia, in fondo, è solo un evento straordinario della vita umana, che deve comunque confrontarsi con la malattia e la morte fisica.

Dietro la questione dell’epidemia o della malattia in genere, come pure dietro a tutto ciò che attiene le vicende storiche, si ergono le verità della fede, applicate alla società, più di frequente disattese e contrastate, in modo speciale, dal potere politico. La modernità, in misura maggiore rispetto alle epoche passate, si ostina a negare la signoria di Cristo anche nell’ambito secolare, ponendo ostacoli a non finire alle iniziative religiose, proprio in quelle circostanze nelle quali sarebbero più necessarie. La presenza ecclesiale, con il procedere degli anni, è stata estromessa dai settori-chiave del consorzio umano (scuola, sanità, politica). La Chiesa, d’altra parte, rinuncia di frequente, soprattutto in Occidente, a reclamare con insistenza la piena legittimità della sua azione, proprio dove sarebbe più indispensabile.

Non è sufficiente valutare il danno del naturalismo politico, che ha separato l’ambito secolare da quello spirituale, solo alla luce della recente epidemia del Covid-19 e nemmeno in riferimento ai periodi di crisi acuta dovuta ad altre epidemie o eventi storici eccezionali. La sanità pubblica (italiana o straniera) era al collasso ben prima della pandemia del 2020; e non per via dei posti letto o dell’eccellenza delle prestazioni sanitarie, ma proprio perché lontana dal bene comune reale, il quale non può non tenere conto che esso non può limitarsi alla salute del corpo.

L’ospedale, almeno nell’ultimo mezzo secolo, si è laicizzato a livelli anti-umani: dove un tempo era normale vedere suore o sacerdoti nei reparti, oggi tiranneggia l’iper-tecnicismo, come se la persona fosse una semplice macchina da riparare. Un esempio tra tutti è il fenomeno assai diffuso di chi muore da solo, specialmente se anziano. Quando il paziente è prossimo alla morte, se non sopraggiunge l’iniziativa privata di un qualche familiare o del personale ospedaliero, viene posto un paravento e tutto si consuma nella solitudine e nella disperazione.

La società naturalista – pienamente sostenuta dal naturalismo politico dello stato liberale moderno – non ritiene gli ultimi istanti della vita umana degni di attenzione e illude se stessa che il bene comune si esaurisca in prossimità della morte. Quanto poi al dopo della morte non se ne interessa e – fatto ancora più grave – impedisce che altri se ne interessino, trasformando l’ospedale in una sorta di zona franca, dove l’ambito religioso è declassato a “conforto” e ammesso solo per gentile concessione di chi amministra la cosa pubblica. Il fatto che in alcuni ospedali vi siano cappelle o chiese, non fa venire meno il carattere di pura autorizzazione al mero livello sentimentale, che lo Stato fa nei confronti dei credenti.

Ruolo della Chiesa

Dalla Chiesa non sgorga soltanto la cura della malattia spirituale (il peccato, l’impenitenza), ma anche la cura del corpo. Già il Concilio di Nicea del 325 «stimolò la Chiesa cattolica a provvedere anche ai poveri, alle vedove e ai forestieri, stabilendo la costruzione di un ospedale in ogni città dotata di cattedrale», per cui il «carattere religioso delle fondazioni ospedaliere» posteriori e medievali «si evidenzia dalle definizioni di God’s house in inglese e Maison-Dieu o Hôtel-Dieu in francese, ovvero ostello di Dio»[3].

E così, per tutta l’Europa, nel millennio successivo, sorsero dovunque ospizi, ricoveri, lazzaretti e lebbrosari, antenati dell’ospedale moderno, proprio su iniziativa dei vescovadi e degli ordini ecclesiali. È quasi superfluo ricordare che tutte queste imprese avessero come fondamento il bene totale dell’uomo, concepito di corpo, anima e spirito: salute del corpo e salute eterna della persona erano ritenuti concordi, sia in ambito ecclesiale che secolare.

Quanto al fenomeno delle epidemie, la Chiesa ha sempre evitato due risoluzioni estreme ed opposte: la serrata completa dei luoghi di culto e l’obbligo indiscriminato, per i chierici e i religiosi, di assistere i malati o i moribondi. La scelta è facilmente comprensibile.

Da una parte, la Chiesa non può rifiutare i sacramenti, specialmente nel momento di maggiore debolezza e fragilità umana: le chiese non possono restare chiuse durante le epidemie, poiché il bene supremo della salvezza eterna è maggiormente in pericolo proprio in prossimità della morte.

D’altra parte la Chiesa non può obbligare nessuno al sacrificio cruento della propria vita, al martirio. Non si può, cioè, obbligare nessuno a tenere un contatto con chi ha una malattia contagiosa: tutti coloro che, volontariamente, hanno assistito appestati e moribondi – notissimi i casi di San Luigi Gonzaga, San Carlo Borromeo, Santa Caterina da Siena o Santa Caterina da Genova – lo hanno fatto per volontà propria, assistiti dalla grazia e infuocati dalla carità.

La Chiesa istituzionale, dunque, è tenuta a lasciare libere le persone, tanto i laici, quanto i chierici, di esprimersi come credono, creando però le condizioni per cui la santità di alcuni possa manifestarsi appieno, mediante la Santa Messa, la confessione, le processioni penitenziali o l’assistenza spirituale ai moribondi.

Se lo Stato dovesse ostacolare la libera circolazione dei religiosi negli ospedali o in altri ambiti assistenziali, la Chiesa ha pieno diritto di opporsi allo Stato e rivendicare almeno l’accesso agli spazi pubblici, non allo scopo d’inviare materialmente le persone a contagiarsi, ma creando le condizione in cui i volontari possano esercitare la loro vocazione senza impedimento.

La storia ha dimostrato che, durante ogni epidemia, è sorto un certo numero di santi che si sono esposti volontariamente (non tramite coercizione) ai pericoli della malattia, poiché hanno trovato le strutture aperte all’incontro del penitente con il sacerdote. Non di rado i santi in questione erano taumaturghi e, assieme all’anima, portavano la guarigione di Dio anche al corpo.

Non è un caso che durante quest’epidemia da coronavirus – come pure nei tempi ordinari – si assista all’intervento di un numero non piccolo di sacerdoti i quali, con il carisma della santità, avvicinano i malati e si prodigano come possono per sollevarli nel corpo e nello spirito. In modo simile, la santità emerge anche nel modo in cui alcuni malati affrontano la malattia, con o senza la presenza di un sacerdote.

[1] Baldassarre Bonaiuti, Cronica fiorentina, 1378-1385, cit. in: Liana Nicoli Pucciarelli (a cura), Giovanni Boccaccio, Mondadori, Milano 1968, pp. 6-7.

[2] Ibid. p. 6.

[3] Mauro Minelli, Angela Perucca (a cura di), Un sistema che non sa guarire. Risanare la sanità, Giapeto Editore, 2015, p. 66.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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