“Ecco perché il Nazionalismo può essere una virtù”. Intervista a Yoram Hazony

di Vanessa Combattelli

Sulle pagine de L’Occidentale abbiamo il piacere di ospitare l’intervista a Yoram Hazony, filosofo israeliano e voce autorevole del mondo conservatore internazionale.
Hazony è l’autore del libro “Le Virtù del Nazionalismo”, testo
“destinato a diventare un classico” secondo John Fonte, poiché si affronta concretamente la dicotomia Impero – Nazione mettendo alla ribalta quelle cattive convinzioni che gettano ancora ombre sulla necessità di proteggere la propria libertà. Con grande naturalezza e semplicità, Hazony riesce ad offrire una visione che è cara ai nazionalisti, dal momento che mette insieme quei valori del pantheon ideale conservatore di coloro che hanno sempre rifiutato di perdere la propria identità ed indipendenza.

Per iniziare può indicarci la sua definizione di Nazionalismo? Citandola potremmo proprio dire: “l’unica alternativa al nazionalismo è l’imperialismo”.

Il nazionalismo è un punto di vista di principio, il quale sostiene che si possa governare meglio il mondo quando questo è guidato da diverse nazioni indipendenti, ognuna delle quali segue un percorso secondo proprie tradizioni e interessi. Questo si oppone all’imperialismo, il quale ritiene, invece, che pace e prosperità potranno regnare quando il mondo sarà governato, per quanto possibile, da un unico modello politico. Un mondo di nazioni indipendenti comporta che ognuna entri in competizione con le altre, cercando di portare avanti nuove attività che possano dare loro un vantaggio. La maggior parte dei progressi del mondo moderno nella scienza, nel governo, nell’economia e nelle arti è proprio il risultato di tale competizione tra paesi indipendenti. L’imperialismo, dunque,  prevede di imporre un’unica legge e un potere decisionale finale su tutti questi paesi. Ciò reprime la concorrenza e, di conseguenza, la libertà e l’innovazione. Naturalmente è vero che quando si divide il mondo in tante nazioni indipendenti, alcune saranno meno ammirevoli di altre. Ma nella mia visione, questo è da preferire rispetto a un’unica entità sovranazionale, a un impero, che cerca di prendere le decisioni per tutta l’umanità. Quando un potere di simili dimensioni commette errori, chi sarà abbastanza forte da contrastarlo?

Durante la conferenza National Conservatism, svoltasi a Roma il 4 febbraio e organizzata dalla ” Fondazione Edmund Burke”, lei ha utilizzato alcune espressioni nei confronti dell’Unione Europea che molti potrebbero definire abbastanza dure. Possiamo affermare che il suo discorso ha espresso le ragioni di tanti euroscettici ed eurocritici? Cosa direbbe all’UE ed in particolare all’Europa? Ritiene possibile distinguere le due cose e definire un’identità europea che non entri in conflitto con le singole nazioni?

Bisogna riconoscere che i paesi europei hanno interessi comuni che richiedono necessariamente un coordinamento tra loro. Penso che abbiano bisogno di uno strumento di difesa in grado di proteggerli da potenziali minacce dall’Est e dal Sud e che potrebbero trarre beneficio da una consistente quantità di liberi scambi tra loro. Ma niente di tutto questo richiede che Nazioni importanti come l’Italia debbano rinunciare alla propria indipendenza, come alla capacità di emanare le proprie leggi, di stabilire le proprie politiche economiche e di bilancio e di sorvegliare i propri confini. L’Unione europea è un organo ideologico il cui scopo è proprio quello di attuare una “unione sempre più stretta” in cui l’indipendenza nazionale venga progressivamente eliminata. Questa ideologia la porta costantemente ad interferire negli affari dei paesi membri su questioni come il bilancio nazionale, la composizione di un governo democraticamente eletto, la politica migratoria, la gestione del sistema giudiziario e altro ancora. Tale infinita intromissione negli affari nazionali è ciò che rende l’UE un organo imperialista, cercando appunto di imporre le sue visioni sulle Nazioni piuttosto che permettere ai singoli stati le loro libertà. In linea generale, non credo che l’Unione europea, così come costituita nel 1992, sarà riformata, perché si tratta di un organo costituito in gran parte da una logica imperialista.

Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda, certo, potrebbe esserci “un’identità europea” in senso lato. Forse un giorno vedremo gli europei unirsi in una guerra di difesa o in qualche altra importante iniziativa che consentirebbe di mostrare lealtà nei confronti dell’Europa. Ma per ora, questa identità europea è in gran parte una fantasia delle élite imperialiste. Gli uomini sono per lo più fedeli alla famiglia, alla tribù e alla nazione in cui sono nati. Può capitare, a volte, che una famiglia adotti i bambini e una nazione adotti gli immigrati, ma poi questi nuovi arrivati si uniscono ai vincoli di reciproca lealtà che legano la famiglia, la tribù e la nazione. Lo vediamo chiaramente nell’attuale crisi sanitaria, in cui gli italiani stanno facendo del loro meglio per aiutare altri italiani. Ma anche in questa terribile emergenza non esiste una forte “identità europea” che spinga la Germania a mandare i suoi medici a rischiare la vita negli ospedali italiani.

 “Se la tua nazione non è libera, non puoi davvero sentirti libero”, è molto interessante questo suo punto di vista, soprattutto perché mette in relazione due concetti fondamentali nella vita contemporanea: Nazione e Libertà. Che genere di visione dovrebbe avere un conservatore a riguardo?

La teoria politica del liberalismo insegna che gli individui sono liberi quando possono fare quello che desiderano. Ma questo in realtà non è vero. Gli esseri umani sono vincolati da legami di reciproca lealtà nei confronti di alcuni esseri umani e questo influenza profondamente tutte le nostre emozioni. Ad esempio, provo un vero dolore quando i membri della mia famiglia soffrono. Allo stesso modo, nessun uomo può sperimentare la libertà se sua moglie e i suoi figli vengono ridotti in schiavitù. Non importa che le persone gli diranno: “Sei libero. Puoi fare ciò che vuoi.” Lui soffrirà terribilmente finché sua moglie e i suoi figli non saranno liberati. Lo stesso vale per la Nazione: quando la nazione viene conquistata e costretta a obbedire alle leggi di altri, gli individui non possono sentirsi liberi. Non lo sarebbero neanche se andassero in esilio in un altro paese. D’altra parte, quando arriva il grande giorno della liberazione, l’individuo si sente libero perché la sua Nazione è libera.

Lei è molto critico anche nei confronti del liberalismo e, in particolare, nei confronti di coloro che fanno riferimento ai due esponenti più famosi della Scuola economica austriaca: Hayek e Mises. L’individuo da solo non è abbastanza e, soprattutto tutto, crede che le idee liberali contribuiscano correttamente alla creazione di un impero senza identità e barriere. Per concludere, considera un futuro in cui è possibile una riconciliazione tra il paradigma liberale e quello conservatore?

Per quanto concerne la politica, sono molto solidale con l’economia liberale. In Israele, ho curato la pubblicazione in ebraico di Hayek, Milton Friedman e altri economisti liberali. Ma sono uno studente di Irving Kristol, il quale ha scritto un famoso libro intitolato “Two Cheers for Capitalism”. Secondo la visione di Kristol, il liberalismo era il miglior sistema per produrre crescita economica. Di per sé questo concetto è importante e buono. Ma il liberalismo – la dottrina della libertà che privilegia l’individuo- è anche corrosivo. Una famiglia non è costruita principalmente sulla libertà, ma sulla lealtà. Rimango fedele ai miei figli anche quando sono insolenti, pigri o sciocchi. Rimango fedele ai miei genitori e mi prendo cura di loro anche se sono arrabbiati e malati. Se fossi libero da vincoli potrei decidere di tagliare i miei legami con questi fastidiosi membri della famiglia. Ma non esiste questa opzione, perché la famiglia è costruita sulla lealtà, non sulla libertà.

Per concludere, i principi del liberalismo sono costruiti per enfatizzare unicamente la libertà. Non includono spazi per i legami costruiti sulla lealtà che invece caratterizza le relazioni all’interno della famiglia, della tribù e della nazione, le quali sono le forze motivanti più importanti nella vita politica. Ciò significa che il liberale non può mai veramente capire la politica: non riesce a capire perché gli italiani si uniscano in una crisi e perché i tedeschi non vengano in loro soccorso. Il liberalismo è utopico. I liberali vivono in un mondo da sogno. È meglio essere un realista, ovvero un conservatore e un nazionalista.

Fonte: l’Occidentale

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