Dialogo e azione: ciò che sinodalità non è

di Stefano Fontana.

Sul concetto di sinodalità non ci si capisce. Un tempo si pensava che la sinodalità fosse un camminare insieme credendo nelle medesime verità di fede. Oggi si pensa che la sinodalità sia un agire insieme. Il modello della sinodalità era una Chiesa monarchica, oggi è una Chiesa democratica.

Quanto si vociferava è stato confermato dalla Santa Sede: nel 2022 ci sarà un nuovo sinodo, questa volta sulla sinodalità. La cosa desta interesse non tanto per il nuovo appuntamento sinodale: a questo si è ormai abituati e ci si stupirebbe se di sinodi non se ne tenessero, almeno per un po’ di tempo. Desta piuttosto interesse per il tema. Infatti nella Chiesa di oggi ci sono due linee di pensiero: una ritiene che la risposta a tutti i problemi dottrinali e pastorali – compresi addirittura gli abusi – sia appunto la sinodalità, l’altra secondo cui invece la sinodalità è alla base dei problemi di dottrina e pastorali. Appare chiaro da questa semplice osservazione che sul concetto di sinodalità non ci si capisce.

La sinodalità è il camminare insieme. A ben vedere, la Chiesa di un tempo, quando non si parlava di sinodalità con la grande insistenza di oggi, camminava insieme in modo molto compatto. Quindi era una Chiesa molto sinodale. C’è l’idea che quella Chiesa fosse monarchica e verticistica. Era vero, ma questo non impediva una unione di intenti tra il papa, i vescovi, i religiosi e i laici, cioè non impediva la partecipazione e la condivisione, anzi. Facciamo il caso dei vescovi: Pio IX e Pio XII, prima di proclamare i due dogmi dell’Immacolata concezione di Maria e dell’Assunzione di Maria al Cielo in anima e corpo, consultarono tutti i vescovi della Chiesa cattolica. Lo stesso fece Pio IX prima di proclamare dogmaticamente il primato di Pietro durante il Vaticano I del 1870. Durante la fase ante-preparatoria del Vaticano II fu chiesto a tutti i vescovi del mondo di esprimere le loro indicazioni. Come si vede, allora si camminava insieme e il principio “cum Petro et sub Petro” veniva applicato e vissuto.

Si dice spesso anche che prima del Concilio i laici erano lasciati in una condizione gregaria. A ben vedere si riscontra un protagonismo laicale molto più ricco di oggi. I laici erano all’avanguardia su molti fronti, ma in unità con i vescovi e il papa: insomma camminavano insieme. I Dizionari del movimento cattolico espongono mille biografie di laici impegnati nei più diversi fronti, da quello economico a quello sociale, da quello politico a quello educativo, da quello imprenditoriale a quello sindacale. Altro che condizione gregaria. Le differenziazioni c’erano e ci saranno sempre, ma l’unità del mondo cattolico di allora era molto più sinodale di quello di oggi. E senza parlare ad ogni piè sospinto di sinodalità.

Se osserviamo quanto accade oggi, percepiamo subito la differenza. La Chiesa di Germania ha appena iniziato un percorso sinodale che durerà due anni, provocando spaccature interne anche tra vescovi, fughe in avanti dottrinali, dichiarazioni di possibile rottura con la Chiesa universale… suscitando il rimprovero perfino di vescovi di altri Paesi, come avvenuto da parte dei confratelli ucraini. Il sinodo sulla famiglia degli anni 2014 e 2015 ha prodotto e ancora produce lacerazioni nella Chiesa per quanto riguarda l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione e, più in generale, per lo stesso impianto della teologia morale. Papa Francesco dà la comunione al presidente dell’Argentina divorziato risposato, il quale non credo avesse fatto nemmeno il cammino di discernimento secondo le indicazioni di Amoris laetitia. Nello stesso tempo in Polonia non si dà la comunione a chi è in quella condizione oggettiva e vuole permanervi, mentre in Germania sì. Se questa è la sinodalità prodotta dai due sinodi sulla famiglia, bisogna riconoscere che sinodalità non è. Il sinodo sull’Amazzonia che sinodalità ha prodotto? La Chiesa si è letteralmente spaccata in due e tale è tuttora sui temi caldi di quel sinodo. La sinodalità vorrebbe che i laici fossero valorizzati, ma oggi si assiste ad un nuovo clericalismo con i laici – quando ancora ci sono – precettati su obiettivi stabiliti dall’alto.

È chiaro, si diceva all’inizio, che sul concetto di sinodalità non ci si capisce. Un tempo si pensava che la sinodalità fosse un camminare insieme credendo nelle medesime verità di fede, era una sinodalità in credendo. Oggi si pensa che la sinodalità sia un agire insieme, per una sinodalità in operando. Un tempo si pensava che la sinodalità fosse un sentire insieme, un sentire cum Ecclesia, qualcosa di interiore e spirituale. Oggi si pensa che la sinodalità sia un confrontarsi insieme, un dialogare insieme, un condividere dopo una discussione. Il modello della sinodalità era una Chiesa monarchica, oggi è una Chiesa democratica. Nella vecchia sinodalità non si poteva dire di tutto, perché c’era il perimetro delle verità di fede, in quella di oggi si chiede una parresia che assomiglia molto al diritto moderno di espressione: nella Chiesa si può dire di tutto e proprio in ciò consisterebbe la sinodalità.

Può forse essere utile il paragone con la actuosa participatio dei fedeli durate la messa. La partecipazione interiore è stata spesso scambiata per la partecipazione esteriore. Così è un po’ per la sinodalità. All’unità fondata sulle verità credute si va sostituendo una unità sulle opinioni espresse e sui progetti pastorali condivisi. Ma tutti vediamo che unità non è.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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