Il “femminismo” non è uno solo

di Giuseppina Coali

È interessante notare, da donna, l’affondo polemico mosso da una donna all’unica candidata sindaco, donna. L’editoriale uscito su l’Adige domenica 1 marzo 2020, Femminismo senza aggettivi, mostra tuttavia una debolezza di fondo che è quella di ignorare l’affascinante e complessa storia del femminismo e le sue diverse declinazioni.

Il femminismo ha aggettivi? Eccome. Si costituisce nel tempo proprio come movimento accogliendo in sé fasi e processi diversi, visioni del femminile non sempre concilianti, a tratti contrastanti, che ne fanno appunto un movimento. È questo il motivo per cui, oggi più che mai, l’aggettivo ci vuole.

Certo è che il termine “aggressivo” usato in conferenza stampa da Silvia Zanetti – che ha lanciato una frecciatina al “femminismo aggressivo” – non è proprio quello tecnico, scientifico per capirsi, ma in un incontro pubblico l’efficacia del linguaggio è cruciale e il termine aggressivo è mirabilmente comprensibile alla luce di chi guarda il mondo nella sua quotidianità pop. L’arte della politica si fa anche della capacità di farsi capire e l’uso strumentale e politico, un po’ furbo, di chi fa finta di non capire su un quotidiano locale, è parte del gioco politico, ma è anche giusto precisare e spiegare.

A ben vedere, il movimento delle donne conosce diverse ondate, tre principali, con qualche unità di prospettiva (su cui bisognerebbe far leva in quanto donne, e forse questa è la sfida) e che elaborano differenti visioni antropologiche ed etico-politiche. Esatto, etico-politiche.

Il femminismo emancipatorio o movimento suffragista, dalla metà dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento, si batte per l’uguaglianza formale degli uomini e delle donne sul terreno del diritto, che è il valore principale; perciò la lotta politica è diretta contro ogni pratica di esclusione delle donne dai luoghi della cultura e della politica. Se rimane una istanza anche attuale – assunta dal femminismo di Stato, ad esempio, quello in cui il principio cardine rimane la parità dei sessi, perseguita e regolamentata attraverso strumenti legislativi (quote rosa, trattamenti speciale, azioni di discriminazione positiva …) – non è una urgenza né una priorità come lo poteva essere per le suffragette. Questo movimento ha avuto grandi meriti, ma la debolezza di emarginare l’espressione della differenza femminile che è forse una esigenza sofisticata rispetto ai tempi, ma essenziale per il contemporaneo. Che si citi il movimento emancipatorio, oggi, a critica di un discorso politico al femminile di una candidata sindaco è fuori tempo massimo, ed è anche un po’come, diremmo, “vincere facile” perché ha la seduzione di richiamare un periodo molto affascinante della storia del femminile, diffusamente conosciuto attraverso il cinema e la letteratura, ma monco rispetto ai tempi attuali che sono un po’ più crudeli del sogno. Spesso non raccontati.

La seconda ondata, invece, riguarda il femminismo della differenza, siamo in Francia e in Italia all’interno della seconda stagione femminista, sul finire degli anni ’60 del Novecento, femminismo che muove una critica aspra rispetto alla matrice inclusiva e rivendicatoria: “la politica delle donne non deve aspirare – scrive la statunitense Grace Paley – a dividere equamente la torta se quella torta è andata a male”. Questa riflessione, e ci avviciniamo pian piano al femminismo non aggressivo della Zanetti, lavora a partire dall’evidenza che l’essere umano non è uno (l’universale uomo delle suffragette nella loro rivendicazione egalitaria) ma due (maschio e femmina) e che occorre dare senso a questo dato: assumerlo nella dimensione del pensare e dell’agire, anche nella politica dunque. Secondo questa prospettiva l’obiettivo emancipazionista è un falso obiettivo, perché rinuncia alla differenza in cambio dell’accesso al mondo maschile, di quella fetta di torta, per così dire, andata a male. E così ci troviamo incardinate in un modello che non funziona per noi, spendendo energie e impegno. Come dice Luisa Muraro, la differenza tra di noi è “il di più di uguaglianza”, cioè è un valore supplementare, “essa trascina, dà senso”, dà respiro all’uguaglianza, amplia l’orizzonte, ne sposta in alto la linea.

Giungiamo infine alla terza ondata, al femminismo di ultima generazione, il post-femminismo, sorto nelle università americane a patire dagli anni ’90, è il femminismo radicale, con accenti che certamente ben si applicano al concetto di “aggressivo”, che invece mal si addice al movimento delle suffragette che non è il termine di paragone per l’aggettivo usato dalla candidata sindaco. Esso teorizza che l’essere umano non è né uno né due, ma è molteplice, frammentato in se stesso, nomade, transitante. Non esiste un soggetto unitario, non c’è la donna e neppure le donne come categoria omogenea e chiusa, né dunque gli uomini. In qualche modo si è passati da un femminismo paritario, ad uno delle differenze e poi della in-differenza, quello cioè dell’affermazione della soggettività femminile “al di là” della differenza sessuale in particolare, che è la grande differenza del maschile e del femminile: una uguaglianza nella non-differenza o post-differenza.

Giuseppina Coali, a sx; Silvia Zanetti, a dx

Ed è proprio quest’ultimo ad assumere i caratteri dell’aggressività: pensiamo alla legittimazione che questo dà alla mercificazione del corpo femminile nella forma della compravendita dell’utero e nella maternità surrogata o della altrettanto plausibile accettazione della prostituzione, sex working, come raccontato in un congresso alla Casa Internazionale delle donne di Roma dal titolo “sex work is work”(2018).

E cosa dire di quel femminismo che trasforma le proprie rivendicazioni in una lotta urlata, volgare e denigratoria del maschile? Cosa c’è di più violento che arrivare a questo rovesciamento paradossale dei termini della buona battaglia?

Ecco, alla luce di questa ricognizione, non senza le semplificazioni forzate da una tale sintesi, mi sembra che dire “sono una femminista” o “non sono una femminista” limitandosi al sostantivo senza l’aggettivo, sia insufficiente oggi per presentarsi come donna in un dibattito politico, pubblico e impegnato, perché queste declinazioni hanno il carattere di una precisa identificazione. Rimanere sul generico è politicamente molto corretto, ma sostanzialmente elusivo e forse poco onesto. Concludo dicendo che, noi donne, dovremmo puntare su quelle prospettive comuni che ci sono nel grande corso del movimento femminista, libere di sentirsi parte dell’una o dell’altra visione senza pagare il prezzo della disconferma. Si può fare.

Giuseppina Coali, docente, co-fondatrice e candidata per Si Può Fare

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